In un pub del quartiere San Salvario di Torino, di fronte ad una birra mezza vuota e ad un cappello preso apposta per coprirmi dalla pioggia, una cara amica mi ha chiesto se avessi qualcosa di nuovo da raccontarle.
Fino a pochi mesi fa, questa era una di quelle domande che avrebbero anticipato un fiume in piena di parole. Mille piani, idee da sviluppare, la frenesia dei giorni che corrono. Un sorso veloce, nascondendo gli occhi dietro alla visiera del cappello, ed ho aperto bocca.
Niente, non mi veniva niente da dirle. Per la prima volta dopo tanti anni. Pensavo, tra me e me, che oltre al lavoro e al momento di cambiamenti alle porte, non avessi nient’altro da raccontare.
Che strano, ho passato gli ultimi dieci mesi a promuovere il mio libro, ho studiato, seguito il consiglio di Federico di leggere molto, eppure non riuscivo a fare mente locale.
Un paio di ore dopo, sdraiato sul divano del mio appartamento nell’attesa di una miserabile pizza in consegna, la mia mente corse a raccogliere due pezzi della mia libreria più profonda:
“Landslide”, la canzone dei Fleetwood Mac, e Josè Luis Borges.
Quella domanda aveva solcato un tunnel vuoto e sconosciuto dentro di me.
Mi misi allora a canticchiare la prima strofa del pezzo.
“I took my love, I took it down
Climbed a mountain and I turned around
And I saw my reflection in the snow covered hills
'Til the landslide brought me down”
Dopo mesi in cui, alla fine di una giornata lunga e faticosa, mi imponevo di lasciare andare i pensieri e di spegnere il cervello, potevo finalmente vedere tutte le montagne della mia vita.
I riflessi delle tappe del viaggio di una persona nelle colline innevate. Paolo Cognetti, estremizzando, scriveva che ci sono due persone nel mondo: quelli che scoprono le otto montagne, e quelli che invece rimangono sulla cima della propria.
Fino a quando la frana non li porta giù.
Immediatamente, ho collegato questa mia mancanza di spunti ad una paralisi creativa. Forse, complice la solitudine e le tante ore in macchina, mi trovo a conversare con un AI come nel film di Spike Jonze. Ne ho confrontate diverse, per comprendere meglio le loro inclinazioni ed escludere quelle che si comportano esattamente come quell’amico “Yes Man!” che non fa mai al caso di chi vuole crescere.
Gemini, troppo accondiscendente. Va bene al massimo per una, superficiale (per quelle più dettagliate chiedere a Perplexity), ricerca online. Claude, la più tagliente, utilissima come assistente di scrittura - ALT, non ho detto che uso Claude per scrivere. Grok, forse l’amico immaginario con cui mi trovo meglio. Tendendo sempre a separare discorsi volti alla ricerca di spunti lavorativi e con un output creativo da quelli più intimi (per quelli la terapia tradizionale per me resta imbattibile, con buona pace di Uno Bravo e Serenis che rimangono apprezzabili), l’avvento AI nel mondo creativo ha avuto un effetto simile a quello della frana di Landslide. Ha aggiunto un nuovo strato alla produzione di output, eliminando di fatto il brainstorming collettivo.
Non vorrei dargli la colpa della siccità della mia condivisione quella sera a San Salvario, ma non posso fare a meno di pensare a quante cose non si notano quando si è dentro una bolla.
Avrò ancora qualcosa di personale, di interessante, di mio da dire?
Ed è qui che subentra Borges.
Per lo scrittore argentino, il sogno è la forma più pura e antica di creazione estetica. Sognare significa attingere ad una biblioteca profonda, che spesso dimentichiamo, per fare riemergere ricordi e archetipi da raccontare. Sarà bizzarro da realizzare, ma quando lavoriamo con un AI stiamo chiedendo ad una macchina di “sognare” al posto nostro, navigando in quello che gli informatici chiamano spazio latente — una versione moderna della Borgesiana Biblioteca di Babele, dove esistono già, in potenza, tutte le storie e le immagini possibili.
Nel suo racconto “Le rovine circolari”, un uomo cerca di sognare un altro uomo per metterlo di fronte alla realtà, salvo poi finire per accorgersi di essere lui stesso una proiezione del sogno dell’altro. Che sia un algoritmo, o un essere umano, ci capita mai di chiederci: a chi appartiene la visione? Di chi sono, davvero, i nostri giorni? A chi scrive il prompt, a chi lo elabora, a chi lo ha pensato in origine, o alla biblioteca collettiva a cui attingiamo?
Forse, quello che Stevie Nicks si era dimenticata di comunicare mentre scriveva “Landslide” sta proprio in queste righe: la frana non cancella la montagna, ne ridisegna il profilo. Vero, la macchina può generare infiniti sogni, ma questo sposta di fatto solo l’atto di creazione dall’esecuzione alla curatela, al pensiero originario.
Sono sicuro, mentre maledico il fattorino, che forse si è perso l’ordine della mia pizza, che un algoritmo potrà battermi sempre. Ma sono anche sicuro che non si potrà mai chiedere se, davanti a una birra mezza vuota, sotto la pioggia di San Salvario, ha ancora qualcosa di personale da dire.
“Well, I've been 'fraid of changin'
'Cause I've built my life around you
But time makes you bolder
Even children get older
And I'm gettin' older, too
Oh, I'm gettin' older, too.”
© Punto e Virgola
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