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Caldo letale e armi verdi: l’Europa brucia mentre il riarmo nasconde la crisi climatica
Caldo letale e armi verdi: l’Europa brucia mentre il riarmo nasconde la crisi climatica

Caldo letale e armi verdi: l’Europa brucia mentre il riarmo nasconde la crisi climatica

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
pubblicazione
02/07/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
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3

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climaclimaambienteambiente

«Ogni morte causata dal caldo può essere evitata». La frase è di Clare Nullis, portavoce dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM), agenzia delle Nazioni Unite. Un monito che suona come una condanna. Perché oggi — 2 luglio 2025 — l’Europa intera annaspa sotto ondate di calore senza precedenti, e l’Italia, tra bollini rossi, frane e grandinate, sembra diventata il laboratorio climatico di un mondo che non ascolta.

L’ultimo allarme dell’OMM è inequivocabile: il riscaldamento globale causato dalle attività umane rende il caldo estremo «più frequente e più intenso». Non è una proiezione per il 2050, ma la fotografia del presente. L’Europa è il continente che si sta scaldando più velocemente, con un aumento medio delle temperature doppio rispetto alla media globale (fonte: Copernicus Climate Change Service). Un dato allarmante, che dovrebbe scuotere le coscienze. E invece, proprio nel mezzo di questa emergenza, l’Unione Europea valuta di allentare i propri impegni: permettere agli Stati membri di raggiungere il target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 acquistando crediti verdi all’estero. In parole semplici: inquinare qui, compensare altrove.

Mentre Bruxelles discute di "flessibilità climatica", un'altra voce — quella dei bilanci pubblici — parla chiaro: il riarmo è diventato priorità. La nuova agenda europea per la difesa comune, accelerata dagli scenari geopolitici post-2022, prevede investimenti senza precedenti in mezzi, tecnologie e infrastrutture militari. Solo nel 2025, la Commissione Europea ha stanziato oltre 100 miliardi di euro per il comparto difesa. Ma quale sarà l’impatto ambientale di questa corsa agli armamenti?

Secondo uno studio del Conflict and Environment Observatory, l’industria bellica è tra le più inquinanti al mondo: tra produzione, trasporto e utilizzo dei mezzi militari, il settore emette in media il 5,5% delle emissioni globali di CO₂. Un solo aereo da caccia può bruciare fino a 12.000 litri di carburante all’ora, con emissioni paragonabili a quelle di centinaia di automobili. Le nuove commesse per droni, carri armati, sommergibili e basi NATO rafforzate in Europa aggraveranno ulteriormente l’impatto climatico.

Il paradosso è evidente: mentre si chiedono sacrifici ai cittadini in nome della transizione ecologica, si stanziano miliardi per attività ad altissimo impatto ambientale, spesso esenti da obblighi di trasparenza climatica. Il riarmo europeo rischia di diventare un gigantesco buco nero di emissioni, escluso dal dibattito pubblico in nome dell’urgenza strategica.

Eppure, come ha ricordato António Guterres, segretario generale dell’ONU, «non ci sarà sicurezza se la casa comune brucia». Le crisi non si escludono: si sommano. E la crisi climatica, silenziosa ma radicale, resta la più minacciosa di tutte.

C'è qualcosa di stonato, se non di cinico, in questa contabilità climatica. Perché mentre a Bruxelles si discute di “flessibilità”, nel Sud Italia si contano i danni. Frane improvvise, allerte meteo, temperature superiori ai 40°C: dal Piemonte alla Sicilia, luglio è cominciato sotto il segno dell’instabilità estrema. Solo nelle ultime 48 ore, la Protezione Civile ha diramato avvisi di criticità per ben quindici regioni. Non si tratta più di eventi straordinari: è il nuovo ordinario.

E come ogni cambiamento epocale, il riscaldamento globale presenta il conto. Natalia Alonso Cano, dell’Agenzia ONU per la Riduzione del Rischio Disastri (UNDRR), ha stimato danni diretti per oltre 200 miliardi di dollari l’anno tra il 2001 e il 2020. Se si includono perdite indirette e danni agli ecosistemi, la cifra sale a 2.300 miliardi. L’Italia, fragile e costiera, paga due volte: con il dissesto idrogeologico e la perdita di biodiversità.

Il caso del Paracentrotus lividus — il riccio di mare viola — è emblematico. Uno studio pubblicato su Scientific Reports rivela come questa specie chiave del Mediterraneo stia scomparendo. Non solo per l’overtourism e la pesca intensiva, ma anche per il riscaldamento delle acque. Le campagne di monitoraggio condotte in Sicilia e Puglia hanno registrato densità inferiori a 0,2 individui per metro quadrato: mai così poche. E non importa se le aree siano protette o meno — il mare è ormai troppo caldo ovunque.

«È una crisi ecologica e culturale», dice il biologo Andrea Toso. Perché il riccio non è solo un ingrediente pregiato delle nostre tavole, ma un ingranaggio fondamentale degli ecosistemi costieri. La sua scomparsa è il sintomo di un collasso più ampio, che coinvolge anche i predatori, le praterie marine, le economie locali.

I dati scientifici non lasciano margine di interpretazione. Il Global Modeling and Assimilation Office della NASA, con un’animazione recentemente pubblicata, mostra l’aumento inarrestabile delle temperature globali tra il 15 e il 30 giugno. Ma l’aspetto più inquietante non è tanto il caldo, quanto la nostra incapacità di rispondervi in modo coerente.

Perché se davvero «ogni decesso da caldo si può prevenire», come ha detto Clare Nullis, non basta aprire le tende dei pronto soccorso o distribuire bottigliette d’acqua nei parchi. Servono piani nazionali, investimenti strutturali, un cambio radicale del modello energetico. E serve — soprattutto — una politica che guardi oltre il calendario elettorale.

Oggi in Italia è emergenza, domani sarà normalità. Eppure sembriamo incapaci di riconoscere l’urgenza, come se il termometro fosse guasto e la febbre immaginaria.

«Governare è far credere», diceva Indro Montanelli. Oggi, forse, governare significa non far finta di non vedere. Non si governa il clima, ma si possono governare le azioni. E il tempo per scegliere è (quasi) finito.

Autore

Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi

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