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La stella che muore
La stella che muore

La stella che muore

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
mensile
Mensile di Marzo 2025Mensile di Marzo 2025
pubblicazione
11/03/2025
categoria
SocietàSocietà
tempo di lettura

3

tag
femminicidiofemminicidio

Me lo ripeto tutti i giorni: guarda le stelle invece delle persone.

Quando esco a guardare le stelle, non posso fare a meno di pensare che la maggior parte di loro – anzi, direi tutte – moriranno nella totale solitudine e al freddo. È buffo, non credete? Sapere di avere – nonostante le differenze di longevità, massa, peso, composizione chimica e spirituale – lo stesso destino di una stella che brucia da milioni di anni lassù. O laggiù; poi, che le cose nell'universo stiano sopra o sotto, che differenza fa? Dovremmo concentrarci su altro...

Ancora più buffo, e sconcertante, è pensare che non solo le stelle e gli uomini condividono lo stesso solitario, invisibile, freddo e desertico finale, ma anche gli insetti, le piante, gli oceani e i pianeti. A poco a poco, tutto finirà nella solitudine, nell’invisibilità.

Ma finché siamo qui, la differenza la fanno le nostre scelte.

Care lettrici e cari lettori, ammetto le mie colpe. In primis, giornalistiche: iniziare un articolo parlando di morte senza fornire numeri, senza citare paesi ostili tra loro, dittature crudeli, missili terra-aria – ma con le stelle – “Non sta bene in un giornale serio”. “Non serve a niente”. Tanti li sento già dichiarare: “È scabroso!” E altri affermare: “Chissenefrega!”. Dal fondo d'una piazza mezza vuota echeggia orgoglioso il solito slogan: Noi siamo giovani! Siamo robuste ragazze e ragazzi giovani, dobbiamo occuparci del progresso! E io ribatto: Sì, avete ragione, e poi, non lo vedete? Siamo per sempre tutti quanti giovani! Anche gli adulti sono giovani! (Basti guardare alcuni assessori.) Pure i vecchi sono giovani!

Il problema, infatti, non sta in noi, né tantomeno nelle nostre diverse età, ma nel tipo di progresso che vogliamo. Puntare a un futuro innovativo è sempre una buona idea, ma questa insoddisfazione perenne della realtà, del presente, questa ricerca spasmodica dell'utopia, possono essere labirinti senza via d'uscita. Perché un domani migliore non nasce da una realtà ignorata, ma da una realtà affrontata.

In secundis, umane: la tristezza dev’essere insopportabile quando apri un giornale e ti ritrovi catapultato in Non ci resta che piangere, con Alessandro Mainolfi trasmutato nel francescano in tunica, sandali e con la faccia da diavolo che ti dice: «Ricordati che devi morire! Ricordati che devi morire!» (Guardavo quel film con i miei genitori e quando arrivava quella scena iconica, di fronte al televisore, nemmeno un sorriso riuscivo ad accennare. E nel mio personale orizzonte, purtroppo, nessun Troisi ho trovato: a quel promemoria non riesco a concedere nemmeno una risata. È proprio vero che per lui non vale la regola data al Papa: «Morto un Troisi, non se ne fa un altro».)

Questo paragone mi fa pensare che, per i miei interessi teologici e la mia visione provvidenziale-spirituale della realtà, a Parma mi sono guadagnato molti epiteti di sapore cattolico. Ammetto che mi hanno sempre provocato un leggero ma sistematico fastidio, come la sabbia quando rimane per ore nelle calze. In questo articolo però, mi sta bene prendermi il rischio di guadagnarne altri, calandomi nelle vesti di quel francescano, per ricordare a tutti che, un giorno, proprio come le stelle, dobbiamo morire. Se lo sapessimo, se ce ne ricordassimo più spesso – come scriveva Paolo Nori in quell'incredibile saggio che è Vi avverto che vivo per l'ultima volta – forse ci adopereremmo per essere un po’ meno superficiali (l’autore dice «coglioni») e penseremmo di più, più a fondo, a chi siamo e soprattutto a quello che facciamo, a quello che diciamo.

Ora. Ora che ho parlato di morte, di parole e di scelte, di progresso e realtà, non posso non pensare alle ultime dichiarazioni del consigliere Bocchi – c'entrano con tutti i temi sopra elencati – contro l'adesione dell'Emilia-Romagna alla campagna europea Safe Place for Women, che si propone di garantire in tutta la regione campagne di sensibilizzazione alla violenza di genere, formazione di operatori di primo soccorso, maggiore illuminazione pubblica, maggiore controllo del territorio e tante altre azioni concrete. Il consigliere di Fratelli d'Italia, alla proposta di adesione a questa iniziativa europea, ha votato contro e ha dichiarato di rimanere cauti poiché la violenza domestica per mano di uomini avviene a causa di una "devirilizzazione" maschile, provocata dal fatto che la donna ha trovato il coraggio di respingere l'uomo quando serve, di dire:

«Non rimarrò in silenzio!»

«Il corpo è mio!»

«La vita è la mia.»

«Voglio essere autonoma.»

«Voglio essere indipendente e libera.»

«Questa cosa non la faccio!»

«Io valgo quanto te.»

«Voglio poter scegliere.»

E ora mi viene da pensare a sua figlia Emma, che studia a Milano – una città complessa, spesso pericolosa – e ha più o meno la mia età. Mi chiedo se, ascoltando le parole del padre, tornando a casa dopo una lunga giornata, abbia alzato il telefono e qualcosa glielo abbia detto... Magari ricordandosi d'aver assistito alle superiori a una qualche violenza, più o meno pesante. O addirittura (e spero con tutto il cuore di no), dopo averla vissuta sulla propria pelle, lungo il cammino della sua vita. Magari, solo per quell'amica che conosce e sa che, con il fidanzato, è in una situazione complicata.

Penso a sua figlia e non provo rabbia per Bocchi. Quasi mi commuovo. Penso a sua figlia e a Bocchi quasi non ci penso più. Ricordo solo le 118 vittime di femminicidio dell'anno scorso, il viso di Giulia Cecchettin, quello di Giulia Tramontano. E sono felice che questa iniziativa sia stata votata dalla maggioranza, che qualcuno si ricordi ancora che un giorno dobbiamo morire, ma non per mano d'altri.

Esco a prendere una boccata d'aria ed è di nuovo sera. Ho scritto tutto il giorno delle persone, ho l'emicrania. Alzo la testa e mi ricordo che avevo promesso di non guardare le persone. Di guardare le stelle. Mi torna in mente il fatto che noi, come loro, dobbiamo morire da soli, prima o poi. Poi ricordo che i punti luminosi che vedo sono solamente un eco lontano di luce nel buio. Mi viene da sorridere. Ho trovato un altro punto in comune: moriamo soli come le stelle, e dopo, come loro, lasciamo un eco della nostra vita.

C’è solo una differenza. Una sola, ma fondamentale. Le stelle non possono scegliere.

Noi sì.

Autore

Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi

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