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Cristiano Lobbia: resistere contro un’Italia corrotta
Cristiano Lobbia: resistere contro un’Italia corrotta

Cristiano Lobbia: resistere contro un’Italia corrotta

autore
Riccardo MaradiniRiccardo Maradini
mensile
Mensile di Aprile 2025Mensile di Aprile 2025
pubblicazione
15/04/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

3

tag
resistenzaresistenza
Paesi
🇮🇹Italia

Oggi cercherò di narrarvi una vicenda storica che in pochi conoscono e che spiega come questo paese, fin dai suoi primi anni di vita, ha avuto a che fare con il cancro della corruzione: stiamo parlando dello scandalo della Manifattura Tabacchi e di Cristiano Lobbia.Siamo nel 1869. La capitale del regno d’Italia è stata da poco trasferita da Torino a Firenze per fare credere ai Francesi che l’Italia non era interessata a conquistare Roma per farne la propria capitale; sennonché, quando Napoleone III fu sconfitto nella guerra Franco-Prussiana e le armate francesi non erano più in grado di difendere il Santo Padre, Roma venne presa con la breccia di Porta Pia e fu fatta capitale del Regno d’Italia. Qui entra in scena un altro personaggio, Pietro Bastogi: nato nel 1808 a Livorno da una famiglia di commercianti, da giovane fu un mazziniano convinto. Ma, come tutti quelli che passano dall’essere incendiari all’essere pompieri, cambia presto idea. Nel 1848 presta molti soldi al Granduca di Toscana, Leopoldo II, per consentirgli di reprimere i moti rivoluzionari che chiedevano l’unità d’Italia; poi, da ministro delle finanze del Regno d’Italia, deciderà di porre a carico del bilancio dello stato unitario i debiti degli stati preunitari, in modo da riavere indietro i soldi prestati a Leopoldo II. In pratica fa pagare al neonato stato i suoi debiti personali. Poi, nel 1862, si occupa delle ferrovie meridionali, ma fu censurato dal parlamento per sospetti di corruzione (vi fu un'inchiesta, avviata nel luglio 1864, che si concluse con una dichiarazione di censura nei confronti di Bastogi e di altri deputati della Destra Storica) e per questo dovette dimettersi.Ma torniamo al 1869.  Per colmare l’enorme debito pubblico il governo decide di vendere la Regia Manifattura tabacchi, una delle poche aziende floride in mano allo stato, in quanto allora il vizio del fumo era assai diffuso. Vi erano due cordate disposte a comprarla: una cordata di imprenditori Francesi, che si offre di pagare subito la somma richiesta in contanti, e una cordata italiana, capitanata dal chiacchieratissimo Bastogi, che offre meno soldi dei francesi e propone un metodo di pagamento assai fumoso. Contro ogni logica economica, vince la cordata capitanata da Bastogi. Di fronte all’inspiegabile scelta, la sinistra garibaldina e mazziniana all’opposizione chiede a gran voce una commissione d’inchiesta per chiarire come sono andati davvero i fatti, ma la maggioranza fa quadrato col governo e la nega. È il 5 giugno 1869 quando, nel mezzo di una tumultuosa seduta in Parlamento, Cristiano Lobbia, deputato garibaldino, scaglia il suo j’accuse. Di fronte a un uditorio allibito il deputato asiaghese mostra due buste, denunciando di essere in possesso di documenti importantissimi sullo scandalo della concessione sui monopoli dei tabacchi, che proprio in quei giorni riempie le pagine dei giornali. La domanda che tutti si pongono è: cosa c’è nei plichi di Lobbia? Le prove della corruzione di decine di deputati? Forse si arriva a coinvolgere addirittura la Corona? A quel punto il parlamento avvia la commissione d’inchiesta e come primo atto convoca Lobbia.Ma chi è Lobbia? Cristiano Giovanni Andrea Lobbia è un asiaghese onesto, innamorato dell’Italia e della libertà e molto testardo. Classe 1826, si laurea in ingegneria a Padova, dove partecipa all’insurrezione contro gli austriaci dell’8 febbraio 1848. Amico stimato di Garibaldi, cacciatore delle Alpi e poi garibaldino, nel 1867 entra in Parlamento. Qui si mette in luce per la competenza e l’integrità morale. Dopo il suo discorso in parlamento Lobbia diventa in pochi giorni un eroe nazionale, un simbolo della lotta alla corruzione. Questo però gli costerà caro, fino a distruggere la sua vita.Nella notte fra il 15 e il 16 giugno 1869, in via dell'Amorino a Firenze, Lobbia subisce un vile attentato; un sicario cerca di pugnarlo, ma Lobbia riesce a farlo scappare dopo averlo ferito con un colpo di pistola.  Poco tempo dopo Lobbia, passeggiando sempre per Firenze con un amico, si accorge di essere pedinato e va da una pattuglia di regi carabinieri a sporgere denuncia. Si scopre che colui che pedina Lobbia è un ex frate, ridotto allo stato secolare in quanto pederasta (reato considerato scandaloso all’epoca e assimilato alla pedofilia). Questi si difenderà dicendo di averlo cominciato a seguire in quanto credeva che l’Asiaghese lo stesse corteggiando. La stampa filogovernativa avvia a questo punto una violentissima campagna di stampa per delegittimare la figura di Lobbia come testimone, secondo il seguente teorema:” ma se costui si è inventato un pedinamento, come si possono ritenere credibili le sue accuse sullo scandalo della manifattura tabacchi?”.A quel punto la campagna contro Lobbia va avanti e si intensifica: la polizia intimidisce i 13 testimoni dell’attentato a Lobbia, affinché dicano di non ricordare nulla; si scoprirà poi che molte testimonianze provenivano da prostitute, figure altamente ricattabili, in quanto, per esercitare la loro professione, avevano bisogno di un permesso rilasciato dalla polizia stessa. Il ministro della giustizia Pironti (da cui all'epoca dipendeva il potere giudiziario) affida l'inchiesta sull'agguato al conte De Foresta, trasferito appositamente da Bologna, che allestisce un processo-farsa al termine del quale Lobbia viene condannato per simulazione di reato. Anche la sinistra di Crispi, all’inizio solidale con le sue posizioni, abbandona al suo destino il deputato, al quale viene persino negata l’immunità parlamentare. È l’amaro epilogo della vicenda. Lobbia farà ancora in tempo a mostrare il suo valore nella guerra franco-prussiana, quando con il drappello di volontari garibaldini conquista sul campo i gradi di generale della neonata Repubblica Francese. Ormai però la vittima è stata trasformata in un mitomane: “l’unica persona perbene, e quindi paradossalmente l’unico a pagare in questa vicenda”, dice oggi Gian Antonio Stella. Cristiano Lobbia, precocemente invecchiato e malato, muore il 2 aprile 1876 a Venezia, dove è da poco tornato per esercitare la professione di ingegnere. Poco più di un anno prima la corte d'appello di Lucca lo ha definitivamente assolto da ogni accusa, criticando a fondo il lavoro compiuto sei anni prima dai giudici fiorentini.  Poco tempo fa il Comune di Asiago ebbe l’idea di realizzare una statua di ghiaccio in onore del coraggioso generale; ma purtroppo il sole fece sciogliere la statua e da quel momento in Italia nessuna ricorda più il nome di Cristiano Lobbia. In compenso il nome di Bastogi campeggia tuttora nei corsi della Borsa e nei templi affaristici di tutt’Italia. A sentire questa storia viene spontanea una domanda: quando si riuscirà a sconfiggere in Italia il virus della corruzione?

Autore

Riccardo MaradiniRiccardo Maradini

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