Pedro Sanchez e Luiz Inácio “Lula” da Silva: due politici diversi, per quanto entrambi “socialisti”, ma accomunati da un destino comune: rischiare di perdere e di regalare il loro paese all’estrema destra. Ma cerchiamo di capire cosa sta succedendo.
«Ho deciso di convocare oggi stesso il Consiglio dei ministri, per sciogliere le Camere e convocare elezioni anticipate il prossimo 29 novembre». L’annuncio è arrivato dal premier spagnolo in una dichiarazione istituzionale dal Palazzo della Moncloa dopo la bocciatura, avvenuta venerdì 2 ottobre nel Congresso parlamentare, dei due decreti abitativi elaborati dal governo in risposta alla mobilitazione sociale seguita allo sfratto a Madrid dell’ottantasettenne Maricarmen Abascal. La prima norma – che prevedeva, tra le altre misure, il blocco degli sfratti fino al 2030, la proroga degli affitti vigenti per due anni e un limite all’acquisto da parte dei fondi immobiliari di edifici – è caduta con 176 sì e 179 no, mentre la seconda – quella che prevedeva soltanto il blocco degli affitti a tempo indeterminato – con ben 184 no e soli 166 a favore. Contrari non solo i Popolari con l’ultradestra di Vox, ma anche Junts per Catalunya, il partito indipendentista catalano che aveva già ritirato l’appoggio a Sánchez, lasciandosi mano libera per ogni voto al Parlamento. In Spagna, i sondaggi restituiscono lo scenario di un futuro governo a maggioranza di destra: con il Partito Popolare a quasi il 32% e Vox al 18%, unico partito quest’ultimo a crescere. Mentre il Partito socialista obrero espanol (Psoe) di Sánchez è dato in calo, circa al 25%, percentuale che, seppur sommata alla coalizione di sinistra (che va da Sumar a Podemos, Izquierda Unida a Mas Madrid) non raggiungerebbe la maggioranza. «Finalmente decideranno gli spagnoli», è stata la reazione del leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, che a 65 anni scalda i motori, seppure cosciente che per governare avrà bisogno di Santiago Abascal, il leader dell’ultradestra di Vox con cui governa già in Estremadura, Aragona, Castiglia e Leon e Andalusia. Non a caso, prima ancora dello scioglimento delle Camere, il leader di Vox ha presentato il conto al Pp: “Priorità nazionale, deregulation e remigrazione. È l’ultima opportunità per un’immensa maggioranza di spagnoli e non la perderemo”. Ora Sanchez, dopo 8 anni di governo e 4 crisi, dopo le accuse di corruzione al ministro dei Trasporti (le indagini riguardavano presunte tangenti e irregolarità sugli appalti pubblici per la fornitura di mascherine durante la pandemia da COVID-19), dopo l’incriminazione di José Luis Rodriguez Zapatero, dopo il processo alla moglie Begoña Gomez e dopo il guaio dell’ottantasettenne Maricarmen, sfrattata dai fondi immobiliari, riuscirà a rimanere in sella al paese?
Ma andiamo in Brasile, dove Lula, nel primo turno di queste elezioni, è andato incontro ad un bagno di sangue, come vanno ripetendo gli analisti politici brasiliani. I quasi due punti di vantaggio di Flávio Bolsonaro (figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro) su Lula (47% contro 45%) costituiscono una pesante ipoteca sul secondo turno del 25 ottobre. Il presidente uscente perde in tutte le regioni, eccezion fatta per il Nordest, suo unico grande bastione. Era andata così anche al ballottaggio del 2022, ma allora Lula aveva vinto nel Minas Gerais, regione senza sbocco sul mare a nord di Rio de Janeiro e a sud della regione di Bahia, che risulta essere dal 1989 lo specchio del paese: da quella data chi vince lì vince le presidenziali. Ivi Flávio vi si è imposto di quasi cinque punti. Recuperare oltre 2,2 milioni di voti appare ora un’impresa titanica per Lula. È però nelle elezioni legislative, dove si rinnovavano due terzi dei seggi, che l’estrema destra ha colto il successo più netto. Il Partido Liberal di Bolsonaro avrà da solo un terzo del Senato (28 componenti della Camera alta su 81) ed è riuscito a far eleggere persino Carlos Bolsonaro, il secondogenito dell’ex presidente, e Michelle Bolsonaro, moglie di Jair e matrigna di Flavio. Sul fronte delle alleanze, Bolsonaro ha incassato il sostegno degli altri candidati alle presidenziali per il centro-destra: Michel Temer, Romeu Zema e Ronaldo Caiado. Il candidato del PL punta così a riunire attorno alla propria candidatura gli elettori delle altre forze conservatrici. Nonostante non disponga da solo della maggioranza, Flavio Bolsonaro potrebbe avere margine per ottenere l’approvazione della legge sull’amnistia. Il provvedimento libererebbe suo padre, condannato a 27 anni e tre mesi di carcere, che sta scontando ai domiciliari, per il tentato colpo di Stato dopo la sconfitta alle elezioni del 2022 contro Lula. Potrebbe anche liberare centinaia di manifestanti condannati per l’assalto agli edifici governativi di Brasilia nel gennaio 2023, un attacco considerato dai tribunali come parte dello stesso progetto golpista. Il Senato sarà determinante per il rinnovo della composizione della Corte Suprema: è la camera alta che approva i giudici nominati dal presidente della Repubblica e nei prossimi anni tre giudici (Luiz Fux, Cármen Lúcia e Gilmar Mendes) lasceranno l’incarico per il raggiungimento dei 75 anni d’età. Un Senato favorevole a Flavio Bolsonaro avrebbe quindi conseguenze importanti anche sul futuro orientamento del più alto tribunale brasiliano. Inoltre, il Senato è la camera che può decidere sull’impeachment contro i giudici. Da anni, i sostenitori della famiglia Bolsonaro chiedono la rimozione di Alexandre de Moraes, che si era occupato di seguire il procedimento contro Jair padre. Secondo un conteggio della giornalista Malu Gaspar, ben 49 membri del futuro Senato si sono detti favorevoli all’impeachment di qualche giudice della Corte. Ne servono 54, i due terzi dell’assemblea: una soglia a portata di mano. Le spinte eversive hanno insomma i numeri per qualsiasi forzatura.
Due leader diversi, Lula e Sanchez, ma entrambi hanno commesso un peccato mortale: non si sono mostrati abbastanza proni e servili di fronte al Padrone Statunitense. Donald Trump, dopo Argentina, Cile, Perù, Venezuela e Colombia, punta al "ribaltone" politico nell'ultima grande nazione democratica del Sudamerica guidata dai progressisti. La prospettiva di eleggere un governo ultraconservatore in grado di garantire a Washington un dominio politico-militare ed economico senza precedenti sul continente è la vera posta in gioco del voto; tra i temi al centro del dibattito spicca la proposta di Bolsonaro di aderire allo "Scudo delle Americhe" promosso da Trump insieme ad Argentina, Bolivia, Cile, Ecuador e Paraguay. In Europa, poi, Sánchez è stato l’unico che, sia pure tiepidamente, si era messo di traverso alle pretese di Trump su Nato e spese militari e ora questa opposizione può venire spazzata via, dopo che il Tycoon aveva auspicato che la Spagna uscisse dall’Alleanza Atlantica e aveva minacciato di imporre dazi ai danni del paese iberico.
Voglio pensare che queste siano pure coincidenze e non avrei motivo di pensar male, in quanto indubbiamente Spagna e Brasile sono due democrazie, ma mi vengono in mente le parole di Papa Pio XI: «A pensar male del prossimo si fa peccato, ma spesso si indovina».
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