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Τίς μοι τοῦτο φόβος προσῆκεν ἐγγύθεν ἔχων πρὸς φρεσὶν ὀφθαλμίαν ἰδέσθαι;
Nel principio del principe della pace
nella notte della rielezione
indugiammo in banchetti di vuoto
tra muri di spesso grigiume
mentre le lampade spoglie
traballavano al vento della loro inconsistenza.
I nostri disegni erano tutti svaniti
dalle tazze di vetro dov’ero… dov’ero…
e ci ubriacavamo di idee
tra le vetrate, specchiati sul mondo,
dissertando e probando senza sensatezza
le carte dei nostri occhi glaucomatosi
in salette e corridoi
per ottener l’alloro dorato della lode.
Nella notte solinga del Nevada
-liberateci dal giogo della notte-
dalla strada vidi tutte le perle infuocate del cielo
costanti e insicure fissamente volteggiare
e le comete, oh le comete
in errante stormo stendersi
tra l’alte rocce atre solchi opalescenti
di tele di ragni trasmigratori
o fini pennellate o lance no.
tremenda visione, uditemi no
cosa vi separa no fuggite lam
dov’è il senso dei vostri no peg
discorsi in quest’incessante no gia
tremor di terra no. dove re
dove fuggire no. dov’è la notte
oh baglior che sempre s’appresta
e ci scote no. correte no. perché
fermi no state no io no
non posso No nulla No lance No
di fuoNo…No…No NoNoNoNoNo.
.
Dove sei sorella no…
Poli… no no fili di nudi
pepli rovine il tuo urlo
solo tra i gorgoglii di lamenti
insanguinate arti di parti
frante e frali vieni, il tuo fuoco
sì il tuo braccio mi cerca nel vuoto
Ti tolgo dal vedrai vedrai cemento
dalla rovina la risurrezione sei sì
sei calda liquida dove… svanisci
sì il tuo occhio fisso lì fisso sì
sono qui sgranato, uno solo tutto acquoso
vetro pianto no vivo cosa vedi
nella notte vivo
nella notte
tacita luna del tuo volto
Da distese disciolte sorge la morte millenaria
atre nubi, il mio cuore è una città rovinata
morso dalla nostra AllerGia Sempre il crimine
del nostro volto innocente terrore di chi
di cosa terrore controllo assenso distratti da strati astratti
sottratti alla vostra volontà voi siete
la colpa d’esser vissuti ancora volere
una nuova luce, specchio d’un aprile materno
il vecchio sangue sul suolo di Cadmo
sarà bevuto separato con cresto provocatore
e sorgerà in quel sangue marcito
la terza casa d’isotropica afflizione
colomba colomba perché voli in alto
è questo il mio pianto o il pianto del mondo
colomba colomba perché voli in alto
la coppa della colpa è colma di inutili sieri
come dire la fine? La fine che s’appresta senz’ora
La voce che dice Chi vende sarà venduto
irosa chi compra sarà comprato
questa è la volontà sottratta dal segno
oh disegno potenziale del flusso digitale.
sorPresi, noi rubati e presi
in un carro incatenati.
le zelanti bestie trascinano
la zavorra del mondo
andando nella città dei morti senza patria
dio della strada e della pioggia
mi perdo nella torcia nuziale
frustata dal vento dell’acqua lustrale,
tu mi vedi oltre nell’errare.
La gabbia che resta per stragi infinite
non ha chiavi per gole serrate.
Un’ombra s’appresta un’ombra già vista
dal passo mortale m’aspetta
nella gabbia sconfinata delle luci di chi tace
si fonde, nella maglia delle dita, al vuoto
cosmo che ci assorbe.
Tra le colonne scritte dei portici infuocati
le orme delle ombre s’ammassano
sul mio mistero dov’ero dov’ero
oh statua di febo, oh vuota nicchia
di chiusa chiesa, oh notte profonda del dramma
vivo o son farfalla che sogna? chi parla
volti che vidi non dormo destatemi
destate questo senso che voi date
oh parole, parole affilate.
M’afferrano, mi strappa
avvinta in lotta avvinghiata
come candida colomba impazzita
all’altare della vergine
urlo, chi mi sente nell’alte case…
stringono tutto, l’ombra mi ricolma
è mio questo rivolo o il sangue del mare
dall’oro della mia vita non sento
è tutto spento e sento tutto
e ridono e tagliano e rubano
l’anima mia in questa via
colomba perché non scappi via:
viene il cacciatore! Come cosa
abbandonata trascinata dai capelli
per la pioggia dei tuoi tuoni
come morta non mi senti
l’appassire nel passare dei viventi.
Non musarum poeta nec vates sum, sed ante annum
vidi ego, dum tenera toga iuvenis eram.
Autore
Manuel Visani