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109 voti contro la libertà: il decreto sicurezza aggredisce lo stato di diritto
109 voti contro la libertà: il decreto sicurezza aggredisce lo stato di diritto

109 voti contro la libertà: il decreto sicurezza aggredisce lo stato di diritto

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
pubblicazione
05/06/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

2

Scrivo da un Paese che ha perso la libertà.

Il 4 giugno 2025, il Parlamento italiano ha approvato — con 109 voti favorevoli — il cosiddetto Decreto Sicurezza, elaborato dal governo di Giorgia Meloni. Da oggi, una stretta illiberale stringe l’Italia nelle sue spire: non per garantire sicurezza, ma per soffocare il dissenso e colpire i più vulnerabili.

Non si tratta solo di un provvedimento repressivo: è un attacco diretto alla Costituzione, ai suoi principi fondamentali, ai diritti civili, al coraggio stesso di manifestare. Io lo so perché la costituzione l'ho studiata, a differenza di 109 parlamentari.

Come ha osservato il giurista Luigi Ferrajoli «Il decreto sicurezza è parte di una vera e propria aggressione allo Stato di Diritto. La repressione del dissenso politico e la violazione della separazione dei poteri sono segnali preoccupanti di una deriva autoritaria.» Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 circostanze aggravanti, tra cui:

  • Criminalizzazione della disobbedienza civile: azioni come i blocchi stradali, anche se pacifici, sono ora punibili con pene fino a due anni di reclusione.
  • Occupazione di immobili: l'occupazione arbitraria di immobili è sanzionata con pene da due a sette anni di carcere, con possibilità di sgombero immediato senza ordine giudiziario.
  • Detenzione di madri: viene eliminato l'obbligo di rinvio della pena per donne incinte o con figli sotto l’anno di età, lasciando al giudice la discrezionalità di decidere.
  • Repressione nelle carceri e nei centri per migranti: introdotto il reato di “rivolta” anche per forme di resistenza non violenta, con pene da uno a cinque anni.
  • Limitazioni per i migranti: vietato l'acquisto di SIM telefoniche per migranti privi di permesso di soggiorno, limitando la libertà di comunicazione.

L'intero disegno criminalizza chi alza la voce o chi rivendica diritti che dovrebbero essere garantiti dalla nostra Repubblica.

Trasforma in delitto la resistenza non violenta — proprio quella che ha fatto la storia delle lotte civili, da Gandhi a Martin Luther King.

A denunciare la natura di questa svolta è anche il costituzionalista Gaetano Azzariti, che parla chiaramente di una frattura democratica «Il disegno di legge 'sicurezza' rappresenta l'abbandono dei principi del nostro sistema costituzionale per abbracciare una mentalità autoritaria. Si allontana da solidarietà, garantismo e tutela dei diritti.» Blocchi stradali, sit-in, picchetti: strumenti di disobbedienza pacifica, che dovrebbero essere legittimi in una democrazia matura — anzi, indispensabili per non farla zoppicare — diventano ora reati punibili fino a due anni di carcere. «Le leggi sulla sicurezza non rispondono a una domanda dal basso, ma alimentano campagne politico-mediatiche finalizzate a irrigidire il quadro delle libertà e delle garanzie democratiche.» Spiega il criminologo Roberto Cornelli.

Questo disegno è l’Anti-Gandhi. È l’Anti-Costituzione. È l’Anti-Libertà.

L’intento appare evidente anche alla filosofa Donatella Di Cesare, che afferma «Il governo vuole cancellare ogni forma di dissenso tentando di spegnere le voci scomode. È un attacco diretto alla libertà di espressione e al pensiero critico.»

Non è servita una manifestazione a cambiare le carte in tavola, eppure il dissenso è stato manifestato più e più volte, in tutta Italia… un dissenso che pareva sufficiente per risuonare a Palazzo Chigi e dire: “il popolo non è d'accordo”. La “politica” non esiste più, non come la intendevamo.

Come ha dichiarato Giuliano Granato, co-portavoce di Potere al Popolo:

«Ogni questione sociale viene affrontata con l'introduzione di nuovi reati o con l'inasprimento delle pene. È un approccio che minaccia la libertà e reprime il dissenso.»

Questa legge offende decine di articoli costituzionali, ripeto, io lo so perché li ho studiati (a differenza di 109 parlamenti): l’articolo 17, che garantisce il diritto di riunione; il 21, che tutela la libertà di espressione; l’articolo 1 stesso, che fonda la Repubblica sul lavoro — e quindi sul diritto di scioperare, di rivendicare, di dissentire.

Ma forse l’oltraggio più grave è quello simbolico: questa legge deride quel residuo di dignità politica che al “popolino” era ancora concesso.

Lo scaglia nell’ombra. Lo vuole muto.

Autore

Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi

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