Nel corso della storia, la scrittura consentì alla civiltà umana di strutturare e trasmettere le proprie conoscenze, di sviluppare un pensiero critico su di esse. Una competenza che oggi sembra avere sempre meno rilevanza, persino in quelli che dovrebbero essere i più alti luoghi del sapere: le università.
Un esempio emblematico di questa tendenza è stato la chiusura come unità indipendente dell’Harvard College Writing Center, nel luglio 2026. Una struttura che offriva assistenza gratuita e mirata agli studenti per migliorare le loro capacità di scrittura e analisi critica. La direttrice del centro, Jane Rosenzweig, è stata licenziata e le funzioni ricoperte dalla struttura verranno accorpate all’Academic Resource Center. Ufficialmente, le motivazioni riguardano tagli economici e riduzioni del personale: l’ateneo ha infatti registrato nel 2025 un deficit di circa 365 milioni di dollari, scaturito dallo scontro con l’amministrazione Trump dello stesso anno e dal conseguente blocco temporaneo dei sussidi e delle borse di ricerca federali.
Questa scelta ha generato moltissime polemiche tra docenti, tutor e studenti, i quali, come si legge sull’Harvard Crimson, quotidiano studentesco, si chiedono quanto seriamente l’università prenda in considerazione l’apprendimento “umano”. Infatti, normalizzare l’uso dell’IA a discapito della scrittura autonoma, significa, in parte, spingere gli studenti verso una progressiva perdita di spirito critico. Dall’autunno 2024 l’ateneo promuove e integra attivamente l’uso di strumenti Chatbot premium per la didattica, la ricerca e l’amministrazione. Inoltre, da inizio settembre, David Deming, professore di economia presso l’ateneo, ha suggerito l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei corsi intensivi di scrittura, considerando gli algoritmi come tutor sempre accessibili, capaci di assistere gli studenti nella creazione e stesura dei propri testi. Tuttavia, questa visione utilitaristica confonde il prodotto con il processo. Come fa notare il professore di storia della filosofia Peter E. Gordon, tale introduzione non farebbe altro che peggiorare il livello di attenzione degli iscritti e potrebbe disincentivare gli studenti dallo sviluppare individualmente le proprie riflessioni, incoraggiandoli a far affidamento su resoconti convenzionali generati dalle nuove tecnologie. Chiudere il centro di scrittura di Harvard ha tolto autonomia a uno spazio autentico per affinare la propria capacità di giudizio e salvaguardare l’indipendenza intellettuale, come ha ribadito la professoressa di storia francese Mary D. Lewis: «in un momento in cui dovremmo affrontare il problema di come evitare di delegare eccessivamente il lavoro cognitivo della scrittura all’IA, il College ha deciso di licenziare i suoi istruttori di scrittura più esperti».
Indubbiamente, è in corso un complesso cambio di paradigma riguardo l’insegnamento e l’apprendimento scolastico con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ma ciò che più preoccupa di questa decisione è il messaggio pedagogico che dietro vi si cela: coltivare la propria capacità di scrittura e di pensiero critico non è più una priorità, nemmeno per l’ambiente universitario. Scrivere è un processo cognitivo complesso che richiede attenzione, fatica, riflessione e tempo. Nel momento in cui scegliamo di delegare questa fatica ad un algoritmo per risparmiare tempo, non stiamo solo velocizzando un compito, ma stiamo rinunciando all’architettura stessa del nostro pensiero.
Se smettiamo di dare struttura ai nostri pensieri, cosa rimane di davvero autentico nella nostra conoscenza?
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