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Una settimana dopo il mio rientro a Venezia dalle vacanze di Natale, il ciclone Harry si è scagliato sul Sud Italia stravolgendo i paesaggi costieri e non solo di Sardegna, Calabria e Sicilia. Dall’alto della mia stanza da fuorisede, ho cominciato a scrollare sui social le fotografie della mia città, quando un’immagine ha catturato la mia attenzione più delle altre: a Cagliari, il pontile di Marina Piccola, la storica passerella affacciata sulle acque del Poetto, era stato abbattuto dal maltempo. Si tratta davvero di un dettaglio marginale rispetto ai blocchi infrastrutturali e lo sconquasso causati dal fenomeno atmosferico — le foto che sono circolate sui giornali e sui social hanno parlato chiaro: strade trasformate in torrenti impetuosi, le litoranee frantumate e inghiottite dal moto ondoso, fiumi esondati, case allagate e centri cittadini invasi dai detriti — i cui danni complessivi si aggirano attorno ai due miliardi di euro. Eppure, un così modesto cambiamento nel lungomare dove ho trascorso gran parte della mia infanzia mi ha profondamente turbata, avendo risvegliato in me la sensazione che quella vista sul mare non fosse un eterno sfondo, una fotografia infrangibile che mi si sarebbe riproposta sempre identica a se stessa, ma un aggregato di elementi vivi e attivi, di cui prima d’ora non avevo mai colto l’essenziale volubilità.
Il cambiamento climatico è un catalizzatore di eventi meteorologici fuori scala proprio come Harry. Di recente sono apparse delle analisi scientifiche che mostrano in maniera inconfutabile la correlazione tra il surriscaldamento globale e la violenza eccezionale della perturbazione di gennaio. Allo stesso modo, le trasformazioni del paesaggio a causa di questi stessi fenomeni saranno sempre più frequenti. Se da un lato il cambiamento climatico non può essere percepito nella sua interezza in quanto si tratta di un fenomeno stratificato che si dispiega in dei domini spaventosamente grandi e complessi del Sistema Terra, le sue tracce si impongono come estremamente tangibili sui luoghi fisici che abitiamo ogni giorno. Se non possiamo mettere a fuoco ‘cognitivamente’ il cambiamento climatico possiamo e dobbiamo allora leggerne le tracce nel paesaggio.
Come ci insegna Serenella Iovino, saggista e studiosa di cultura ecologica, nonché una delle voci italiane più influenti delle scienze umane per l’ambiente, i paesaggi custodiscono dei mosaici di vita umana e non-umana. Sono portatori di una narrazione materiale dove storia e natura si rivelano nella loro essenziale inscindibilità. Leggere un paesaggio non può equivalere alla contemplazione di una fotografia statica. Al contrario, il paesaggio è il frutto dell’interazione di più elementi attivi, ognuno portatore di una propria dimensione storico-politica. Saper leggere adeguatamente un paesaggio significa far affiorare visioni del mondo, diseguaglianze, contraddizioni, idee, omissioni. Le violente mareggiate di Harry che si sono scagliate sulla terraferma hanno aperto voragini fisiche e fratture cognitive che devono essere lette in tutte le loro sfaccettature, non farlo significherebbe perpetrare un’ingiustizia ecologica.
Ad esempio, il comune denominatore dei paesaggi colpiti dal ciclone Harry è il leitmotiv dell’acqua come forza pericolosamente viva. Eppure, il nostro immaginario collettivo relega la natura al ruolo di un palcoscenico statico dove gli umani sono i veri protagonisti d’azione, gli unici dotati di una dimensione storica, i soli esseri in grado di raccontarsi e di raccontare le proprie vicende. Alla natura viene attribuito un ruolo muto, da sovrascrivere. Si tratta di un corto circuito interpretativo che ci ha portati a estromettere la vitalità del mondo naturale dal nostro regno cognitivo, e che si riversa inevitabilmente nelle nostre scelte di abitare in zone ad alto rischio idrogeologico, lungo argini sottili e declivi scoscesi; e che viene meno ogni qual volta i fenomeni naturali si ‘risvegliano’, obbligandoci a riconoscere il loro ruolo nella nostra narrazione.
Questa separazione è stata ampiamente messa in crisi dal cambiamento climatico, come in primis aveva tematizzato Dipesh Chakrabarty, storico che ha aperto le porte alle scienze umanistiche nel dibattito sull’Antropocene nel lontano 2009. Ma la tendenza a occultare il potere trasformativo del non-umano attraverso la pretesa di un dominio tecnologico su di esso si riconferma la tendenza più alla moda. L’esempio più vicino a me è quello del MOSE, il sistema di protezione meccanico della laguna di Venezia, composto da un sistema di dighe che si attivano in base alle maree.
Leggere il paesaggio di Venezia in modo da fare giustizia ecologica equivale a chiedersi cosa si celi dietro la sua immagine imperturbabile, incastonata nelle cartoline e nelle calamite pronte per essere vendute ai turisti. Significa riconoscere che dietro le sue acque placide si nasconde uno dei più dispendiosi progetti geo-ingegneristici al mondo che è a sua volta il frutto di una visione della realtà ben precisa. Ad esempio, quale Venezia si è scelto di riconoscere e di salvare con l’aiuto del MOSE? Chiaramente le sue dimensioni antropica, storica, e il suo valore economico legato al turismo di massa. Chi è stato invece escluso da questa visione? L’ecosistema lagunare sul quale sono invece stati riversati i costi ecologici, come l’alterazione della sua geomorfologia, il maggiore ristagno degli inquinanti e il conseguente stravolgimento della flora e della fauna locale. In ultima istanza la domanda da porsi è dunque se su quella cartolina possiamo leggere una Venezia effettivamente salvata dal cambiamento climatico o una che invece rimanda e occulta il problema, perpetrando quella stessa separazione tra natura e storia che ci ha condotto verso una crisi ecologica planetaria.
Per tornare alla vista sulla quale si affacciava il pontile, il mare che ha inghiottito la passerella di Marina Piccola non è un contenitore vuoto. Invece, racchiude storie individuali e collettive di agenti umani e non-umani, di un mondo vissuto in maniera diseguale, sbilanciata: è lo stesso mare che ha trascinato i corpi senza vita di migranti sulle coste di Sicilia e Calabria le cui imbarcazioni hanno naufragato a causa del ciclone, e che ne ha fatto disperdere chissà quanti altri. Nelle voragini aperte di queste regioni si legge la distanza dal potere centrale, l’abbandono sistemico, un piano Nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) senza adeguati finanziamenti, che agisce in emergenza invece che in prevenzione; nel caso della Sardegna, si legge una profonda contraddizione tra la sua condizione di vulnerabilità e la sua situazione energetica che oscilla tra piani sulle rinnovabili inadeguati alle esigenze della comunità e del territorio e la proposta deleteria di nuove centrali a gas. In questo senso, tutte le zone costiere colpite da Harry raccontano in maniera corale la stessa vicenda drammatica, tra di loro c’è una profonda connessione perché sono tutte in grado di generare categorie che ci aiutano a pensare, ad anticipare il nostro futuro più prossimo, fatto di trasformazioni eco-sociali sempre più repentine.
I paesaggi, a maggior ragione quelli del Sud Italia, “tra loro si parlano, si leggono a vicenda”, dice la Iovino. Lo hanno sempre fatto. Sta a noi decidere se consultarli come preziosi archivi, moniti, in preparazione di un mondo che sarà sempre più incline al cambiamento, o se limitarci a scattare delle fotografie parziali, omertose, e mettere delle pezze con la pretesa di poter congelare dei paesaggi già sciolti.
Autore
Angelica Oddo
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