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Il 21 marzo, quando il primo alito di primavera -seppure fragile- sta soffiando tiepido e dolce sull'Italia, il ricordo gelido e piomboso del rumore dei colpi d'arma da fuoco, delle bombe esplose nelle tangenziali, delle minacce al buio, dei ricatti nei vicoli e nei palazzi, si deve allungare sulle nostre coscienze e fare da monito.
Oggi, è la Giornata nazionale della Memoria e dell'Impegno in ricordo delle vittime delle mafie.
«Il 21 marzo rappresenta un giorno solenne di ricordo e di impegno civile per affermare valori essenziali per la salute della nostra comunità», scrive Mattarella «L'impegno quotidiano per la pratica della legalità, la lotta contro tutte le mafie, contro le consorterie criminali che generano violenza e oppressione, contro zone grigie di complicità che ne favoriscono affari e diffusione, vede operare tutti i cittadini che desiderano vivere in una società coesa e rispettosa dei diritti di tutti».
Il presidente della Repubblica continua ricordando l'impegno di alcuni enti e dei cittadini: «Ricorrono trent'anni da quando Libera e altre associazioni hanno intrapreso un percorso importante di sensibilizzazione e mobilitazione civile fino a far sì che una legge dello Stato istituisse la Giornata nazionale della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie, per esprimere doverosa solidarietà nei confronti delle vittime innocenti uccise dalla mano mafiosa. Ogni ambito è stato colpito da questo flagello: servitori della Repubblica, donne e uomini che si battevano per migliorare la società, imprenditori e cittadini che hanno respinto il ricatto del crimine, persone semplici finite sotto il tiro degli assassini».
Oggi, noi di Punto e Virgola, accogliamo con responsabilità il dovere di ricordare e riportiamo alla memoria alcune tra le migliaia di vite spezzate dalla mafia.
Graziella Campagna nacque il 3 luglio 1968 a Saponara, un paese sulle pendici del versante settentrionale dei Monti Peloritani, in provincia di Messina, in una famiglia numerosa (sette tra fratelli e sorelle). Abbandonò presto gli studi per lavorare come stiratrice nella lavanderia “La Regina” di Villafranca Tirrena, un impiego in nero mal retribuito che però le permetteva di aiutare la famiglia. Mentre stava lavorando, l'ingegner Cannata le portò una camicia nella cui tasca Graziella trovò involontariamente un’agenda. La ragazza non poteva sapere che proprio l’aver messo le mani su quella agenda avrebbe firmato la sua condanna a morte. Scoprì, infatti, che l'ingegner Tony Cannata era in realtà un boss latitante: Gerlando Alberti jr., nipote di Geraldo Alberti sr., detto “U paccarè”, boss della mafia siciliana (assicurato alla giustizia anni prima dal generale Carlo Alberto dalla Chiesa) e il suo collega e cugino, Gianni Lombardo, non era chi diceva di essere ma Geraldo Sutera, anche lui uomo ricercato perché accusato di associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Quella agenda era una raccolta di nomi e contatti telefonici arrivata nelle mani sbagliate, soprattutto perché Graziella aveva un fratello, Pietro Campagna, carabiniere in servizio alla compagnia di Gioia Tauro e questo faceva paura ai due latitanti. In un prato, con indosso un giubbotto rosso, una maglia a righe, un paio di pantaloni neri e gli stivaletti, il corpo di Graziella, trucidato da cinque colpi di una lupara calibro 12 che sparò da non più di due metri di distanza dalla vittima, fu riconosciuto dal fratello, Pietro Campagna. Aveva solo 17 anni. La sua unica colpa era quella di essere stata testimone involontaria della scoperta di una falsa identità di un latitante.
Mauro Rostagno nato e cresciuto a Torino, Rostagno si sposò giovanissimo, a soli 18 anni, con una ragazza poco più giovane, da cui ebbe la prima figlia. Interropendo gli studi, dopo pochi mesi dal lieto evento il giovane Rostagno partì alla volta prima della Germania e poi dell'Inghilterra, fino a trasferirsi a Milano, dove conseguì la maturità scientifica con il proposito di intraprendere la carriera di giornalista. A Milano iniziò anche la sua militanza politica nei movimenti studenteschi. Trasferitosi a Parigi, a seguito della sua partecipazione a una manifestazione giovanile venne espulso dalla Francia, quindi si trasferì a Trento, dove si iscrisse alla neonata facoltà di Sociologia. Negli anni dell'Università Rostagno diventò uno dei leader del Movimento studentesco e successivamente uno dei fondatori del movimento politico Lotta Continua. Presa la laurea in sociologia con il massimo dei voti e dopo due anni al CNR, Rostagno si trasferì a Palermo, dove tra il 1972 e il 1975 ricoprì l'incarico di assistente nella cattedra di sociologia. Alle elezioni politiche si candidò con Democrazia Proletaria nei collegi di Roma, Milano e Palermo, non risultando eletto per pochi voti.
Dopo lo scioglimento di Lotta Continua, da lui fortemente voluto alla fine del 1976, Rostagno fece ritorno a Milano, dove nell'ottobre 1977 fondò il locale Macondo (nome tratto dal romanzo "Cent'anni di solitudine" di Gabriel García Márquez), un centro culturale che divenne punto di riferimento per l'estrema sinistra milanese, chiuso dalla polizia il 22 febbraio 1978 per spaccio di stupefacenti. A quel punto, insieme alla compagna Elisabetta Roveri e alla figlia Maddalena Rostagno, si trasferì in India, entrando a far parte degli "arancioni", la comunità spirituale di Bhagwan Shree Rajnesh (Osho). Tornato in Sicilia, a Trapani, fondò la comunità di "Saman" per il recupero di tossicodipendenti. Contestualmente, Rostagno cominciò a collaborare con una televisione locale, Rtc (Rete Tele Cinema), dove teneva giornalmente una rubrica fissa nella quale denunciava la presenza di Cosa Nostra sul territorio, le sue infiltrazioni nella politica locale, nelle gare d'appalto. In particolare, la trasmissione seguiva tutte le udienze del processo per l'omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss Nitto Santapaola e Mariano Agate, che durante una pausa di un'udienza mandò a dire a Rostagno «doveva dire meno minchiate» sul suo conto. Il 26 settembre 1988, alle 20:20, Rostagno usciva dagli studi televisivi di Rtc assieme assieme ad una sua collaboratrice. Tutti i lampioni che portavano dalla stazione televisiva alla comunità di Saman erano stranamente spenti. In seguito si sarebbe scoperto che il tecnico dell'Enel incaricato di quel settore era niente meno che l'autista di Vincenzo Virga, capo mandamento di Trapani. All'altezza della frazione di Valderice, in contrada Lenzi, l'auto di Rostagno venne fermata da due uomini nascosti nell'ombra, che spararono con un fucile a pompa calibro 12 e una pistola calibro 38. Rostagno morì sul colpo, mentre la sua collaboratrice rimase pressoché illesa.
Lea Garofalo figlia di Antonio Garofalo e Santina Miletta, Lea rimase orfana all'età di nove mesi in quanto suo padre venne ucciso nella cosiddetta “faida di Pagliarelle”. La piccola Lea crebbe insieme alla nonna, alla madre e ai fratelli maggiori Marisa e Floriano che, assunto il ruolo di capofamiglia, anni dopo avrebbe vendicato l'omicidio del padre, salvo poi essere a sua volta ucciso in un agguato, l'8 giugno 2005.
A quattordici anni Lea si innamorò del diciassettenne Carlo Cosco e decise di stabilirsi con lui a Milano, in viale Montello 6. Il 4 dicembre 1991 diede alla luce Denise, figlia della coppia. Lea Garofalo fece un primo gesto eclatante quando decise di trasferirsi a Milano, ignara del fatto che Carlo Cosco l'avesse scelta come compagna solo per acquisire maggior prestigio agli occhi della 'ndrina dei Garofalo. Il secondo arrivò il 7 maggio 1996, quando il compagno e alcuni componenti della sua famiglia vennero arrestati per traffico di stupefacenti: durante un colloquio in carcere, la ragazza comunicò al compagno la volontà di lasciarlo e di volersi portare via la figlia.
La reazione fu violenta e immediata, tanto che intervennero le guardie per sedare la lite. Madre e figlia abbandonarono dunque Milano. Nel 2002, quando Lea, sotto casa, si accorse dell'incendio della propria auto, capì che i Cosco erano sulle loro tracce e che lei e sua figlia si trovavano in pericolo. Decise di rivolgersi ai Carabinieri e di raccontare tutto ciò che, nel corso degli anni, aveva visto e sentito, a Pagliarelle come a Milano. Per le sue dichiarazioni, la giovane donna e la figlia vennero inserite, con false generalità, nel programma di protezione. La vita da testimone di giustizia fu difficile, caratterizzata da una profonda solitudine. Le dichiarazioni di Lea non sfociarono in alcun processo (salvo poi, nell'ottobre 2013, condurre all'arresto di 17 persone in varie città italiane) e per questo motivo le viene revocata la protezione dello Stato. Nonostante il ricorso vinto al Consiglio di Stato, nel frattempo i documenti falsi suoi e della figlia non esistevano più. Nel 2008, ad un incontro pubblico, Lea Garofalo si avvicinò a don Luigi Ciotti, fondatore e presidente del Gruppo Abele e di Libera. Si presentò come una testimone di giustizia etichettata come collaboratrice, completamente sfiduciata nei confronti dello Stato e delle istituzioni, e intenzionata a riappropriarsi della sua dignità, del suo nome e del suo cognome, di un futuro per lei e soprattutto per la figlia Denise. Conobbe quindi la responsabile dell'ufficio legale dell'associazione, l'avvocato Enza Rando. I mesi successivi sarebbero stati comunque e ancora difficili, fino a quando Lea decise di uscire definitivamente dal programma di protezione, nella primavera del 2009.
Nel frattempo, gli anni non avevano cancellato il rancore e la rabbia di Carlo Cosco nei confronti di Lea Garofalo. La sua sete di vendetta venne soddisfatta il 24 novembre 2009. Lea e sua figlia si trovavano a Milano da quattro giorni: partite da Petilia Policastro alla volta di Firenze, mamma e figlia il 20 novembre presero il treno che le avrebbe portate nel capoluogo lombardo. Fu lo stesso Carlo Cosco ad invitarle. Lea Garofalo e sua figlia Denise, riprese da una telecamera di sorveglianza in zona Arco della Pace. Si trattava di una trappola: l'ex-compagno era a conoscenza della difficile situazione economica delle due donne e chiese a Denise di raggiungerlo a Milano dopo che la figlia gli aveva raccontato di aver visto un maglione, ma che sua madre non avrebbe potuto comprarglielo. Lea, che aveva a cuore il futuro della figlia più di ogni altra cosa, decise che non l'avrebbe fatta partire da sola, nonostante i tentativi dell'avvocato Rando di dissuaderla. Lea era convinta che insieme a sua figlia non le sarebbe accaduto mai nulla, anche perché “Milano è una grande città, non è come la Calabria”. In quei giorni, gli ex compagni di vita e Denise trascorsero molto tempo insieme. L'intento dell'uomo era di fare in modo che Lea tornasse a fidarsi di lui.
Nel pomeriggio del 24 novembre, Lea e Denise decisero di concedersi una passeggiata per Milano, in zona Arco della Pace. L'immagine di quella camminata fu ripresa dalle telecamere della zona: la mamma aveva un giubbotto nero, la figlia uno uguale, ma bianco. Alle 18.15 circa, Carlo Cosco le raggiunse, prendendo la figlia e accompagnandola a casa del fratello Giuseppe Cosco, per farla cenare e poi salutare i suoi zii e i suoi cugini. Poi l'uomo fece ritorno all'Arco della Pace, dove aveva appuntamento con Lea. L'omicidio si consumò intorno alle 19.10, in un appartamento di piazza Prealpi 2 a Milano, di proprietà della nonna di un amico dei Cosco. Il corpo di Lea Garofalo venne poi trasportato su un terreno a San Fruttuoso e lì distrutto.
Domenico Gabriele per tutti Dodò, aveva solo11 anni. Era un bambino allegro, intelligente, molto bravo a scuola, e di carattere dolce e sensibile, al punto tale che, quando frequentava la quarta elementare, aveva scritto una lettera al presidente Berlusconi chiedendo aiuto per la sua famiglia che viveva in una casa semplice tra le campagne della frazione di Iannello, nei dintorni di Crotone. Era amante del calcio; sin da quando era piccolissimo si cimentava anche a compilare la schedina e aveva tutti quei pensieri e quei gesti che possiedono gli appassionati di quello sport. Il destino crudele, che più crudele è difficile immaginare, ha voluto che la sua brevissima vita terminasse proprio su un campo di calcio, ucciso mentre giocava a calcetto. Era la sera del 25 giugno del 2009 quando due sicari irruppero proprio sul campetto di calcio dove stava giocando a pallone anche Dodò, nella contrada Margherita, alla periferia nord di Crotone. Obiettivo dell'azione era Gabriele Marrazzo, un emergente della mala locale, che fu ucciso sul colpo. I killer, però, incuranti dei possibili bersagli, spararono all'impazzata, ferendo anche altre nove persone, tra le quali il bambino. Dai ricordi del padre Giovanni emerge con dolore inconsolabile come quella che doveva essere una giornata di divertimento tra i due, che si alternavano a giocare la partita, si fosse poi tramutata in una tragedia infinita che ha segnato per sempre la loro vita. Dodò non venne ucciso sul colpo, ma iniziò un calvario durato altri tre lunghi mesi; fu ricoverato a Crotone, poi a Catanzaro, operato prima al fegato e poi al cervello, morì il 20 settembre.
Renata Fonte si trasferì fin da piccola a Chieti, per seguire il padre, funzionario del Ministero della Difesa. La vita familiare non fu serena e i suoi genitori si separarono quando lei era adolescente. Frequentò il Liceo Classico di Nardò, ma non conseguì il diploma poiché a 17 anni incontrò Attilio Matrangola che diventò suo marito nell'agosto del 1968. Nel 1969 nacque la prima figlia Sabrina, a Mariano Comense, mentre nel 1973 diede alla luce Viviana in Sardegna. Per diversi anni seguì il marito, sottoufficiale dell'Aeronautica Militare fino a quando, dopo un trasferimento in Sicilia decise di proseguire gli studi e di conseguire il Diploma di maturità Magistrale. Nel 1980 il marito venne definitivamente trasferito all'aeroporto di Brindisi. Studiò lingue e letteratura straniera nell'ateneo leccese per insegnare poi alle Scuole Elementari di Nardò. Iniziò a dedicarsi alla politica militando nel PRI, Partito Repubblicano Italiano fino a diventare Segretario cittadino del Comune di Nardò. Nell'espletamento del mandato la sua attività si contraddistinse per la difesa del territorio. Diresse infatti il Comitato per la Tutela di Porto Selvaggio, che le permise di opporsi alle forti speculazioni edilizie nell'area, dichiarata Parco naturale regionale. Si candidò alle elezioni amministrative nelle quali risultò eletta, divenendo la prima donna assessore di Nardò, prima al comando dell'assessorato alle finanze e in seguito a quello alla pubblica istruzione, cultura, sport e spettacolo. Nello stesso tempo entrò nel direttivo provinciale del partito e divenne anche responsabile per la provincia del settore cultura. Durante l'espletamento del suo mandato Renata Fonte iniziò a scoprire illeciti ambientali e si oppose con tutte le sue forze alla lottizzazione cementizia proposta nella zona di Porto Selvaggio. Fu uccisa da tre colpi di pistola nella notte tra il 31 marzo e il 1 aprile 1984, vicino alla sua abitazione, mentre rientrava a casa dopo una seduta del consiglio comunale; aveva 33 anni. Fu il primo omicidio di mafia nel Salento.
Ci teniamo poi, a ricordare le vittime più note. Quelle persone che, con i cuori in alto, hanno pronunciato ad una sola voce: Adesso basta.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: due nomi che risuonano come un'eco nelle aule di giustizia, nelle piazze, nei discorsi di chi ancora sogna un'Italia libera. Uccisi nel 1992, vittime di un sistema che li ha celebrati troppo tardi.
Piersanti Mattarella presidente della Regione Siciliana, assassinato nel 1980 per aver osato immaginare una Sicilia diversa.
Carlo Alberto Dalla Chiesa generale dei Carabinieri, che aveva sconfitto il terrorismo e credeva di poter piegare la mafia. La sua vita si è infranta in un piombo assassino nel 1982, insieme a sua moglie e al suo agente di scorta.
Giuseppe Fava giornalista che non ha avuto paura di scrivere la verità. La verità gli è costata la vita, nel 1984.
Peppino Impastato voce ribelle di una radio libera, che ha deriso la mafia fino a pagarne il prezzo nel 1978. Un corpo distrutto dall’esplosivo, ma un’idea impossibile da cancellare.
La mafia non è solo violenza. La mafia è paura, potere, infiltrazione, omertà. È nelle caserme, nei palazzi, nelle stanze dei bottoni d'oro, nelle mani di chi firma gli appalti, nelle parole non dette di chi preferisce voltarsi dall'altra parte.
Negli anni '90, mentre il sangue di Falcone e Borsellino ancora impregnava l'asfalto, qualcuno trattava con Cosa Nostra. La "trattativa Stato-mafia" è il peccato originale di un sistema che non ha voluto spezzare il legame con il crimine, preferendo scendere a patti per placare la furia stragista.
Nomi illustri hanno attraversato le ombre della collusione: Giulio Andreotti, accusato di contatti con la mafia fino al 1980; Marcello Dell’Utri, condannato per aver fatto da ponte tra Cosa Nostra e la politica; Calogero Mannino, coinvolto nella trattativa, poi assolto.
La mafia si è annidata ovunque: negli appalti, nella sanità, nelle amministrazioni pubbliche. "Mafia Capitale" ha svelato la rete di corruzione che soffocava Roma, mentre al Nord la ‘Ndrangheta ha tessuto la sua ragnatela nel silenzio generale.
La mafia non è un mostro mitologico. È carne ed ossa, più denaro e potere. Ha radici profonde nella storia d'Italia: nasce nel XIX secolo, cresce con l'Unità, prospera nel dopoguerra, si arricchisce con il traffico di droga, si trasforma con il tempo, ma non scompare mai. Negli anni '80 il maxiprocesso prova a decapitarla, ma la vendetta mafiosa arriva con le bombe del '92. Poi cambia volto, si fa silenziosa, si insinua nei consigli di amministrazione, nei tribunali, nelle stanze della politica.
Nonostante tutto, l'Italia non si è arresa.
La mafia può essere vinta. L’arresto di boss come Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro ha segnato vittorie importanti. Le leggi antimafia, la confisca dei beni, la ribellione della società civile sono armi preziose. La memoria è un’arma potente.
Ricordare non è un esercizio sterile. È un dovere. Il 21 marzo non è solo una data sul calendario, ma un invito a non dimenticare. Le vittime della mafia non sono solo nomi su una lapide: sono storie di coraggio, di resistenza, di dignità. E finché continueremo a raccontarle, la mafia non potrà vincere davvero.
(L'articolo è stato realizzato riportando alcuni documenti dell'associazione Libera, del sito WikiMafia e del Ministero dell'Interno)
Autore
Alessandro Mainolfi