La casa non era. La casa non era. La casa non era che missiva rispedita al mittente per irraggiungibilità del destinatario. Ho traslocato le braccia consumate dai sorsi di vita. Ho azzerato le inquietudini del fiato per farmi frangente del vostro dolore. Tenere e tenui le mie zampette nei reparti dei traumi anziani come chi fa visita alle rovine di un grido. Anche silenzioso e raffinato il mio ruolo mimetico nelle botte ricevute abbiamo spartito l'acqua delle lacrime desertificandone il ricordo. Casa in un continuo commiato. Casa afflitta da ruvidità umana. Casa matrioska difettosa che si fa prigione di vuoti stratificati come una purificazione attraverso assenza o biasimo per estinzione di massa ignifuga Casa annegata nella polvere del silenzio. Casa ferita per urlo violento di donna. Entrare e scappare e ritornare. Brevi componenti di un DNA abbandonato tra macerie elemosinanti buio. Ero anche io lo giuro in quel giro di sangue vivo, ero anche io bambino cicatrice foglietto macchiato di timidezze, anche io lo ero utensile dell'ira e alunno di vaghezza, io rispondevo alle procedure cardiache quando gli infermieri del piano di sopra domandavano: "È suo il corpo?" È mio questo corpo. È mia questa casa che dirige le colonne di briciole sui davanzali dell'essere. E mia anche questa cornice di esitazioni che esaudisce le richieste delle officine di tarassaco. Mi assale una voglia urticante frenetica di farmi inghiottire dalle viscere della mia anima, irrompere nel salotto dove lei dorme, solo così il male abbraccerà il proprio fedele in questo modo, solo sentirò la puntura e schiaccerò il sangue delle falene sotto terra, così sì così madre terra accoglierà il dolore col pentimento della carne debole e assaggerà l'essenza della voce direttamente dalle urla del figlio.
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