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Hormuz, il nodo alla gola di Donald Trump
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Hormuz, il nodo alla gola di Donald Trump

autore
Luca AmadasiLuca Amadasi
mensile
Mensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzioneMensile di Aprile 2026: dolce e amara rivoluzione
pubblicazione
08/04/2026
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
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3

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IranIranusausaTrumpTrump

La guerra con l’Iran si trascina ormai da quasi un mese. E con ogni giorno che passa, sta diventando un problema più grande per l’amministrazione di Donald Trump. Sebbene il presidente americano dica di essere pronto a trattare e abbia proposto un cessate il fuoco di 30 giorni, l’iniziativa di pace potrebbe non riflettere le sue vere intenzioni verso l’Iran.

Le prossime mosse del Presidente americano restano una grande incognita. Come sempre, è imprevedibile, ma questa volta potrebbe semplicemente "non avere le carte", citando la sua affermazione nello studio ovale della Casa Bianca nei confronti di Zelensky, a cui oggi invece chiede aiuto per abbattere i droni Iraniani.

Mentre Trump parla di negoziati, 7.000 soldati americani si stanno stanno dirigendo verso il Medio Oriente. C’è il crescente sospetto che potrebbe usare quelle forze per lanciare l’occupazione dell’isola di Kharg, o di parte della costa iraniana vicino allo Stretto di Hormuz.

Ma le notizie di una prossima invasione non stanno spezzando la volontà di combattere di Teheran. Proprio il contrario. L’Iran sembra credere di avere ancora una possibilità reale di prevalere in questo confronto e di non aver ancora giocato tutte le carte che ha in mano.

Le ultime due settimane della guerra con l’Iran sono state segnate dai continui cambiamenti di posizione del presidente statunitense. Un giorno detta un ultimatum, il giorno dopo lo cancella lui stesso e poi offre una via verso la de-escalation.

Il 18 marzo, aerei israeliani hanno colpito impianti di gas iraniani collegati al giacimento di South Pars. Questa è la più grande riserva conosciuta di gas naturale al mondo condivisa da Iran e Qatar.

Trump ha dichiarato pubblicamente di non aver saputo nulla dell’attacco israeliano agli impianti di South Pars. Aggiungendo anche di aver istruito il primo ministro Netanyahu di non colpire altre infrastrutture petrolifere e del gas.

Ma secondo la stampa americana, il presidente non solo sapeva che Israele stava pianificando un simile attacco, ma potrebbe avergli personalmente dato il via libera.

L’attacco a South Pars avrebbe segnato quindi una rottura con la precedente politica di Trump. All’inizio della guerra infatti, quando Israele bombardò impianti di stoccaggio del petrolio, l'amministrazione statunitense contattò gli israeliani per intimargli a non colpire più simili obiettivi.

Ma la de-escalation è durata appena due giorni. Trump ha dato all’Iran un ultimatum di 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz con la minaccia di distruggere le centrali termoelettriche dell’Iran. Ancora una volta, Teheran non si è tirato indietro.

Funzionari iraniani hanno avvertito che se avesse dato seguito all’attacco, l’Iran avrebbe reagito colpendo centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua sul lato arabo del Golfo. E quando l’ultimatum è scaduto, Trump non ha attaccato.

Invece, ha annunciato che erano iniziati colloqui con l’Iran, che la guerra sarebbe presto giunta al termine e che qualsiasi attacco alle centrali elettriche iraniane sarebbe stato sospeso per altri 5 giorni. Quando il termine dei 5 giorni cominciò a esaurirsi, ha cambiato di nuovo idea e lo ha prorogato ancora una volta, dando agli iraniani altri 10 giorni fino al 6 aprile.

E lo ha fatto nonostante non ci fosse stata alcuna svolta diplomatica. Semmai, gli unici segnali provenienti da Teheran erano segnali di sfida e determinazione a continuare a combattere.

Perfino gli stessi alleati di Trump non sembrano più sicuri di come interpretare la sua politica verso l’Iran. Questo non sorprende affatto. Al suo centro, la strategia del presidente è costruita attorno a due obiettivi che non possono essere pienamente conciliati.

Trump vuole chiaramente vincere l’attuale guerra con l’Iran. Vuole che sembri una vittoria totale con Teheran costretta ad accettare termini dettati da Washington. O almeno, vuole che appaia così. Ma allo stesso tempo, teme che la guerra possa innescare un’impennata dei prezzi del petrolio e dei carburanti, qualcosa che è determinato a evitare a tutti i costi.

Di conseguenza, ogni volta che il prezzo del greggio si avvicina ai 100 dollari al barile, Trump invia al mercato un segnale si de-escalation, provando a far credere che la guerra potrebbe presto finire. Questo desiderio di mantenere i prezzi del petrolio a un livello relativamente accettabile limita in modo significativo gli strumenti di pressione a disposizione degli Stati Uniti.

Il risultato di questa politica contraddittoria è che gli Stati Uniti stanno perdendo il controllo sull’andamento della guerra mentre la posizione di Teheran si sta rafforzando.

La Repubblica Islamica è entrata in modalità sopravvivenza. Questa guerra pone una minaccia esistenziale a Teheran, ma dal punto di vista dell’Iran, una cattiva pace pone più o meno lo stesso pericolo, e questo ha implicazioni importanti per come il conflitto potrebbe evolvere.

Prima di tutto, l’Iran rifiuta l’idea di un cessate il fuoco senza un accordo più ampio con gli Stati Uniti. Teheran ritiene che una simile pausa servirebbe solo agli interessi americani e israeliani, dando loro il tempo di studiare gli errori dell’attuale campagna, raggruppare le loro forze e colpire di nuovo l’Iran tra qualche mese. In pratica, una simile pausa sarebbe una piano per trasformare l’Iran in uno stato fallito.

È difficile immaginare come il paese potrebbe ricostruirsi dalla distruzione della guerra se le sanzioni americane restassero in vigore. Dal punto di vista dell’Iran, continuare la guerra nelle condizioni attuali può quindi sembrare preferibile. Gli americani hanno sottovalutato il loro avversario e non sono preparati per un confronto prolungato con Teheran.

Ecco perché la minaccia dell’Iran di una chiusura senza fine dello Stretto di Hormuz appare credibile. Combinata con attacchi contro infrastrutture arabe di petrolio e gas, significa che ogni giorno aggiuntivo di guerra comporta costi enormi per l’economia globale, che ora affronta non solo la prospettiva di una crisi energetica mondiale, ma anche il rischio di una recessione globale.

L’Iran sembra credere che sia precisamente così che può costringere l’America a piegarsi: attraverso la chiusura di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche arabe. La logica a Teheran è che l’impennata dei prezzi del petrolio e del gas finirà per spingere Trump verso concessioni e gli eventi degli ultimi giorni sembrano suggerire che questa strategia possa funzionare.

Il presidente Trump ha già dichiarato diverse volte che la guerra con l’Iran è stata vinta. Ma questa è narrazione politica, non realtà. Trump non può semplicemente dichiarare vittoria da solo e ritirare la flotta americana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto diventato ostaggio dell’Iran.

Se Trump ritirasse le forze americane nelle condizioni attuali, in pratica starebbe ammettendo che l’Iran può controllare unilateralmente il passaggio attraverso lo stretto. Ciò creerebbe seri problemi non solo per il principio internazionale della libertà di navigazione ma anche per le relazioni dell’America con gli stati arabi del Golfo.

A questo stadio, la porta della diplomazia resta aperta. Sia gli americani sia gli iraniani sembrano disposti a parlare e a porre fine alla guerra attraverso negoziati, ma le loro visioni su come dovrebbe apparire un accordo finale differiscono così fondamentalmente che una rapida fine dei combattimenti sembra improbabile.

Anche Israele sta giocando la propria partita. Così come il primo ministro Netanyahu, che ha giocato un ruolo centrale nella decisione di Trump di andare in guerra. Fu Netanyahu a convincere Trump che l’Iran fosse una tigre di carta e che la Repubblica Islamica avrebbe rapidamente ceduto sotto il peso dei bombardamenti americani e israeliani.

Dopo quasi un mese di combattimenti, è chiaro che le affermazioni di Netanyahu erano un’illusione. La struttura di potere dell’Iran regge ancora saldamente e non c’è alcun segno che la Repubblica Islamica sia sull’orlo del collasso.

Perché cosa succede se un’operazione terrestre americana limitata sull’isola di Kharg, per esempio, non riesce a costringere l’Iran a concessioni? Trump sceglierebbe allora un’invasione ancora più grande, ripetendo gli errori dell’Afghanistan e dell’Iraq? Resta da vedere.

Qualsiasi tentativo di porre rapidamente fine alla guerra richiederebbe l’accettazione delle condizioni iraniane. E nemmeno i migliori specialisti di marketing sarebbero in grado di presentarlo come una vittoria americana.

Se Trump vuole imporre le proprie condizioni a Teheran, l’unico percorso rimasto è un’ulteriore escalation militare. Da cui potrebbe non uscirne vincitore.

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