Remigrazione: l’illusione di una parola nuova per vecchie discriminazioni
Nel dibattito politico della destra radicale, a partire dalle posizioni avanzate da movimenti come Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, si sente parlare sempre più spesso del concetto di "remigrazione". Presentato dai suoi sostenitori come un’ipotesi innovativa per la gestione dei flussi migratori, questo termine racchiude in realtà politiche ben note di espulsione, rigida selezione ed esclusione sociale. Per una prospettiva progressista e di sinistra, si tratta di una narrazione fallimentare sotto molteplici aspetti. Sul piano filosofico, la remigrazione riduce l'essere umano a un semplice fattore contabile o a un "corpo estraneo" da rimuovere, dimenticando che la persona non è una risorsa da spostare a piacimento, ma un soggetto dotato di dignità, diritti e capacità di scegliere il proprio destino. Sotto il profilo sociologico e antropologico, questa visione nega l'essenza stessa delle società umane, che si sono da sempre structured attraverso il meticciamento, lo scambio culturale e la mobilità. Se si analizzano le linee guida e il programma politico di Vannacci, emerge chiaramente l'idea che la differenza culturale sia un elemento incompatibile, una minaccia all'identità tradizionale da cui difendersi o da riassimilare con la forza. È proprio questa impostazione ideologica a rilevarsi fallimentare: pretendere che le culture siano blocchi monolitici e che la "diversità" sia un danno significa ignorare le dinamiche reali di integrazione già presenti nei nostri territori e rincorrere il mito anacronistico di un'omogeneità sociale che non è mai esistita. Spingere gli stranieri ad abbandonare il Paese riducendo progressivamente le loro tutele e l'accesso ai servizi essenziali non costituisce un’adesione volontaria, ma una forma di coercizione indiretta che finisce per creare cittadini di serie B e alimentare nuova marginalità. In secondo luogo, la proposta di remigrazione racchiusa in quel programma si scontra con la realtà di un Paese segnato da un profondo calo demografico, dove l'idea di risolvere i problemi complessi del lavoro e del welfare svuotando le comunità risulta economicamente insostenibile e priva di senso sociale. La risposta della sinistra non può quindi limitarsi a una semplice condanna di facciata, ma deve costruire un'alternativa concreta basata sull'idea di una cittadinanza planetaria, capace di superare le barriere nazionaliste e di riconoscere i diritti umani come universali e inviolabili. Occorre ribaltare la logica del programma di Vannacci: dove la destra radicale vede nella differenza culturale un motivo di divisione e di espulsione, una politica progressista deve vedere l'opportunità per investire su percorsi d'ingresso legali, su reali processi di integrazione e sulla tutela dei diritti di tutti i lavoratori per combattere lo sfruttamento. La remigrazione non guarda al futuro e non offre soluzioni: si limita a cercare capri espiatori per distogliere l'attenzione dalle vere sfide della giustizia sociale.
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