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Pioggia e un po’ di solitudine
Pioggia e un po’ di solitudine

Pioggia e un po’ di solitudine

autore
Sofia BernaSofia Berna
mensile
Mensile di Marzo 2025Mensile di Marzo 2025
pubblicazione
11/03/2025
categoria
CulturaCultura
tempo di lettura

3

Ero poco più di un ragazzo e, quel giorno, il cielo era bigio, sospeso in una promessa di pioggia. Avvolta in quel grigiore, venne a trovarmi, con i suoi capelli scuri e un po’ arruffati dalla soffocante umidità, Solitudine. Aveva il viso emaciato, così pallido che sarebbe stato impossibile non notare il rossore, sulle guance e sulla punta del sottile naso all’insù, che il freddo le aveva procurato. Tolto il cappotto e il lungo sciarpone nel quale si era avvolta tanto meticolosamente per ripararsi dal rigore del vento invernale, mi svelò il delicato e impeccabile vestito ottanio che indossava. Era alta, snella, quasi troppo ad osservarla bene. Avrebbe potuto essere una di quelle fashion model da rivista, forse, se non fosse stato per quella leggera curvatura delle spalle, che le ricadevano morbidamente verso il petto, generando una figura quasi grottesca, tanto affascinante con quei modi delicati quanto disturbante in quel procedere dondolante, altalenante, dinoccolante.

Accomodandosi sulla poltrona di fronte alla mia, di fianco alla fiamma del camino, mi sorrise: un sorriso fievole, rassicurante. Le tende alle finestre erano chiuse, c’era solo il tenue tremolio del fuoco a sottrarci al buio totale. I suoni, che ogni tanto oltrepassavano quel muro di seta rosso che ci separava dal resto del mondo, entravano distanti e distorti, come rumori prodotti sott’acqua.

Non ricordo di cosa parlammo con esattezza: i minuti scorrevano veloci come le parole dalla mia bocca bramosa di discorsi, frementi di uscire. Quello che ricordo indelebilmente – e su questo non ho dubbi – è che nessuna parola fu sprecata, nessuna trascurata: ognuna di esse era necessaria ed ogni risposta indispensabile. Ogni pensiero fiorì nel silenzio di quella stanza.

Era tramontato il sole ormai, quando, discreta, abbassò lo sguardo verso il piccolo orologio quadrato che indossava al polso e, con voce delicata, asserì che si era ormai fatto troppo tardi perché si potesse trattenere oltre.

Si riavvolse nella sua grande sciarpa scura e indossò quel pesante cappotto, si voltò solo il tempo di un sorriso ed uscì sul delicato fruscio dei suoi passi leggeri, così come era entrata qualche ora prima, senza dire una parola. Mentre la guardavo allontanarsi, sembrava come pioggia venuta dal mare verso sera, attraverso le pianure lontane, e pareva che, pian piano, risalisse verso il cielo cui da sempre apparteneva. E così, mentre la pioggia iniziava a ticchettare sull’asfalto e sulle tegole portando con sé una screziata fioritura di ombrelli, lei scomparve alla mia vista.

Qualcosa era irreversibilmente cambiato in me: ora, una profonda sensazione di luminoso calore aveva preso ad espandersi dal ventre, irradiando tutto il mio corpo. Giovane e ancora impegolato nei tumulti della vita, percepivo un debole assaggio di felicità.

Oggi, conservo con tanto piacere nel cuore quell’incontro.

Parlai a quella sfumata figura, le aprii il mio cuore, i vortici più oscuri che dentro vi turbinavano, e lei seppe abbracciarmi col suo caldo sguardo, in quel modo che era tutto suo. Capii dopo anni quanto, in verità, non fui mai realmente solo: attorno, tanti altri erano soli come me, ma lo furono per sempre.

Compresi che è parte delle cose, certi giorni, guardare il cielo e sentirsi soli e piccoli, ma vivi. A chi sa seguirla, a volte, quella donna vestita d’ottanio regala momenti in cui la mente può ballare coi ricordi, coi nostri sogni più ciclopici: basta un poco di attenzione a quella musica udibile solo da chi sa ascoltarne il palpitare.

Lontana dal marasma, dalla baraonda delle cose del mondo, è oggi il mio piccolo luogo segreto, lontano dalle lame degli sguardi d’altri e dalle orecchie che non sanno ascoltarci. È in questo plumbeo spazio senza voci, né urla, né schiamazzi, in fondo, che nascono poesie, canzoni e speranze.

Recentemente ci ho ripensato e, implacabile, mi assale un dubbio: forse, quel pomeriggio di un inverno ormai lontano, la donna che sedette come una labile ombra nel mio soggiorno accanto allo scoppiettare delle fiamme fu Libertà, ed io ero soltanto troppo ingenuamente giovane per capirlo.

vignetta di Sofia Berna:

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Autore

Sofia BernaSofia Berna

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