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Parlare di Gheddafi significa andare incontro a opinioni generalmente non condivise. Si tratta di un personaggio politico che per decenni l’Occidente ha designato come terrorista, dittatore eccentrico e minaccia da contenere; tuttavia, ridurre la sua persona a questa caricatura significa accettare una narrazione parziale, o meglio prestabilita da decisioni geopolitiche precise.
Gheddafi è stato un autocrate ma allo stesso tempo un simbolo. È stato un leader in grado di reprimere il dissenso interno, ma anche uno dei pochi a provare ad attuare un progetto politico drastico, cioè creare un’Africa unita e indipendente dalle logiche economiche e militari occidentali, in grado di avere una voce autonoma all’interno dello scacchiere mondiale, al pari delle altre potenze del mondo.
Infatti, questa sua visione, agli occhi di tutti, l’ha reso una figura scomoda fino ad arrivare alla sua caduta nel 2011, che non è stata l’esito di una rivolta interna, ma l’obiettivo americano di eliminare un bersaglio politico per interessi internazionali.
Nonostante questo, raccontare di lui non significa assolverlo, perché rimane pur sempre una figura controversa, ma chi è che decide qual è il capo di Stato da abbattere e quale può continuare a rivestire il proprio ruolo?
C’è stato un momento in particolare che mostra lo spirito politico e quasi rivoluzionario di Gheddafi, ovvero il suo intervento all’assemblea generale delle Nazioni Unite, in cui il re dei re d’Africa, davanti ai diversi rappresentanti dei singoli Paesi, strappò in modo simbolico la Carta delle Nazioni Unite, gesto volto ad indicare un’accusa nei confronti dell’ONU, vista da Gheddafi come uno strumento nelle mani delle grandi potenze. In un sistema internazionale costruito sulle macerie del colonialismo, Gheddafi in quell’occasione denunciò apertamente l’ipocrisia di un’organizzazione che si è sempre proclamata garante di pace e diritti, senza avere effettivamente alcuna rilevanza nello scenario geopolitico, proprio come accade ai nostri tempi. Questo gesto provocatorio suscitò sdegno da parte del mondo occidentale, in quanto venne percepito come un atto di sfida nei suoi confronti e una presa di posizione da parte di un esponente politico arabo, la cui voce in quel contesto è sempre stata marginalizzata.
Un altro fatto che aiuta a comprendere meglio la figura di Gheddafi, spogliandola dai pregiudizi attribuiti dalla narrazione che tende sempre a banalizzare ogni evento come uno scontro tra i buoni e i cattivi, è rappresentato dalle sue idee politiche. La Libia, sotto il suo regime, era uno Stato indipendente, ricco di risorse energetiche e impassibile a ogni forma di subordinazione geopolitica. Sul piano politico Gheddafi, tentò di mettere in discussione uno dei pilastri dell’egemonia occidentale, ovvero il controllo finanziario, proponendo la creazione di una moneta africana indipendente dal dollaro, fuori dal controllo del dominio americano e europeo. Era un progetto che, se realizzato, avrebbe messo fine alla dipendenza monetaria di molti Stati africani dalle ex potenze coloniali e che di conseguenza avrebbe fatto crollare la base su cui sorgono i meccanismi che regolano il potere.
Trattandosi di un qualcosa di potenzialmente realizzabile, si arrivò al 2011, anno in cui la Libia è stata sistematicamente smantellata con lo stesso schema che viene attuato oggi; infatti, con l’obiettivo di esportare la democrazia e invocando la tutela dei diritti umani, si interviene militarmente, si sovverte la stabilità politica, eliminando il vertice del potere, per poi lasciare un vuoto che darà origine a instabilità. Così l’amministrazione Barack Obama autorizzò un intervento militare guidato dalla NATO, in cui la Libia venne deliberatamente bombardata fino a tornare all'età della pietra. I primi obiettivi sono stati tutte le emittenti televisive e radiofoniche, così come le redazioni dei giornali per neutralizzare la comunicazione e manipolare così la narrazione dei fatti. In questo modo si impedì ai libici e al resto del mondo di capire cosa stesse succedendo, ripetendo quella “strategia”, avvenuta già nel 1986, dove Ronald Reagan, l’allora presidente degli Stati Uniti, ordinò di bombardare la Libia, in risposta a un attentato avvenuto in una discoteca di Berlino Ovest frequentata da soldati statunitensi e l’operazione venne presentata come necessaria per ristabilire l’ordine, nonostante lo scopo reale fosse quello di colpire la Libia in modo tale da poter affrontare direttamente i Paesi accanto, come la Siria.
Questo tentativo di manipolare la retorica era una dinamica a cui Gheddafi non era estraneo. Ha spesso giocato con la propria immagine, alimentando così un culto che gli ha permesso di posizionarsi come leader antimperialista nel mondo arabo e africano, perché lui non voleva essere un semplice capo di Stato, ma un simbolo. Ed è questo uno degli aspetti più controversi riguardanti la sua persona, perché se da un lato aveva denunciato i meccanismi attuati dall’Occidente per il potere, dall’altro lato invece, aveva costruito un sistema che ruotava solo intorno a lui. Si trattava di un potere incentrato su di lui, privo di strutture istituzionali solide in grado di sopravvivere dopo la sua caduta, e questo si è visto con la Libia post 2011, dove la rivoluzione dell’ex Colonnello è rimasta legata esclusivamente alla sua figura. Infatti, la caduta di Gheddafi ha solo mostrato quanto fosse fragile l’equilibrio sui si reggeva lo stato libico e questa fragilità è stata ulteriormente amplificata dall’intervento internazionale, portando così al declino della Libia.
Oggi, tra gli arabi, non viene ricordato soltanto per ciò che ha fatto in Libia, nel bene e nel male, ma anche per la sua presa di posizione sulla Questione Palestinese, a differenza degli altri leader, dove rifiutò apertamente la legittimazione dello Stato di Israele e fece della causa palestinese una questione di identità. Inoltre, nella memoria collettiva viene rammentato soprattutto per ciò che ha rappresentato all’esterno, ovvero un politico arabo che ha sfidato l’ordine occidentale, pagando il prezzo con la propria vita, al punto che, per alcuni, Gheddafi è un martire.
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