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L’Uroboro a due teste - Notizie dall’anima #2
L’Uroboro a due teste - Notizie dall’anima #2

L’Uroboro a due teste - Notizie dall’anima #2

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Antonio MainolfiAntonio Mainolfi
mensile
Mensile di Marzo 2025Mensile di Marzo 2025
pubblicazione
11/03/2025
categoria
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Notizie dall’AnimaNotizie dall’Anima
tempo di lettura

3

Notizie dall’anima due

Capitolo 1: Il sogno

Destato dal sogno irrequieto d’una buia e profonda notte; alzatomi sudato e rabbrividito pensai: ecco, davvero adesso sono pronto a tornare tra gli uomini - nuove notizie dall’anima li attendono. È dall’angolo buio della mia solitudine che ho osservato, scorrendo lunghi secoli, il susseguirsi e ripetersi dell’errore. È l’Uroboro affamato che, mordendosi la coda, calcola le gesta delle nostre generazioni: non vuole liberarci dalle catene. Ma certo! È certo!! Ho sognato due teste mordersi la coda, una d’oro e una di pietra: Il Capitalismo e il Patriarcato. Notizie dall’anima, presto!! Andate ad informare gli uomini!! Un feroce nemico, il serpente a due teste, sta per colpirli ancora.

Mi liberai dal letto bagnato di sudore. All’esterno della mia capanna? Il mare, scrosciante e libero, che è nido della vita. Lo fissai attentamente là in fondo, dentro il suo orizzonte. Mi ricordai di volare perché, chi vola, non conosce i confini, ma soltanto la potenza dei loro orizzonti. Qualcosa mi scuoteva - il serpente strisciava enorme tra le montagne: le contornava con la sua pelle squamosa, nascondendo le fibre del suo corpo in mezzo agli alberi. Potente, libero, immaturo: al di sopra delle leggi naturali. Le sue due teste parlavano e mangiavano. Anche quando di parole le montagne erano esauste. Anche dopo aver soddisfatto la fame. Mi ricordai di volare, non perché l’animosità della bestia veloce la spingeva lungo i confini del mondo rapidamente, ma piuttosto per differire nel procedere rispetto a lei. Sapevo che le nostre strade, fino al momento della nostra violenta collimazione, sarebbero dovute essere diverse non soltanto nel percorso, ma persino nel modo di affrontarle.

Capitolo 2: la gabbia degli uomini, la stoltezza e l’asservimento - l’assenza di memoria

Lo trovai steso intorno ad un’isolotto nel mezzo dell’oceano. Il suo copro lo circondava tutto. La coda, così come le teste, facevano capolino dall’acqua, godendosi il sole. Al centro dell’isolotto incredibili ricchezze erano ammassate. Tanti uomini (tanti da perderne il conto e annebbiarne la vista) lavoravano incessantemente, come presi da una irrequietezza febbrile. Alcuni procedevano addirittura sanguinanti. Tutti sembravano felici della loro condizione. Dall’alto urlai ad un gruppo di fermarsi. Proseguirono senza farlo. Una seconda volta gli urlai di fermarsi. L’Uroboro placido dormiva. Alla terza volta gli urlai «fermatevi poiché io porto le notizie dell’anima». E loro si fermarono. «Perché lavorate incessantemente per un padrone? Siete tanti. Da perderne il conto. Perché non vi ribellate contro il serpente a due teste?» «Il serpente a due teste ci premierà se lavoreremo per lui. La vedi tutta questa ricchezza? Un giorno questa, forse, potrà essere nostra. Lui lo ha detto. Ha detto che se lavoriamo sodo, un giorno, questa ricchezza, sarà nostra» Scesi dal cielo azzurro e sereno. All’uomo che aveva parlato tirai uno schiaffo «questo è per crescere» gli dissi. «Come ti chiami?» «Non ricordo» «quanti anni hai?» «Non ricordo» «chi sei?» «Non ricordo» «Quanto guadagni?» «Una pepita d’oro al giorno e il possesso di una donna» Gli tirai uno schiaffo «questo è per crescere» gli dissi. «E adesso ditemi dove tengono le donne»

Capitolo 3: la gabbia delle donne, l’inginocchiarsi

Al centro dell’isolotto, in una gabbia contornata da braci bollenti e fuochi fatui, le donne erano tenute prigioniere. La gabbia era rivestita da oggetti preziosi e lampadari diamantati. Mi avvicinai alle sbarre. I piedi nudi bruciarono sulle braci. Ricordai che fu il dolore, secoli prima, a insegnarmi chi fossi. Accolsi il vecchio amico sorridendo e procedendo, felice della nostra riconciliazione. Dissi al dolore «tu ci servirai ancora». Entrai nella gabbia delle donne. A differenza degli uomini erano consce della loro condizione. Mi accolsero inchinandosi. «Da oggi basta inchini!» urlai. E loro si alzarono. Gli porsi la chiave della gabbia. La diedi alla più giovane tra loro. Le dissi:«non posso liberarvi io, dovete farlo voi. Altrimenti nulla sarà compiuto»

Capitolo 4: La morte dell’Uroboro - La Parola Scritta

Ritrovatomi davanti alle teste dell’Uroboro addormentato il sole sparì, ricoperto dell’imponenza della bestia. Il mio corpo era grosso poco più di un dente del serpente. Lunghi sbadigli imponevano alle sue fauci di aprirsi e chiudersi, ad un ritmo costante, come il battito del mio cuore.

Come il battito del mio cuore che non tremò davanti alla bestia. Come il battito del mio cuore vecchio e giovane, secolare e antico; come il battito del mio cuore giocoso. - Allo spalancarsi delle fauci feci un balzo e finii su una delle due lingue dell’Uroboro. Sapevo che l’unico modo di sconfiggerlo sarebbe stato colpirlo dall’interno. Iniziai a camminare per trovare il centro della bestia, i suoi due cuori. La sua cavità interna era grossa come un lungo tunnel buio, ricoperta di carcasse, oro e gioielli. Dopo diverso tempo trovai una sorta di anticamera circolare nella quale i due cuori, posti su due tavoli composti da membrana insanguinata e umida, emettevano una sorta di luce blu. Trovai una penna e un foglio di carta. Scrissi sul foglio: «indipendenza, libertà, equità».

Le parole prendevano fuoco rimanendo sulla carta che, con il solo impatto della penna, si scurì assomigliando, nel colore, al carbone. - Scrissi: «resistenza, natura, terra». Scrissi: «fango con il quale mi sporco le scarpe, penna con la quale scrivo parole, anima con la quale rimango nell’eterno». Scrissi: «Amore, Odio, guerra -in difesa della libertà- pace -per esperire la libertà-; guerra -contro l’oppressione dei più deboli-, pace -per proiettare la visione di un mondo più equo-». Scrissi: «dal buio proviene la mia voce ed è per questo motivo che non ha un valore, poiché non è visibile, ma riflesso della mia anima; non è esperibile se non per intercessione mia: io non sono in vendita». Scrissi: «alle sorelle libere dalla gabbia, unione dei popoli - non esistono differenze. Non esistono etichette. Non esistono nomi, colori, generi (nemmeno letterari). Perché come la letteratura, l’umano, è tutto e niente, è un uno unico e plurimo - l’universo è uno: ed è il Pluriverso. Alle sorelle: che non debbano mai più inginocchiarsi» Scrissi: «C, il mio tormento è grande e scuote le mie vene, ribolle nel mio sangue e il mio cervello viaggia nella profondità delle galassie alla ricerca di un altro spazio, lontano, per noi due. Sono le mani di un uomo -tremanti- che ti scrivono. Non sono come il suo cuore. Il suo cuore è fermo e triste, nella pancia dell’Uroboro. Sono gli occhi di un guerriero che ti guardano - e i suoi pensieri, davvero! sono loro che corrono a te: muovono le tende della tua balconata, le foglie dell’albero sotto il quale riposi; sono loro che ti sussurrano all’orecchio scherzi e pretendono in cambio sorrisi.»

Nel momento stesso in cui posai la penna il corpo dell’Uroboro si dissolse in mille granelli, come una folata di sabbia nel deserto. Fuori, ormai, era venuta la notte. Tornai a riveder le stelle.

Autore

Antonio MainolfiAntonio Mainolfi

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