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Chiave n. 15
La nostra idea di natura
è una trappola in cui ci chiudiamo
“Siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cosa che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a nulla. “
(Paolo Cognetti, Le otto montagne)
L’essere umano che vive nelle città è diventato da tempo il nuovo uomo medio, cacciando in qualche angolo del mondo povero e isolato i campagnoli e i montanari di una volta. Questo modello di vita così “innaturale”, fatto di orari schematici, cemento e asfalto, supermercati e motori è la normalità, forte com’è della legge dei grandi numeri.
Ma nella civiltà odierna ha ancora senso parlare di qualcosa di naturale? Io credo che nel cittadino qualunque, europeo, africano, americano o asiatico, tutto ciò che rimane di naturale sia rappresentato dalle necessità fisiche più elementari: mangiare, bere, dormire, proteggersi. E nemmeno queste vengono seguite secondo quelli che si potrebbero definire modelli genuini di vita. Ingeriamo cibi e bevande arricchiti di zuccheri, edulcoranti e vitamine, assumiamo integratori e farmaci. Sacrifichiamo, anticipiamo o ritardiamo il sonno in nome della movida o del lavoro. Indossiamo abiti sgargianti e talvolta di dubbia utilità pratica; pochi di noi saprebbero lottare per la sopravvivenza e deleghiamo a gruppi sociali precisi - le Forze dell’Ordine, gli ospedali, i politici, ecc. - il compito di difenderci, curarci e dirigerci, e questi adempiono ai loro doveri ricorrendo a mezzi e tecnologie un tempo inimmaginabili e ora parte della quotidianità.
Sia chiaro: tutto ciò non è affatto una novità. Soltanto, più il tempo passa e più la nostra specie dimostra di reinventarsi continuamente e radicalmente. Forzando un po’ i termini, sento di poter dire che l’uomo è artificiale.
Io voglio anche credere che abbiamo smesso di essere animali, se mai lo siamo stati, e ormai dovremmo cercare il nostro valore - le prerogative umane, se così vogliamo chiamarle - proprio in ciò che pare innaturale.
Si parla della dimensione “naturale” dell’umanità con toni stucchevoli e pretestuosi, spesso con intenti giustificazionisti. È facile assolversi e assolvere, se ci pensiamo, credendo che le persone siano bestie che seguono i loro istinti, o tutt’al più dei primitivi egoismi legati a gratificazioni immediate. Da perseguire ovviamente col minimo sforzo possibile, per conservare energie che non ci servono a niente ma delle quali siamo comunque estremamente avari.
In civiltà come la nostra, dove è possibile non ragionare nei soli termimi della sopravvivenza, dovremmo realizzare che è sbagliato continuare a credere che siamo semplici animali incatenati a logiche di sfruttamento, disimpegno e prevaricazione. Ed è giusto cercare di essere diversi.
Tenendo presente questo, però, dovremmo anche lasciar perdere le teorie deterministiche e prendere a piccole dosi la psicologia, con la loro pretesa di ricostruire o simbolizzare ogni cosa. Ancor più difficile sarebbe mettere a fuoco con occhio critico l’elevato grado di conformismo delle nostre vite: se è vero che pochi hanno le capacità o la volontà di cambiare il mondo, gli altri dovrebbero essere in grado almeno di vivere a modo proprio.
Non avere la forza interiore di fare ciò è problematico tanto quanto non poterselo permettere materialmente. Certo, si teme anche il carico di ombre e confusione che potrebbe conseguirne: il mondo, in poche parole, diventerebbe meno comprensibile.
Ma l’uomo è innaturale e la mente è oscurità: ci sarà sempre una componente di mistero che non si riuscirà ad afferrare.
Io sono normale, ma tu, tu che leggi, sii indecifrabile.
© Punto e Virgola
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