Non ho mai scritto nulla, su questo giornale, che potesse riguardare minimamente il conflitto russo-ucraino: mi sembrava sempre un’impresa al di fuori della mia portata, data la drammaticità degli avvenimenti. Ma poi, scartabellando tra gli articoli del mio archivio, non ho potuto fare a meno di notare un aspetto che mi ha lasciato atterrito: dal 24 febbraio 2022 in poi, data dell’invasione criminale dell’Ucraina da parte di Putin, la linea rossa dell’occidente, riguardo gli armamenti da inviare a Kiev, si è sempre spostata in avanti. All’indomani dell’invasione l’allora cancelliere tedesco Scholz annunciò di aver inviato a Zelensky “5000 elmetti e 30000 kit di protezione”. Era il massimo previsto da Berlino. Ma, come vedremo, nessun limite si è rivelato poi tale.
Nelle settimane successive al 24 febbraio 2022 Londra e Parigi parlano di sostegno politico e aiuti difensivi. Berlino, come abbiamo visto, limita l’intervento al materiale non letale. L’Ucraina, però chiede armi ma la risposta dall’Europa è inizialmente negativa. Gli Usa, invece, spingono per un cambio di passo: Biden sostiene apertamente l’invio di armi, mentre Polonia e Paesi baltici, storicamente ostili alla Russia, iniziano subito ad inviare all’Ucraina armi leggere. L’Italia, guidata all’epoca da Mario Draghi, opta anch’essa per il supporto non letale. La Spagna, come l’Unione Europea, per l’assistenza umanitaria. Solo tre giorni dopo, il 27 febbraio 2022, si verifica una svolta politica. Scholz annuncia un fondo straordinario per la difesa e un cambio di linea sugli aiuti militari: “La Germania fornirà all’Ucraina armi per la difesa del Paese”. Arrivano così armi leggere, munizioni, sistemi anticarro. E Zelensky annuncia il raggiungimento di “un punto di svolta strategico nella guerra con la Russia”.
Draghi, il 1° marzo 2022, è in Parlamento per far votare la risoluzione sul decreto che dà mani libere al governo per inviare armi all’Ucraina, in deroga alla legge che vieta di esportarne in Paesi in guerra, senza alcun controllo o voto parlamentare, sino alla fine del 2022. In origine la risoluzione prevedeva l’invio di “armi non letali”. Poi, però, il governo getta la maschera: invierà “apparati e strumenti militari”, cioè “armi letali” per la “legittima difesa” ucraina, tipo missili terra-aria Stinger, missili anticarro e anti-elicotteri Spike, mitra e mortai. Si inizierà così a violare l’articolo 11 della Costituzione: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”
Passano alcuni mesi e, in data 30 novembre 2022, Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby, dichiara che gli Usa non invieranno a Zelensky i richiesti missili a lungo raggio “perché non vogliamo vedere un’escalation in Ucraina: sarebbe un male per gli ucraini, per la regione e per la nostra sicurezza”. Ma, con l’inizio del 2023, i bombardamenti russi aumentano. Missili e droni colpiscono infrastrutture energetiche e città e l’Ucraina chiede sistemi di difesa aerea avanzata: i Patriots. Le richieste restano sul tavolo per mesi: le scorte Nato sono limitate e le resistenze politiche forti. Germania e Usa decidono però di procedere: il 20 dicembre Washington sblocca le forniture di missili Patriot, da tempo chiesti da Zelensky, alla vigilia della sua visita alla Casa Bianca. Ma non saranno moltissimi: ogni lanciatore costa dieci milioni di dollari e l’idea ucraina di usarli contro i droni iraniani impiegati dai russi è quantomeno antieconomica. La prima batteria di Patriot arriverà nell’aprile 2023. Zelensky insiste sull’importanza del sistema: “I Patriot salvano vite ogni giorno”.
Berlino e Washington accettano così di ridurre le proprie riserve. La linea rossa si sposta dalle armi tattiche ai sistemi strategici di difesa avanzata. L’Italia contribuisce col sistema Samp/T, condiviso con la Francia, mentre la Spagna offre agli ucraini addestramento e supporto tecnico.
Ma, nel gennaio 2023, si assiste ad un ulteriore passaggio politico rilevante. Dopo mesi di esitazioni, e dopo le dimissioni della ministra della difesa tedesca Christine Lambrecht, che si opponeva alle richieste di Kiev di fornire i mezzi corazzati, Scholz autorizza l’invio dei carri armati Leopard 2. Lo fa solo dopo l’impegno parallelo di Usa e Regno Unito sui carri armati Abrams e Challenger. “Mai da soli, ma in stretta cooperazione”, chiarisce il cancelliere tedesco.
Infatti, il 25 gennaio gli Usa annunciano l’invio in Ucraina di 31 carri armati M1 Abrams per mettere alle strette Berlino. Poi, però, si scopre che gli Abrams americani destinati a Kiev, malgrado ne circolino a migliaia in giro per il mondo, devono ancora essere costruiti. Invece i panzer tedeschi sono pronti e dovrebbero arrivare a fine marzo del 2023. Zelensky sbuffa: “Grazie, ma il numero e i tempi sono cruciali”. Crosetto, dal momento che l’Italia ha cominciato a spedire i missili terra-aria Aspid e lo scudo Samp-T all’Ucraina, avverte che bisognerà procurarsene altri, con nuove spese militari fino al 2% del Pil: sennò restiamo “senza scorte”. E tiene, nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, un discorso per una nuova “cultura della Difesa” che dispieghi le nostre forze armate laddove è messa a repentaglio “la nostra democrazia”, il che richiederà “stabilità nei finanziamenti” per le armi. Bisognerà abbattere i “vincoli legislativi” che oggi frenano “la rapidità militare” e la “capacità autonoma” dei nostri generali. Nello stesso giorno, l’ex ambasciatore Usa alla Nato, Kurt Volker, rivela: “I tank sono una mossa decisiva. Ora Zelensky può vincere la guerra”. La Spagna di Sanchez, per il momento, si limita al supporto logistico.
Intanto, nel maggio 2023, Regno Unito e Francia consegnano i missili a lungo raggio Storm Shadow e Scalp. La gittata supera i 250 km. L’uso è inizialmente limitato al territorio ucraino, in quanto Londra parla di uso difensivo e Macron afferma che “non è in atto una guerra contro la Russia”. Gli Usa inizialmente frenano, temendo un allargamento del conflitto, ma nel novembre 2024 Biden autorizzerà l’impiego dei missili Atacms contro il territorio russo dopo due anni di rifiuti. “Non è stata una decisione semplice per i rischi civili”, spiega il presidente. Nel 2025 gli attacchi colpiscono basi aeree e infrastrutture militari russe. Mosca reagisce aggiornando la propria dottrina nucleare e così l’escalation diventa esplicita. Zelensky rivendica la scelta: “Dobbiamo colpire dove nascono le minacce”.
Parlando di linee rosse, il 27 novembre 2025 il Parlamento europeo vota un pacchetto omnibus per la “prontezza della Difesa”, all’interno del piano di riarmo, che mira ad allentare le normative sugli investimenti nella Difesa al fine di accelerare quelli nelle capacità militari. L’atto giuridico della Commissione, passato nel voto di Strasburgo, sostituisce il termine più ampio “armi controverse” nel testo giuridico con un elenco fisso di “armi proibite”, riferendosi solo alle armi esplicitamente vietate dalle convenzioni internazionali sugli armamenti: armi biologiche, armi chimiche, mine antiuomo, munizioni a grappolo. Tuttavia, non sono incluse le “armi controverse”: dunque, armi nucleari, uranio impoverito, armi laser accecanti, frammenti non rilevabili, armi incendiarie (fosforo bianco), sistemi d’arma autonomi letali, come i robot killer. Nelle valutazioni dei gruppi politici che hanno votato le obiezioni, è del tutto irragionevole non escludere armi controverse come le armi nucleari o i “robot killer”, in quanto l’uso di tali armi compromette gli obiettivi della Convenzione di Parigi per la proibizione delle armi chimiche del 1993, che istituisce l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) con sede a L’Aja. La Convenzione proibisce qualsiasi attività rivolta allo sviluppo, produzione, acquisizione, detenzione, conservazione, trasferimento ed uso di armi chimiche e dei materiali a esse collegati.
Arrivando a questo Annus Domini, Il 6 gennaio 2026, Regno Unito e Francia firmano una dichiarazione congiunta che prevede la creazione di basi militari in Ucraina dopo un cessate il fuoco. È il primo passo verso una presenza fisica occidentale e Keir Starmer, parlandone politicamente da vivo, afferma che “dopo un cessate il fuoco, Regno Unito e Francia imposteranno hub militari per soddisfare i requisiti di difesa ucraini”. Macron ribadisce che la Coalizione dei Volenterosi fornirà garanzie di sicurezza, e a luglio ha ribadito che saranno organizzate esercitazioni militari congiunte nei Paesi vicini all’Ucraina, per validare i sistemi di dispiegamento delle forze e dimostrare la credibilità della coalizione a terra, in acqua e in aria. Zelensky è netto: “Garanzie credibili richiedono presenza sul campo”.
Il 13 luglio, a margine della riunione dei “volenterosi” (un’alleanza intergovernativa flessibile formata da vari Stati europei per coordinare il supporto militare, politico e strategico all'Ucraina e definire garanzie di sicurezza e difesa comune) riuniti al palazzo degli Invalides a Parigi, nove paesi hanno lanciato una “coalizione integrata” contro i missili balistici, che punta a sviluppare in Europa capacità comuni di difesa antimissile insieme all’Ucraina. Il documento, firmato da Francia, Germania, Italia, Danimarca, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia, Regno Unito e Ucraina, parla di cooperazione fondata sulla condivisione della base industriale della difesa per creare una coalizione “puramente difensiva” con l’obiettivo di costruire “una capacità condivisa contro i missili balistici per l’Europa”, in grado di “scoraggiare e neutralizzare future minacce missilistiche”.
Inoltre, si è allargato anche il sostegno finanziario a Kiev: Regno Unito e Ue hanno firmato un accordo che consente a Londra di partecipare al prestito europeo da 90 miliardi che “consentirà all’Ucraina di accedere a una gamma più ampia di fornitori nel settore della Difesa”, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.
Questa escalation sta prolungando una guerra che dura da 4 anni e mezzo e che sta diventando una carneficina: secondo il Center for strategic & International Studies (Csis), i militari ucraini morti tra febbraio 2022 e giugno 2026 sono stati tra i 125 mila e 150 mila, mentre quelli russi sono stati tra i 400 e 450 mila. Il Csis calcola che nel complesso le vittime russe e ucraine della guerra (un dato che include i morti, i feriti e i dispersi) sono oltre 2 milioni (di cui 1,4 milioni russe). A queste vanno aggiunte le vittime civili: secondo l'Onu tra febbraio 2022 e maggio 2026 i civili morti in Ucraina sono stati oltre 16 mila, mentre i feriti tra i civili hanno superato i 46.500. Inoltre, più di cinque milioni di ucraini sono profughi all’estero e si registra un forte calo della natalità tipico dei periodi bellici, fenomeno presente anche in Russia. Per quanto riguarda l’aspetto economico, per la ricostruzione dell’Ucraina si parla di 500 miliardi di dollari, mentre l’UE finora ha concesso prestiti (che vanno restituiti) per solo 300 miliardi di euro. I danni ambientali, poi, sono stimati in decine di miliardi di dollari con la contaminazione di aria, acqua e suolo da sostanze tossiche e metalli pesanti: in quattro anni di guerra, nell’atmosfera sono state immesse oltre 311 milioni di tonnellate di gas serra, tante quante ne produce un paese industrializzato come la Francia in un anno. Inoltre, nelle zone di linea del fronte (come a Lyman) si registrano vasti incendi nelle foreste di pini e molti roghi non possono essere affrontati dai vigili del fuoco poiché i boschi sono fittamente minati, ostacolando anche le successive operazioni di bonifica.
Siamo sicuri che non si debba iniziare a prendere in considerazione l’idea di un negoziato, anche se bisognerà trattare con un dittatore sanguinario come Vladimir Putin?
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