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non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?
al primo anniversario dall’entrata in questa accogliente famiglia.
Avvertenze prima dell’uso: questi fogli son pure riflessioni e pensieri tra me e me e me medesmo meco per accompagnare i viaggi in treno e le giornate anatomiche che trascinano la mia vita. Non voglio offrire nulla di rivoluzionario, anche perché non ho niente di rivoluzionario e non mi illudo di averne. Non ho nulla da porgervi se non la convivialità della mia mente e di ciò a cui il mio pensiero in questo campo, nutrito da diverse letture in quattro anni, è giunto. Non ho chiavi che vi possano offrire l’esteso universo e spero vivamente che il tono renda questa ‘‘dissertazione’’ invendibile anche da morto, confidando che qualche sciacallo non decida di rendermi famoso.
Da assumere una volta al mese con abbondante vino.
Introitus
1 Poesia è l’arte del fare, non dello scrivere in versi. È l’arte del fare e del fare bene, o come direbbero banalmente sed sic in veritate le nostre madri e nonne, del fare con amore. È l’opera del fare bene, d’un qualcosa di così fatto bene dall’esserne orgogliosi o parimenti spaventati, tale da provarne vergogna e suscitare un nascondimento verso l’opera stessa. Lo scultore o il ceramista scolpivano e dipingevano orgogliosi εποιησεν aggiungendo persino del rosso affinché, dopo tutta la cera e i colori che vivificavano la materia liberata dalla terra, la loro paternità potesse sorgere imperitura nella storia, se solo la storia avesse avuto la forza e la fortuna di mantenerla intatta dal peccato e dall’orrore dell’errore che disgrega e frammenta la realtà e l’identità stessa. Ancora, vorrei rimanere sul verbo greco: il fece non è fare ora, bisogna riconoscere che dopo tanto sforzo nel partorire l’opera noi non siamo, siamo altro-dall’opera. Non siamo mai stati l’opera anche se ci sentiamo rappresentati da essa, anche se abbiamo confidato e fatto confluire in lei tutto il nostro intimo e se non lo siamo nel momento della stesura lo siamo ancor meno dopo la sua nascita. Tutto questo perché ella non è altro che una vaga immagine, un frammento minimo della realtà, per quanto complessa e coinvolgente nella rappresentazione, un’immagine a cui anche noi, in ultima analisi, siamo estranei. Allora, salvo rarissimi casi di morte ed euforia della critica avremmo la costante tentazione di rifinirla pur di mantenerla in vita, come materia viva - e non nella stasi della definizione- dentro di noi e noi dentro di lei, non per poterla ridefinire costantemente, bensì per sentire ancora la possibilità di esserne rappresentati in maniera più totalizzante, per sentire la possibilità di redenzione e di perfezionare ciò che un tempo reputavamo perfetto. Ancora, ciò che accompagna il fece è la nostra paternità impressa nel nostro nome e, come avevamo precedentemente espresso, identificati dal nostro cognome o luogo di provenienza un tempo, possiamo dire di non essere un Marco qualunque bensì quel Marco che viene, che si chiama o che ha fatto quell’opera. Quel qualcosa è un qualcosa che si esprime e va apposto alla fine. Lo potremmo pure colorare successivamente d’oro o di rosso per farlo risaltare tra i colori che arricchiscono la nostra parte -rendere il nostro nome una pubblicità o un contenuto da divorare tra altri nomi e contenuti sbocconcellati-, foss’anche la più splendente di tutte le scritte ma la ponessi in principio dell’opera, come se il mio nome fosse l’opera stessa e non la materia dell’arte, sopravverrebbero due problemi: se sbagliassi a cesellare o spezzassi un arto o ancora, nello scavare la materia, subentrasse una vena nera tanto grande da trasfigurare l’intero volto dovrei certamente buttare l’opera, avendo fatto una fatica inutile, sia nel concetto che nell’atto, nell’apporre con certosinità la mia firma; il secondo è che se pongo il mio nome prima dell’opera stessa decido volontariamente di tarpare la possibilità della realtà, dunque -a motivo e riguardo del mio nome- dovrei impossibilitare la totalità impressionabile dal reale o, se solo ne avessi il coraggio, potrei cancellare il mio nome e fissarlo sulla materia solo successivamente dopo aver permesso al tutto di danzare su ogni millimetro dello spazio concesso da essa. Or dunque (ora prendo un liuto, messere), possiamo dircelo chiaramente, difficilmente qualcuno in questo momento vorrebbe sospendere, ritrattare e ritracciare la propria materia per qualche verso bieco o lusus totalmente fuori tono (senza rendersi conto che sia un lusus), figuriamoci se il libro ne è interamente pieno! A motivo del proprio nome, diciamocelo pure, una pubblicazione in più non fa mai male. Non fa mai male nemmeno il poter dire: “Ho pubblicato sette libri invece che tre, ho un CV di quattro pagine invece che tre” fa sentire forse più intellettuali e fa creder d'aver avuto una vita più piena (nel tentativo di sconfiggere tutti i nostri rimpianti). Allo stesso modo, il nome è centrale - e ci ritorneremo- in relazione al premio e fama che ne ha tratto: “Oh sì, Lapietra sta su tutti gli scaffali, ha vinto il liquoroso premio quest'anno, sarà certamente brava!” E se Lapietra non fosse brava, tal non è, ma avendo vinto vende e vendendo può pubblicare più cose ancor più scabrose, poiché se vende è brava e, a comode rate, la primizia del successo proseguirà nella fama di questi anni, fino a quando quell'autore susciterà un senso già voluto in principio dal lettore e riuscirà a ricambiare le speranze suscitate dai clamori degli introiti e dei proemi oppure soccomberà dopo un breve guizzo di facile fama per non esser stato in grado di conciliare l'idea con il reale. (sì, introiti, soldi, perché questo interessa altrimenti falliscono tutti e rimangono tre case)
2 Prima di tornare a fare anatomia vorrei che faceste anatomia di voi stessi: volete esser poeti o fare i poeti, per esser più chiari, volete essere poesia oppure rilucere dell’idea che serba nel nostro immaginario la figura del poeta? Voglio dire, sareste in grado di perdere tutto per una sola parola nel deserto? Perdere le notti arrovellati nel letto trafitti da tremende visioni, impazzire per la quantità di stimoli e pagine e pensieri - il Tutto che si sta compiendo in voi - eppur non aver compiuto nulla, l’esser accusato in tenera infanzia di esser un perditempo da tutta la famiglia per la sola volontà di esprimersi piuttosto che esser notato ad un aperitivo con sguardo incuriosito e lodante, strapparsi i capelli per terra nel vedere l’orrore accadere materializzato davanti ai propri occhi pur non avendolo mai visto? Siete disposti a perdere le notti nel senso di imminenza, nel dover fare quella cosa in quel preciso momento e morire e dover abbandonare gli altri e persino voi stessi per riempire svuotando quel foglio bianco? Perché la notte dei poeti in realtà è un’adultera immagine edulcorata, perché la notte è un mostro sacro che fa ciondolar l’ondivaga testa attorno al suo cappio. Non è nulla di diverso dal silenzio e dalla solitudine e non ha un granché da offrire a chi già prima dei vespri non abbia tracciato e meditato il disegno… e ho fatto così tante notti da meritarmi sta pelata o un attacco cardiaco tra quaranta anni. Siete disposti a perdere il treno del vostro genio ogni singolo giorno e sentire il molteplice peso d’aver perso il verso che avrebbe schiuso un’anima o la realtà stessa?Siete disposti a vedere i vostri amici uno dopo l’altro e non saper dire niente, a non saperli eternare e morire con loro? Siete disposti a perdere la vostra giovinezza nella solitudine più assoluta per interi anni accompagnati dal silenzio ignobile e infecondo nella camera della vostra malattia? Siete disposti a vedere tutto questo dolore e non poterne abusare, poiché il dolore non giustifica e non rende più credibili le vostre parole. Può esserlo per te che la compiangi costantemente ma rimanere indifferente al mondo perché non sei riuscito a trasmettere tutto. Sei disposto a voler dire tutte le cose in tutte le poesie e non riuscire a farlo per mesi e anni e anche quando riuscissi a scrivere qualche verso non riuscir a dire nulla? Sei disposto a tutto questo e ancora non aver fatto niente o vuoi scrivere un libro per dire sulla tua bara d’esser stato poeta, d’esser stato qualcuno tra gli altri teschi per fuggire dal timore di non esser nessuno… non siamo nessuno, non siamo nessuno ed è meglio così per tutti, fidatevi (non esiste il qualcuno, è una nostra idea a cui ci sottomettiamo volontariamente: fama-successo ↔ soldi ↔ potere). Magari sbaglierò tutto e per esserlo forse basta avere uno sguardo attento e qualche lettura. Volevo solo informare, da non poeta, del pacchetto completo e scardinare finalmente questa idea.
Buon viaggio nella notte…
a spezzarmi ci penso già da solo. Per fortuna non son nessuno e non ho pubblicato nulla e la mia fortunata voce giace nel vento, forse è il vento stesso, per fortuna.
fine introitus
© Punto e Virgola
