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parole, parole… e poi?
La poesia contemporanea si fonda spesso su questa illusione: credere che l'aggiornamento del lessico corrisponda a un avvicinamento al nucleo del Reale. Eppure, il mistero resta ontologicamente refrattario al linguaggio. Il fatto indicibile è già stato consumato dalle generazioni che ci hanno preceduto, circumnavigandolo senza mai giungere alla sua proda.
Siamo in un sistema chiuso, un moto perpetuo, in questo nostro scellerato cercar di mordere il significato, il senso: un ricercare il senso, che è il senso stesso della nostra vita, e qualora riuscissimo ipoteticamente a sbranarci la coda, stia lontano da noi quel giorno, oh come soffriremmo! Eppur vivremmo consapevoli del tutto. Su questa circonferenza scorrono i millenni dei nostri tentativi umani e il nostro aggrapparci alla montagna dei nostri cadaveri mentre al centro, immobile e intoccato, permane l'oggetto dell'indagine. La parola è, oggi come allora, strutturalmente in ritardo sulla complessa completezza nella viva percezione del mondo. Non è nichilismo, è solo una passeggiata di trenta secondi tra TCA cycle e stati di transizione.
Altro non posso dirti e questo Altro è già stato detto … come il cerchio, come il cerchio…
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