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“Le scarpe sono sporche. Come hanno fatto a sporcarsi? Deve essere stata la ghiaia. Si può fare di meglio, provo di nuovo. Le scarpe sono sporche. Come hanno fatto a sporcarsi? Deve essere stata la ghiaia. È un problema, la polvere si sarà infilata nelle fessure delle suole rovinate, dovrò pulirle sia dentro che fuori”. Si ripete queste parole mentre cammina velocemente nella strada alberata del parco. Crede di poter continuare a distrarsi fino al suo arrivo. Arrivo? Arrivare dove? Non è importante, o forse lo è, quindi è meglio, anzi è necessario, pensare ad altro, alle scarpe, alla ghiaia, al sudore che gli riempie la fronte nonostante l’aria fresca che lo avvolge e lo sospinge. Arriva a una svolta, la gamba destra si muove autonomamente verso destra così come il bacino e infine il suo corpo. L’abitudine l’ha fregato, la memoria muscolare è sua nemica e spezza l’incantesimo. Le scarpe non sono più di suo interesse, si ricorda dove deve andare e perché ci deve andare. Ora suda copiosamente e l’aria si placa, lasciando spazio ad un fragoroso silenzio che fa da eco ai suoi pensieri. Tramuta la sua disperazione in ironia per prendere in contropiede l’angoscia e sussurra: “Hai 300 metri per innamorarti della ragazza che ami”. Innamorarti della ragazza che ami. Queste parole risuonano nella sua testa, anche se, in realtà, non è nemmeno sicuro che la testa sia la sua. È talmente stupito dal suo stato d’animo che gli sembra di camminare di fianco a se stesso e di guardarsi con aria divertita. Amare qualcuno che già ami dovrebbe essere abbastanza facile. Perché lui la ama, ne è certo, la ama a tal punto che ormai il suo amore per lei è diventato un suo tratto distintivo, una sua qualità, una sua abilità. È sicuro che valga lo stesso anche per lei. Lei è lei perché ama lui, lui è lui perché ama lei, vivono l'uno in funzione dell'altra. Eppure ora sente che quel sentimento così forte non è altro che un abbaglio provocato dal suo inconscio per proteggerlo dalla verità. Ma quando è successo? Quando ha smesso di essere spontaneamente innamorato, quale evento ha fatto in modo che il suo affetto subisse una crudele metamorfosi e si trasformasse in strategia? Nessun evento, nessun litigio, nessun cambiamento in lei o in lui. Alle 9 era innamorato perdutamente e alle 9.30 non gliene fregava più niente. Forse l'amore gli è caduto lungo le scale o gli è scivolato nel lavandino mentre si lavava i denti. L'idraulico, però, a quell'ora non lavora e non può trovare il suo amore perduto, perciò gli toccherà frugare tra i suoi sentimenti. Pensa al loro primo incontro a una festa di amici di amici. Era stato subito affascinato dalla sua mutevolezza, dai suoi occhi che guardavano continuamente in mille direzioni diverse, dal fatto che fosse impercettibilmente incoerente, insicura, fragile, eccessivamente sensibile, ma soprattutto dal fatto che queste cose le notasse appena, che le percepisse minimamente. Aveva perso la testa per la sua capacità di dissimulare, per la sua abitudine di fare finta di non essere toccata anche da ciò che realmente le importava; le dava l'impressione di nascondere qualcosa di prezioso ma estremamente delicato, che non può essere scalfito da un'arma potente e grossolana ma da qualcosa di più delicato e apparentemente innocuo. Si era innamorato di quello che non capiva di lei e il fatto che gli sfuggisse di poco, che gli venisse mostrato e poi subito nascosto, fungeva da forza attrattiva e favoriva la collisione tra di loro. Ripensava alle loro prime uscite, alle lunghe passeggiate senza fare niente e dicendosi tutto. Le stradine rovinate e le panchine diventavano un palcoscenico e lui recitava un ruolo che sembrava scritto su misura per lui. Lei era una regista attenta anche ai minimi dettagli e gli permetteva di mentire ad alta voce in modo che anche lui potesse credere alle sue menzogne. Raccontava bugie credibili, mezze verità che non lo rendevano perfetto ma vendibile. Come l’odore pungente della pioggia estiva, le sue bugie contribuivano, tramite le imperfezioni, a renderlo perfetto poiché ciò che è eccessivamente affascinante perde della sua autenticità, della sua umanità. Si fingeva fragile ma sensibile, titubante ma risoluto nelle scelte più importanti, tormentato ma abile nel trarre dai suoi tormenti deduzioni perspicaci. Lei amava di lui la sua empatia, la sua capacità di capire ciò che gli altri pensavano e, a volte, di capire ciò che non sapevano di pensare. Lui amava di lei il fatto che gli permettesse di scrutare nella sua coscienza alla ricerca della crepa della sua anima dalla quale avevano origine tutte le sue stupende meschinità. Voleva a tutti costi trovare quella crepa, analizzarne le dimensioni, capire cosa l’avesse provocata in modo da capire come mettere una pezza alla sua, la quale si allargava man mano che il tempo avanzava. Pensava che le loro crepe fossero simili, voleva sfruttarla per proiettare le sue debolezze su di lei e quindi guardarsi in maniera più disponibile e comprensiva, cosa che non gli riusciva quando il soggetto della sua indagine era direttamente lui. Pensava fosse giusto e quindi si sentiva giustificato. Aveva capito tempo addietro che il mondo gira intorno all’egoismo e che coloro che si reputano, e che vengono reputati, generosi e altruisti non sono altro che degli egoisti più intelligenti che hanno capito che solo tramite gli altri si possa realmente realizzare sé stessi. La sua memoria lo riconduceva ai tempi più recenti, agli ultimi momenti passati insieme. Pensava a lei, pensava a com’era e a com’era diventata, pensava, appunto, alla sua mutevolezza, alla sua capacità di evolvere in continuazione, pur rimanendo sempre la stessa. Si sentiva come lei, in continuo cambiamento, costretto a mutare, a fingere, a mentire, a tentare di lottare contro gli eventi che, nonostante tutti i suoi sforzi, lo influenzavano senza che potesse opporre resistenza. Si sentiva imprigionato dentro sé stesso, avrebbe desiderato fuggire dalla sua pelle, ma sapeva che non poteva farlo perché quello strano groviglio di emozioni che componevano il suo “Io” gli servivano per affrontare passivamente la vita senza esserne schiacciato. Cambiava in continuazione la forma ma la sostanza rimaneva la stessa, la crepa permaneva e, non potendo fuggire dalla sua gabbia, aveva deciso di abbellirla, aveva trasformato in motivo di vanto ciò di cui non si poteva liberare. Aveva imparato a raccontarsi, a usare parole precise e ricercate, come un prestigiatore trasformava le sue fragilità in simboli di intelligenza, sensibilità e, se raccontate nella maniera corretta, coraggio. Una gabbia dorata però è pur sempre una gabbia e sapeva che questo atteggiamento non poteva che fungere da soluzione temporanea. Coltivava la speranza di poter volare via dalla sua gabbia, la coltivava in lei, sapeva che la serratura dei loro cuori era la stessa e che sarebbe bastata una chiave per aprirle entrambe. Lui non avrebbe potuto trovarla dentro di sé perché a forza di vivere a chilometri dagli impulsi che lo muovevano non si ricordava più la strada per tornare indietro, per ricongiungersi con sé stesso. Non ha più bisogno di immaginarla perché ora può distinguere la sua sagoma nei pressi della panchina, vicino alla porta del parco. Lei non lo vede, ma lui vede lei, è bellissima, quasi più bella del solito, ma lui non se ne accorge, ha l’impulso di scappare ma lei lo vede in lontananza e gli sorride, ignara di tutto. Mentre gli viene incontro pensa di essere travolto da un’ondata di nostalgia, dall’irrefrenabile voglia di riavvolgere le lancette dell’orologio e tornare a tre quarti d’ora fa. È la malinconia, però, a sorprenderlo, che è pur sempre nostalgia, ma questa volta l’oggetto di quest’ultima è qualcosa di mai avvenuto. Cosa significa? Vuol dire che il suo amore non era altro che un’enorme menzogna sostenuta da innocenti bugie? O forse non gli è concesso ricordare, perché non ne è più degno? Ormai è disperato e lei è sempre più vicina, perciò prova a fare ciò che sa fare meglio, fingere. Smette di sudare. La ama di nuovo. Come mezz’ora fa è di nuovo innamorato, innamorato per davvero, non sta fingendo, o forse sì, non riesce più a cogliere le differenze. Forse amare e fingere di amare sono la stessa cosa, forse la finzione è la forma più pura dell’amore. Non era l’amore per lei che aveva smarrito ma la capacità di amare in generale, la tendenza ad essere attraversato, influenzato dall’essenza delle cose che lo circondano, la necessità di cambiare, di evolvere, di mutare proprio in virtù del mondo circostante e dell’amore per esso. Pensava che l’amore fosse il mezzo per scoprire la crepa, ma, in fondo, non era altro che la crepa stessa. Non poteva che essere l’amore quel sentimento tanto forte, quel particolare di un carattere a costringere entrambi alle insicurezze, alle fragilità, ai dubbi, al dolore solo in nome di quest’ultimo. Era svanito all’improvviso per punirlo, per mostrargli il valore del dono che non si rendeva conto di possedere. Ma allora era questo quello che cercava, quello che voleva, rendersi conto che l’unico mezzo per resistere alle proprie sofferenze era anche l’unico a causarle. Non conosce la risposta a queste domande e sa che nemmeno lei le conosce ma vuole parlargliene, vuole provare a scorgere il limite netto tra realtà e finzione, vuole essere sincero proprio per vedere se, anche con lei, con la ragazza che ama, la sincerità possa ancora esistere e non soccombere sotto il peso del loro continuo mutamento. Non dirà qualcosa di apprezzabile, di accettabile, di carino, dirà qualcosa di vero. Sono uno davanti all’altra, si guardano per secondi interminabili, quasi come se lei gli stesse dando l’occasione di cogliere l’opportunità che tanto ha desiderato. Sta per dire qualcosa ma lei lo anticipa con voce stupefatta. “Guarda, hai tutte le scarpe sporche”, gli dice guardando verso il basso. Anche lui abbassa lo sguardo. “Hai ragione, non me ne ero accorto”.
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