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La parola italiana “città”, come la maggior parte dei lemmi della nostra lingua, deriva dal termine latino civitas la cui radice proviene da civis ovvero cittadino. Per i romani la parola civitas non indicava le strutture delle case, le strade o le piazze, ma la comunità dei cittadini e i loro diritti politici. Una città, di per sé, oltre ad essere un intrico di piazze, strade e case è soprattutto costituita dalle persone che l’abitano, le quali ne condividono la memoria e il patrimonio culturale. Così intendendola, la città diventa un organismo vivente che nel tempo ha visto sedimentare su di sé un crocevia di memorie collettive, di radici e di identità sociale. La cultura, intesa nel suo significato etimologico di coltivare, dal latino colere, costituisce il patrimonio su cui una comunità cittadina può riconoscere il proprio passato, comprendere il presente e progettare il futuro. Quando questo patrimonio storico e culturale viene abbandonato al degrado, ignorato, si assiste a una progressiva perdita d’identità e di memoria civile.
Proprio per contrastare questa deriva, nel panorama legislativo contemporaneo, il riconoscimento del patrimonio culturale come fondamentale per l’identità non solo individuale, ma anche collettiva, è stato formalizzato a livello internazionale dalla Convenzione di Faro (formalmente Convenzione quadro del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale per la società), firmata il 27 ottobre 2005. Il trattato descrive i beni culturali non più come oggetti statici riservati alla fruizione elitaria o alla contemplazione estetica, ma come una risorsa essenziale per garantire la coesione sociale e il benessere democratico. È un cambio di prospettiva radicale: la cultura diventa un diritto umano, un bene comune dei cittadini, i quali hanno il diritto e il dovere di chiederne la tutela. Sposta dunque l’attenzione dal semplice oggetto materiale alla comunità che lo vive. La ratifica della Convenzione, avvenuta in Italia con la legge n. 133 del 1° ottobre 2020, impone alle istituzioni pubbliche di promuovere una gestione condivisa dei beni e ascoltare le istanze delle comunità locali che si mobilitano per la salvaguardia della memoria civile.
Tuttavia, tra i principi internazionali di tutela e la realtà dei fatti si consuma spesse volte una profonda frattura, un esempio della quale è rappresentato dallo Xenodochio di Quingento, situato lungo la Via Emilia Est, nel Comune di Parma. Nato prima del XV secolo e adibito a ospizio gratuito per pellegrini, viandanti e forestieri, s’inserisce nella tradizione d’ospitalità che Parma vanta fin dall’alto Medioevo, come dimostra anche l’antico ospizio legato al Palazzo Vescovile situato in Piazza Duomo.
Nonostante la sua immensa rilevanza storica, l’ospizio di Quingento versa oggi in uno stato di profondo e inaccettabile degrado. Caratterizzato da un ampio portico a capanna aperto verso la strada, concepito originariamente per offrire immediato riparo dai rigori del viaggio, lo Xenodochio racchiudeva stanzoni per la sosta e il ristoro dei viandanti. Un tempo, le pareti del portico erano impreziosite da decorazioni pittoriche a carattere votivo e devozionale; oggi, purtroppo, tali affreschi sono del tutto scomparsi a causa dell’incuria prolungata e dell’esposizione agli agenti atmosferici. Infatti, questa struttura medievale continua a subire crolli progressivi e la zona circostante è soggetta a problemi di degrado e frequenti scarichi abusivi di rifiuti.
A fronte di questa situazione, il comune di Parma non ha finora avviato né finanziato alcun piano di risanamento o intervento conservativo per lo storico immobile, circostanza dovuta al fatto che esso risulta di proprietà privata, motivo che ha limitato la possibilità d’interventi diretti e la giurisdizione automatica da parte degli enti pubblici. Eppure, in accordo con lo spirito della Convenzione di Faro, la natura privata dell’immobile non può più costituire un alibi per l’inazione. L’edificio è stato infatti segnalato e votato dai cittadini all’interno dei censimenti dei Luoghi del Cuore FAI (Fondo Ambiente Italiano), dimostrando così l’esistenza di una comunità che ne chiede la salvaguardia.
Dunque, perché ancora nulla? Ce ne siamo forse dimenticati? Permettere che lo Xenodochio di Quingento crolli nell’indifferenza generale non significa soltanto perdere un antico edificio in pietra e mattoni; significa cancellare il simbolo stesso dell’ospitalità e dell’accoglienza che ha caratterizzato per secoli il territorio parmense lungo la Via Emilia.
© Punto e Virgola
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