Secondo alcune fonti di Boccaccio e Zingarelli, Dante Alighieri fu un giovane scolaro dello studio di Bologna. Egli fu costretto ad iscriversi non appena tornato a Firenze, perché, per via dei nuovi ordinamenti di giustizia, solo in questo modo avrebbe potuto accedere successivamente alla vita politica. Infatti, a seguito di uno dei ricorrenti incidenti tra parti avverse in città, era stata approvata questa provvisione che obbligava anche i nobili ad iscriversi a una delle Arti o Corporazioni, per accedere poi alle cariche pubbliche. Lo studioso Scartazzini afferma che, di certo, il poeta non aveva frequentato l’università di legge, perché nel Convivio, dopo la morte di Beatrice, egli racconta di aver letto alcuni libri che avrebbe già dovuto conoscere, se fosse stato uno studente di legge. Scartata quindi una prima ipotesi, fu chiaro che Dante, intorno al 1295, si iscrisse all’Arte dei Medici e degli Speziali, forse perché più vicina alla sua condizione di filosofo e intellettuale, incontrando così insegnanti di tutto rispetto come Taddeo degli Alderoti, medico, e Mondino dei Liuzzi, uno dei primi anatomisti. Spesso, le lezioni di filosofia, a cui il poeta probabilmente era maggiormente interessato, e quelle di medicina erano abbinate e tenute dagli stessi insegnanti, tanto che la medicina si identificava quasi come una branca della filosofia, visto che l’insegnamento della prima si fondava sull’autorità dei filosofi e non sull’esperienza dei pratici. Dante si rivelò un aristotelico puro, in quanto prese in prestito dal filosofo la teoria sull’anima, la quale concentra in sé tutta la vita e contiene la parte razionale, quella immortale, la vegetativa e la sensitiva, che invece sono mortali. La concezione di Dante corrisponde alla teoria fisiologica propria dell’epoca medievale. Tra i medici che Dante incontrò in vita, abbiamo il già citato Taddeo degli Alderoti, nominato dal poeta nel canto XII del Paradiso e indicato come il più celebre insegnante del suo tempo. Egli fu fondatore del sistema dialettico disputatorio nella pertrattazione di argomenti medici, scrisse diversi libri, studiò sia le teorie mediche occidentali, sia quelle di Avicenna, portando notorietà all’università di Bologna. Già ai tempi di Dante, di lui si raccontavano storie straordinarie riguardanti la sua ricchezza, guadagnata proprio con l’esercizio della medicina. Egli ebbe di certo conoscenza personale con il poeta, ed è molto probabile che al suo insegnamento si debbano le cognizioni mediche che Dante dimostra di possedere. Dopotutto, la preparazione scientifica del poeta nel campo della medicina fu tale che non c’è da meravigliarsi se, in tutta la sua opera, sono presenti quelle nozioni che poteva possedere solo chi avesse fatto della medicina un oggetto di studi speciali e diligenti. Ci sono sempre accenni, osservazioni e citazioni nel testo dantesco che ci riferiscono quanto il poeta sia stato un profondo conoscitore dell’arte medica. La terminologia utilizzata nelle descrizioni anatomiche è estremamente esatta, c’è molta precisione nel cogliere i fenomeni più salienti della vita fisiologica: l’uso che egli fa delle sue competenze mediche è stato ampliamente studiato e analizzato da diversi critici, specialmente nei canti XXIX e XXX dell’Inferno.
C’è un episodio molto particolare nel bel mezzo del canto XXIV, a cui il poeta osa avvicinarsi con cautela e con un approccio del tutto moderno per quel tempo. La capacità di Dante di descrivere ciò che ha visto dinanzi a sé durante il viaggio nell’aldilà a lui concesso, ci fa comprendere come egli cerchi di spiegarci al meglio le situazioni che vive, le pene, i dannati, le loro azioni e persino gli ambienti circostanti, mettendo in contatto tutto questo con la sua stessa quotidianità, le sue esperienze di vita: Dante ricerca nella realtà nota qualcosa che rassomigli agli straordinari fenomeni cui assiste. Ed è proprio in questo modo che ci viene presentata l’epilessia. Sarebbe utile, anche in questo caso, partire dalla vita del poeta, il quale, secondo alcuni studiosi, soffrì egli stesso questa malattia. Nessun autore medievale parla delle proprie malattie come Dante: è grazie alle sue opere che abbiamo una testimonianza della sua malattia agli occhi, dovuta all’affaticamento della vista durante la lettura e lo studio, e dei diversi episodi di attacco epilettico che il poeta sperimenta sin da giovane, forse addirittura dalla prima infanzia. Sono numerose le volte in cui Dante parla di un istantaneo smarrimento, una perdita di coscienza improvvisa, soprattutto nella Vita Nova, durante il racconto della sua storia d’amore iniziata nel 1283. Egli descrive il suo male come un accesso febbrile che lo aveva condotto a delirare, un «sì forte smarrimento» spesso erroneamente associato al sentimento per Beatrice. Ad esempio, durante un matrimonio, di cui abbiamo testimonianza nella Vita Nova, il giovane poeta riuscì a percepire fisicamente la presenza dell’amata prima ancora di vederla e, non appena la donna gli apparve davanti, precipitò in un forte svenimento. Anche nelle liriche l’apparizione della donna può causare effetti traumatici, ma è singolare notare che il poeta avvertisse già dall’infanzia queste crisi psicofisiche: esse non hanno nulla a che vedere con la concezione dell’amore come patologia, comunque diffusa nella scienza medica del tempo, anzi, dimostrano gli esatti sintomi di un attacco apoplettico o epilettico. Verso la fine dell’Ottocento, la psichiatria lombrosiana41 aveva diagnosticato che Dante era stato affetto da epilessia, nonostante ciò non fosse mai stato recepito dai dantisti. In un recente studio, si afferma che il poeta sarebbe probabilmente morto di esaurimento e di malattia nervosa, e che di certo in vita avrebbe sofferto di accessi epilettici seguiti da stati di incoscienza, una teoria che spiegherebbe la presenza dei tanti episodi di epilessia e degli svenimenti che hanno lasciato più di qualche traccia nei suoi scritti, persino nella Commedia.
Una volta compreso il rapporto dell’autore con l’epilessia, bisogna però precisare che, ai tempi di Dante, questo male era considerato in modo molto particolare. Sin dall’antichità, in Mesopotamia, i sacerdoti avevano indicato col termine “lunatici” tutti coloro che erano affetti da epilessia, poiché si credeva che essa avesse un forte legame con le divinità e con i cicli lunari, per poi giungere all’antica Grecia, dove un allievo di Ippocrate chiamò questo male ἐπιλαμβάνω, da cui deriva il termine odierno, che significa “sorprendere, cadere all’improvviso”. Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i Bizantini conservarono il mal demoniacus, e anche il Vangelo lo riconobbe come un male derivato dalla possessione di un demone. Un personaggio della cristianità a cui Dante si sentì molto legato fu San Paolo, proprio perché anche a lui fu permesso di affrontare un viaggio ultraterreno, a cui egli accenna spiegando che, affinché non si insuperbisse per l’onore da Dio concesso, gli era stata affidata una piaga in vita, una spina nella carne, ovvero un demonio che lo tormentasse. Tali conoscenze giunsero anche a Dante, il quale, iscritto all’Arte dei Medici e degli Speziali e vissuta l’epilessia in prima persona, fu uno dei primi autori a offrire un punto di vista diverso da quello noto fino ad ora, proprio nel XXIV canto dell’Inferno.
E qual è quel che cade e non sa como, per forza di demon ch’a terra il tira, o d’altra oppilazione che loga l’omo, quando si leva, che ’ntorno si mira tutto smarrito de la grande angoscia ch’elli ha sofferta, e guardando sospira: tal’era ’l peccator levato poscia. (Inf. XXIV, vv. 112-118)
Nella settima bolgia, in questo piccolo frammento del canto preso in esame, Dante descrive accuratamente un breve e crudo episodio di epilessia, il cui protagonista è il ladro Vanni Fucci. In vita, egli fu accusato del furto alla cappella di S. Iacopo, e Dante conferma con certezza questa tesi, nonostante, fino al 1300, la partecipazione di Vanni Fucci non fosse ancora di dominio pubblico. La colpa scelta dal poeta per caratterizzare per sempre questa persona, corrisponde alla figurazione che egli dà di quest’uomo, empio e protervo. La punizione dei ladri è fondata sull’orrido intreccio tra il corpo dell’uomo e il corpo del serpente, richiamando gli autori classici Lucano e Ovidio. La figura del ladro, infatti, è facilmente assimilabile al serpente per il suo agire occulto e furtivo e, in più, così come il ladro in vita tolse agli altri ciò che apparteneva loro, nell’aldilà gli viene tolto ciò che più gli è proprio, ovvero il suo corpo.
Agli occhi di Dante, il peccato di frode è molto grave, per questo è punito con una violenza non ancora esplorata durante la parte del viaggio infernale già affrontata: l’uomo tramuta in bestia, e non si tratta di una bestia qualsiasi, ma della più spregevole del creato. Una volta percorso il ponte, il poeta e la sua guida possono vedere meglio la fossa dei serpenti, tantissimi e tutti diversi tra loro, intenti a inseguire e attaccare i dannati nudi e terrorizzati. Dante, improvvisamente, diventa spettatore di una scena orripilante, piena di energia e concretezza: un dannato viene azzannato da un serpente sulla nuca, fulmineo prende fuoco e diventa cenere sparsa per terra, per poi raccogliersi e tramutarsi nuovamente nella stessa figura umana di prima, come se si fosse risvegliato da un sonno epilettico. L’allusione molto particolare alla rinascita della fenice, uccello mitico egiziano capace di risorgere dalle proprie ceneri ogni cinquecento anni e simbolo del perpetuarsi della vita, vuole essere una parodia della resurrezione di Cristo, in quanto, se la prima libera dalla morte, l’altra incatena il dannato alla sua pena eterna.
Dante, nel descrivere questo fenomeno, si pone davanti a una domanda nuova, azzardando una possibile spiegazione scientifica dell’epilessia, al tempo solo ipotizzata: la caduta improvvisa del dannato potrebbe essere dovuta alla forza del demonio in suo possesso, al fatto che egli fosse indemoniato, così come potrebbe esser dovuta alla presenza di una vera e propria malattia. Nell’esprimere la prima ipotesi, con il verso «per forza di demon ch’a terra il tira», ancora una volta si fa riferimento al Vangelo di Luca, in cui Gesù, in una sinagoga, liberò un uomo dal demonio che si era impossessato di lui. Ma con la seconda ipotesi, Dante utilizza un termine molto particolare, «oppilazion», che assume il significato di otturazione: si iniziava a portare avanti l’idea secondo cui il mal caduco, o epilessia, fosse dovuto a un chiudersi improvviso delle vene dove passavano gli spiriti vitali che vanno dal cuore al cervello. Non a caso, Dante spiega l’oppressione fisica e lo smarrimento del dannato, non appena ripresa la sua forma originale, che vogliono indicare proprio gli stessi sintomi di un male che il poeta stesso conobbe fin troppo bene e a cui sembra suggerire una causa scientifica, in alternativa a quella soprannaturale. Già da questo piccolo accenno, possiamo renderci conto della concretezza e dell’energia con cui Dante rende giustizia non solo alle sue competenze nell’ambito medico, ma anche e soprattutto alla sua complessa quotidianità, grazie alla quale riesce a disegnare davanti agli occhi del lettore tutte le straordinarie esperienze vissute durante il suo viaggio per i tre regni dell’aldilà.
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