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Fuffock ovvero sull'incomunicabilità o ciò che non resta
Fuffock ovvero sull'incomunicabilità o ciò che non resta

Fuffock ovvero sull'incomunicabilità o ciò che non resta

autore
Manuel VisaniManuel Visani
mensile
Mensile di Novembre 2025Mensile di Novembre 2025
pubblicazione
05/11/2025
categoria
Racconti e poesieRacconti e poesie
tag
poesiapoesia

Lo mondo è ben così tutto diserto
d’ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;

Andiamo, andiamo, non farti pregare

andiamo a diluirci in queste vuote

strade di nebbia mentre l’aria grava

di cenere e il canto dei passi ci chiama

nel nostro non dire.

Intesserò sul tuo sguardo schivo

la domanda che ti denuda

finalmente manifesta… no!

Tu non dici ancor, tu mi taci del tutto.

Radenti agli aguzzi cocci delle case

andiamo, parlando ancor del nulla:

“Conosci Francoforte, la scuola? Si. Davvero?

E qual pensiero pensi sia vero… Tu lo dicesti…

E altri? No, non li conosco ma li posto”.

E attenderò nel labirinto -mentre mi divori-

un passo falso che ti tradisca

verso di me, ma dispersi taceremo

del fatto che accade nel bisbiglio

ad ogni passante portato a passeggio

-Straniero non fermarti! Io son quel che sei!-

Oserò trascinarti alla parola che t’opprime?

Sì, con garbo ti condurrò dove mi conduci

nell’amaro turibolar delle marmitte

mirando pensoso l’assenti stelle d’un povero cielo.

Allor dimmi, sì, dimmi, errando dogliosi

‘ché le tenebre nostre son l’alba

della nostra immaginazione, ‘chè l’alma mia

tanta luce non sostiene

nelle schegge del tuo sorriso stellato.

Sì, potrei ammassar il cosmo intero in un punto

ho già spartito i miei giorni nei pensieri a gocce a gocce

ma da quali carezzevoli parole potrei incominciare

mentre il vento malato s’intrude

nella coperta nudità d'una sciarpa serrata

-malposta domanda- con povera lingua impotente

la parola muta resta a metà

e da una feritoia ci molesta l’insidioso

sguardo, tra le chiuse case,

tutto accartocciato ad assorbire

il calore del tè delle sei.

La nostra bocca è impacciata e la lingua

spesso ci tace nella folla semideserta

d’ombre appassite, o fremente formicaio

di volti senza labbra, tu vai pensando

al vuoto per non pensare affatto

senza intento o moto, peregrina.

Vieni, buttiamoci tra le vie

e tra gli estranei conoscenti perdere i minuti,

o sollievo, del nostro incontro.

Quali dolci parole, candide braccia, dovrei dirti?

Su, svolgiamo il nostro tema

tra queste brumose strade d’ottobre

no, è già novembre… temendo gli sguardi

dei nostri pensieri, in cosa è lecito sperare?

Ho messo la cravatta migliore solo per oggi

ma non mi sbottono nel grave cappotto

che mi ingobbisce e non la vedrai. Perché errare

ancora per l’universo in tale fissità? Oserò accostarmi

ancora al moto indicibile, immerso nel tutto?

Il mio filo confitto al chiodo della carne è terminato.

Su, andiamo a bere per cessar di tacere

andiamo, Eldorado, ch'io già mi dibatto

in questo cappio recalcitrante e stretto

perdona se m'avvicino a intenderti:

l'acetone ha mondato la macchia, non il lezzo,

della cappa del caduto isoamile.

Quanto pesi? Non t'offendere è per la posologia

Quanto son alto!? Non c'entra,

scioglieremo un po’ di ketamina

e le ninfe getteranno un alto ululo

e la commessa tirerà i suoi capelli

quasi lacerati e ammaliante arpeggierà

un canto di perdizione e di gin

tra queste tartine tentando

il tuo sguardo pago… chi sei? Chi sei?

Mi cullerò tra le pieghe della noia e risponderai!

Tra le luci, t'offro, m'odi e non soffri

e assente m'assenti… finito,

o macchina delle date coincidenze,

in ostelli d'un ora sola.

Dalila, ho tagliato la nuda chioma

assottigliata per giacere sulle tue cosce

malate e divorare l'ammaccata pesca

della mia allergia, per un'ora

di solitudine ho visto cadere

tra queste colonne sfrondate

il momento della mia grandezza

e ancor fingi una dolce carezza

per alleviare questi morti, chi sei?

Tornerò il quarto giorno per dirti

ciò che già sai e non saprò più sorridere.

Autore

Manuel VisaniManuel Visani

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