Il fumo è affascinante perché è sfuggente, temporaneo. Danza sul confine dell’esistenza, è in bilico tra ciò che esiste e ciò che non esiste, testimone della fugacità delle cose. Questi pensieri lo sfiorano con delicatezza, la stessa delicatezza con la quale fuma la sua sigaretta sul retro del locale. Guarda l’orologio: 17.04. Alle 17.10 al massimo si accorgeranno della sua assenza e dovrà riprendere il turno. Ha 6 minuti o giù di lì. Non di più, non di meno. Esattamente il tempo che gli ci vuole per fumare una sigaretta. Si guarda intorno sospettoso, quasi come se stesse facendo qualcosa che non gli è consentito. In effetti è colpevole perché quello è il suo turno e dovrebbe lavorare ma lui sa che sta facendo qualcosa di ben più grave. Si sta appropriando di qualcosa che non gli appartiene, sta provando a capovolgere la relazione di potere che intercorre tra lui e il fumo. Questo, in realtà, non è il suo intento, ma è consapevole che, all’apparenza, lui stia possedendo il fumo, trasformandolo in un suo strumento di svago, sembra che sia lui a decidere l’intensità, la direzione del fumo tramite le sue labbra e il suo fiato. Niente di più lontano dalla realtà. È il fumo a possederlo, a influenzarlo, a determinare la direzione della sua vita. Quando fuma è come se sfregasse una lampada e da essa uscisse un genio sotto forma di vapore. Questo strano tipo di genio, però, non gli domanda quale sia l’oggetto del suo desiderio, bensì glielo mostra. Lui vuole essere il genio, o meglio, quella particolare tipologia di genio che è il fumo. Vuole essere lui, vuole fare ciò che fa lui. Il fumo non dovrebbe esistere, non nasce per un motivo, se non per soddisfare un suo capriccio, e cessa quasi subito di esistere, dissolvendosi nell’aria. Dura più di un sospiro e meno di un soffio, tuttavia esiste. Il fumo non vuole vivere, vive, non vuole esistere, esiste. Non ha bisogno di desiderare e, al contrario suo, non ha bisogno di allontanare la meta della sua corsa per non smettere mai di correre, non ha bisogno di non sentirsi abbastanza per aver un motivo per continuare a volere qualcosa. Il fumo non va alla ricerca del senso della sua vita e, paradossalmente, lo scopre. Il senso della sua vita è vivere la sua vita. Non potrebbe che essere così, è talmente evidente che sembra quasi una stupidaggine. Eppure a lui sembra impossibile vivere in questo modo e, di colpo, gli sembra strano che qualcosa di così diverso da lui possa uscire dal suo stesso corpo. Sta quasi per gettare la sigaretta per terra ma nota che oggi il fumo non si dissolve perché diventa parte della nebbia che avvolge lo stretto vicolo in cui è rintanato. Ricorda la sensazione che ha provato la mattina venendo al lavoro e si rende conto che quella sensazione, in realtà, è un’emozione che si chiama curiosità. Si chiede perché la nebbia gli provochi curiosità ma è una domanda retorica. La nebbia copre, oscura, gli dà l’impressione di scoprire qualcosa che già conosce e, quindi per breve tempo, gli permette di desiderare qualcosa che già possiede. L’architetto Louis Kahn diceva “anche un mattone vuole essere qualcosa”, e non si sbagliava. È stato così sciocco pensare che il fumo non volesse niente, infatti “lui” non desidera altro che la possibilità di vivere, ossia qualcosa che è già di sua proprietà. Sono passati quasi 2 minuti e deve sbrigarsi a finire la sigaretta perciò fuma con ancora più decisione, ma, man mano che aspira, cresce in lui la paura che la sua arroganza possa essere punita. Gli sembra di mancare di rispetto al fumo, gli sembra di mancare di rispetto a sé stesso. Infatti, ai suoi occhi, il vapore che esce dalla sua bocca non ha il potere di riflettere, ma di proiettare. Nel fumo non vede il suo riflesso ma una proiezione di sé nel futuro, una sua possibile versione. Spera di poter diventare fumo e trova ironico che per rendere più concreta la sua esistenza debba aspirare a qualcosa di così astratto. Non è così strano, quindi, che si senta un presuntuoso quando pretende di possedere il fumo, ossia di possedere la versione migliore di sé stesso. Non è un caso, inoltre, che, se tentasse di afferrare il fumo, esso sfuggirebbe per mano sua, anche se, forse, lui tenterebbe di afferralo proprio affinché gli sfugga, considerato che continua ad essere dipendente dalla voglia di volere e dal desiderio di desiderare. Un miagolio stridulo lo fa rinsavire, un gatto vecchio e trasandato lo guarda dall’alto in basso da sopra un cassonetto. Si guardano intensamente per qualche secondo e comincia a sentire qualcosa crescere dentro di sé e diffondersi dalla piante dei piedi fino all’ultimo capello della testa. Sente un qualcosa di estraneo dentro di lui che, però, lo abita da sempre. Qualcosa che spesso ricompare ma di cui si scorda in continuazione. La narrazione di sé. Il gatto diventa testimone, a sua insaputa, di un suo momento profondo e intimo e quindi lui, un lavapiatti che fuma sul retro di un ristorante, diventa qualcosa di più, qualcosa che va oltre il concetto di bellezza o mediocrità, qualcosa di unico. Empatizza con il felino, per un momento diventa lui e vede un giovane uomo che lo guarda fisso con aria stralunata. Finalmente la vita vissuta può diventare vita raccontata. Nel racconto i suoi pensieri, le sue azioni insensate, quei 5 minuti appena passati assumeranno una forma. D’altronde è la funzione del racconto, trasformare ogni avvenimento nell’effetto o nella causa di un altro, attribuirgli un senso, uno scopo. L’empatia, però, gli gioca un brutto scherzo e assume su di sé i sentimenti del gatto, uno in particolare, l’indifferenza. Il gatto è indifferente nei suoi confronti, non racconterà di lui, non lo ricorderà, e,se lo farà, lo farà in maniera estremamente superficiale senza dare peso alla finezza delle sue elucubrazioni. Cerca di scordarsi di ciò che ha appena fatto perché se ne vergogna profondamente. Ricade spesso in questo tranello e si fa trascinare dall’illusione che ciò che lui pensa che gli altri pensino di lui sia effettivamente ciò che pensano di lui. Cerca di vedersi con gli occhi delle persone che lo circondano per non guardarsi con i suoi, con degli occhi così incapaci di giudicare se ciò che fa, se ciò che è, sia giusto o sbagliato. Il gatto scende goffamente dal cassonetto e gli si avvicina insospettito, poi, d’un tratto, comincia a fissarlo con grande intensità. La nebbia si interpone tra i due e, normalmente, renderebbe impossibile vedere più in là del proprio naso ma, in fondo, la nebbia è fumo e quindi è come se proiettasse lo sguardo del gatto a 2 centimetri dal suo. In quegli occhi semichiusi vede riflessa tutta la sua impotenza, tutta la sua incapacità di vivere, tutto il suo bisogno insoddisfatto di essere un soggetto con un senso proprio. Non sopporta tutto ciò e, per liberarsene, scaglia quel poco rimasto della sigaretta in direzione dello sfortunato e incolpevole animale, il quale sgattaiola via al meglio delle sue possibilità e viene inghiottito dalla nebbia. I 6 minuti sono passati ma lui è furioso, non vuole rientrare. È fuori di sé, assalito da un forte sentimento di ribellione. Gli sembra così ingiusto essere perseguitato da una coscienza che desidera rendere normale, gestibile quella grande anomalia che è la vita. Poi la rabbia lascia spazio alla disperazione. Improvvisamente vuole rincorrere il gatto, trovarlo e costringerlo a dirgli quale sia il suo scopo, quale sia il modo giusto di vivere. Non importa se non potrà dirglielo, lui lo capirà dai suoi occhi, riuscirà a scorgere ciò che gli serve. La poca dignità che gli rimane gli impedisce di compiere un gesto tanto umiliante. Deve comunque fare qualcosa, sente la nausea e il ribrezzo che gli avvolgono lo stomaco. Il suo corpo si muove da solo, va verso la porta per rientrare nella cucina. Gli sembra plausibile chiedere alle altre persone. Chiederà ai camerieri, ai cuochi, agli altri lavapiatti quale sia il loro scopo, insisterà finché non glielo diranno e non smetterà finché non sarà soddisfatto della loro risposta. Sì, lo farà, la prossima volta sarà il gatto a temere il suo sguardo, sarà il fumo ad essere suo, sarà la sua rivincita, il suo estremo atto di coraggio a discapito dell’apatia generale. Afferra con forza la maniglia della porta e la tira verso di sé ma quest’ultima si apre troppo velocemente rispetto alla forza impiegata. Infatti un secondo dopo è sull’uscio insieme all’aiuto-cuoco che aveva aperto la porta nello stesso momento. Vorrebbe dire qualcosa ma ogni sentimento così forte fino a un momento prima si è placato, sono le 17.12 ma è come se fossero le 17.04, è come se nulla fosse accaduto, tutto ciò che è stato in questi pochi minuti è scomparso senza un motivo apparente così come senza un motivo apparente si era sviluppato in lui. Mentre le sue emozioni si dissolvono come la nebbia sul vicolo, l’aiuto cuoco gli parla con gentilezza: “Tranquillo, non dirò niente, è da un po’ che ti vedo uscire sul retro a quest’ora. Ma, per curiosità, cos’è che fai sempre alla solita ora?” Lui lo guarda con aria inebetita per lunghi secondi, poi abbassa lo sguardo: “Fumo”.
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