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Gaza 18 Luglio: Piazza bella e teofilo tra bombe e 500 tonnellate di aiuti
Gaza 18 Luglio: Piazza bella e teofilo tra bombe e 500 tonnellate di aiuti

Gaza 18 Luglio: Piazza bella e teofilo tra bombe e 500 tonnellate di aiuti

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
pubblicazione
18/07/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

3

8 luglio 2025 — Un gesto nuovo e coraggioso: il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, creato cardinale da Papa Francesco nel 2023, e il Patriarca greco-ortodosso Teofilo III sono entrati fisicamente nella Striscia di Gaza per portare 500 tonnellate di aiuti umanitari e incontrare la comunità palestinese colpita. Grazie alla loro mediazione, è stato possibile far entrare centinaia di tonnellate di scorte alimentari, kit di primo soccorso e attrezzature mediche, oltre a garantire il passaggio sicuro dei feriti gravi verso strutture sanitarie al di fuori di Gaza. L’ingresso dei patriarchi rappresenta una sfida su più fronti: da un lato, una sfida morale rivolta ai governi occidentali; dall’altro, una sfida fisica nei confronti del governo israeliano, il quale, come ha dichiarato il ministro italiano Antonio Tajani, dovrà «interrompere le azioni militari e garantire la sicurezza totale dei due inviati nella loro missione umanitaria.» Un gesto politico che andava fatto molto tempo fa non pre un singolo prete della santa chiesa ma per i migliaia di palestinesi massacrati. E in effetti, mentre i due patriarchi parlano con i sopravvissuti tra i banchi anneriti della chiesa distrutta, nuove bombe cadono su Khan Younis e Jabalia.

Almeno 14 persone perdono la vita in poche ore, e nessun aiuto umanitario riuscirà a raggiungere quei luoghi, perché nessun prete verrà colpito… Tutto questo accade solo un giorno dopo il bombardamento che ha colpito la Chiesa cattolica della Sacra Famiglia — l’ultimo luogo di culto cristiano ancora attivo a Gaza e il motivo dell’ingresso dei patriarchi. Era la mattina del 17 luglio: i colpi, sparati dai carri armati Merkava israeliani, hanno centrato l’edificio mentre al suo interno si trovavano circa 500 civili, in gran parte sfollati palestinesi. Il parroco, padre Gabriel Romanelli, è rimasto ferito a una gamba.

Tra i civili, almeno due persone sono state gravemente colpite: un bambino con disabilità e un anziano.

Inizialmente si era parlato di due vittime tra le donne presenti, poi smentite dal Patriarcato Latino… fino alla verità emersa ore dopo: tre morti e undici feriti. Solo due giorni prima, un altro attacco aveva colpito l’area circostante la parrocchia, senza causare feriti; un chiaro colpo d’avvertimento che però non ha fermato l’attività della chiesa e di padre Romanelli, impegnato da oltre venti mesi a Gaza per trasformare la sua chiesa in un rifugio. Ma ormai nemmeno i templi sono luoghi sicuri. Nn aneddoto che alcuni di voi ricorderanno: fino alla sua morte, Papa Francesco chiamava padre Romanelli ogni sera alle 20 per pregare insieme: impresse nella memoria le immagini delle videochiamate di Bergoglio con la comunità di Gaza che frequentava la chiesa; e la sua solita domanda: «Avete mangiato oggi?» Ma a Gaza, il massacro procede inesorabile. In occidente, resta lo spazio ad una sola domanda, la solita: che fine hanno fatto le trattative di pace? Proseguono, si dice, tra mille ostacoli, con la mediazione di Egitto, Qatar e Stati Uniti che, come tutti sappiamo, sono paesi fortemente diplomatici... Nei primi giorni di luglio, al Cairo, le delegazioni hanno discusso una proposta in tre fasi: rilascio dei prigionieri israeliani, ritiro graduale delle truppe israeliane da Gaza e avvio della ricostruzione con garanzie internazionali. Il nodo centrale resta il rilascio simultaneo degli ostaggi israeliani, ormai difficile credere ne sia rimasto anche solo uno vivo, e dei detenuti palestinesi. Tel Aviv chiede garanzie sulla fine del controllo di Hamas sulla Striscia, mentre il movimento islamista pretende il completo ritiro israeliano prima di ogni rilascio. Gli Stati Uniti hanno definito le proposte “concrete”, pur riconoscendo che la distanza tra le parti rimane profonda.

Nel frattempo, l’Europa precipita nel caos, oltre che finanziario, anche etico: non ha ancora sospeso ufficialmente alcuna delle sue partnership strategiche con Israele, né ha introdotto sanzioni vincolanti. Sebbene in più risoluzioni del Parlamento europeo sia stata espressa “profonda preoccupazione per le violazioni del diritto umanitario a Gaza”, il Consiglio UE ha mantenuto attivi gli accordi commerciali, scientifici e militari con Tel Aviv, sembra che l'unico modo per interrompere questa alleanza sia che, l'esercito israeliano, drogato d'onnipotenza, bombardi anche Bruxelles e apra un fronte occidentale. E in Italia? La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito l’attacco “inaccettabile”: «I raid israeliani su Gaza colpiscono anche la Chiesa della Sacra Famiglia. Sono inaccettabili gli attacchi contro la popolazione civile che Israele sta compiendo da mesi. Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento.» Insomma, Meloni s’indigna, ma firma ancora l’intesa con Tel Aviv dimenticando che, le armi che hanno colpito il sacerdote, probabilmente sono nostre. Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ieri, ha espresso una ferma condanna: “Gli attacchi dell'esercito israeliano contro la popolazione civile a Gaza non sono più ammissibili. Nel raid di questa mattina è stata colpita anche la Chiesa della Sacra Famiglia, un atto grave contro un luogo di culto cristiano. Tutta la mia vicinanza a padre Romanelli. È tempo di fermarsi e trovare la pace.” Non serve che io ne parli, c'è l'articolo della mia collega Manal nel mensile di luglio che spiega esattamente il mio punto di vista.

Autore

Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi

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