Nella Bibbia, gli animali presenti riproducono vizi e virtù umani e altro non sono che il nostro stesso riflesso: essi servono come modelli esemplificativi nella cultura medievale e Dante ci dimostra di ritenerli all’altezza della loro missione inserendoli nell’opera che non smette mai di stupirci. La letteratura medievale dell’aldilà è ricca di animali presenti nei vari regni oltremondani: se quelli elencati ed esibiti negli antri infernali hanno il compito di tormentare i dannati o semplicemente di affollare gli abissi con il loro lato bestiale, gli altri nelle cantiche successive potranno fungere da canale per la purificazione delle stesse anime, cioè da esempio per la loro redenzione. Prima del sommo poeta, gli animali erano già presenti in letteratura per descrivere il mondo ultraterreno: nella cultura medievale, l’attenzione per la natura si realizzava nella prospettiva dell’interpretazione allegorica e simbolica di ogni aspetto della realtà. La natura è un insieme di segni con cui Dio parla agli uomini delle realtà spirituali. Gli animali, quindi, venivano anche assunti, in funzione esemplare e in senso morale, all’interno del discorso religioso, dando all’uomo medievale un thesaurus ampio e diversificato di animali biblici, simbolici, allegorici, scientifici e poetici che popolano la sua memoria e il suo immaginario, condizionando il suo modo di guardare e interpretare gli esseri viventi presenti nella realtà.
All’interno della Commedia dantesca rientrano diversi animali: possiamo già distinguere due nuclei, quello degli animali di fantasia e quello degli animali veri. Alcuni di loro sono legati all’amore, formando il bestiario amoroso, altri sono animali accomunati dallo spiccato senso della vista o dalla sua parziale o totale assenza, ovvero quelli del bestiario della cecità, altri ancora sono animali che vivono nel fuoco. Entriamo subito nel vivo dell’opera con il canto più famoso dell’Inferno e con il XXVI del Purgatorio, che contengono alcuni elementi del bestiario amoroso.
Nel V canto dell’Inferno (vv. 46-49), le anime dei lussuriosi sono imprigionate in una bufera che non le porta da nessuna parte: vengono paragonate prima a stormi a schiera larga e piena e poi alle gru che volano in una fila ordinata. Paolo e Francesca, invece, giungono come due colombe al cospetto del poeta e della sua guida. Anche nel canto dei lussuriosi del Purgatorio ritorna il moto circolare delle gru, che corrisponde al movimento delle anime che procedono per trovare il loro ordine morale, alludendo al pellegrinaggio e alla sua funzione penitenziale (Purg. XXVI, vv. 25-48). Se prima non potevano andar via dalla bufera infernale, adesso si affrettano verso il viaggio migratorio, sia pure in direzioni contrarie a seconda del tipo di lussuria (etero- o omosessuale) a cui gli spiriti hanno ceduto in vita. Lo stesso Stazio ci mostra due momenti che riguardano la migrazione: quello in cui i volatili lasciano il freddo per recarsi verso il Nilo e quello in cui lasciano il sole estivo e luminoso per dirigersi verso il freddo del nord e la pioggia (Stazio, Theb. XII, vv.514-518). L’invenzione di Dante unisce questi momenti che in natura appaiono separati: tutti gli uccelli, chi va verso sud e chi va verso nord, seguono la propria natura e volano verso il luogo in cui sanno di poter trovare benessere.
Fanno la loro comparsa anche le formiche, che in natura avvicinano i loro musi per informarsi sul cammino da fare o sul cibo da procurarsi: possiedono lo stesso comportamento anche i lussuriosi del Purgatorio, che si avvicinano l’uno all’altro baciandosi affettuosamente prima di riprendere il percorso (Purg. XXVI v. 31-36) . Le formiche vengono utilizzate anche da Virgilio per la stesura dell’Eneide: Enea e i suoi compagni appaiono simili a questi animali durante i preparativi della nave, prima di andar via da Cartagine. In questo caso, la laboriosità delle formiche richiama l’allontanamento dalla lussuria, di cui Didone è simbolo per eccellenza, verso il compimento della missione. La stessa cosa accade per le anime del Purgatorio, orientate al loro percorso penitenziale di fuga dal vizio.
Per quanto riguarda gli animali che vivono o “nuotano” nel fuoco, abbiamo i pesci: Dante, dopo aver dialogato con Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel, li vede sparire nel fuoco come dei pesci che tornano rapidi al fondale marino (Purg. XXVI, vv. 133-135). La similitudine si basa sul rapporto analogico: i pesci stanno all’acqua come le anime al fuoco. questa immagine è presente nella letteratura medievale di argomento oltremondano, è usata in riferimento agli animali diabolici infernali (come vermi, serpenti e draghi) che vivono nelle fiamme come i pesci nell’acqua. Ma la fiamma del Purgatorio è quella di un fuoco che purifica: il fuoco della purificazione è attraversato da diverse anime che vi si muovono alla pari dei pesci nell’acqua. In realtà, Dante non la cita mai, ma col riferimento ai pesci sembra alludere alla salamandra, animale già presente nella poesia stilnovistica e che ora trova la sua evoluzione nel sacro. La vita da salamandra immersa nel fuoco d’amore di Guinizzelli e di Arnaut Daniel si purifica finalmente nel fuoco purgatoriale. L’immagine della salamandra che vive nel fuoco è stata utilizzata dallo stesso Guinizzelli parlando della propria condizione di poeta innamorato: nella Commedia, egli passa dalla salamandra amorosa quale era a una salamandra sacra, che vive non più in un fuoco d’amore, ma in un fuoco che purifica.
Attraversiamo, invece, il bestiario della cecità. Comune denominatore di tutti gli animali che citeremo sarà il tema della luce, che si espande in tutta la Commedia. Partendo dall’abisso più profondo, le ali di Lucifero appaiono nere come quelle di un pipistrello, animale fondamentalmente cieco per natura, a cui si contrappone l’aquila dalla vista acuta e capace di guardare il sole, usata per Beatrice (nel cristianesimo, l’aquila allude al Vangelo di Giovanni, capace di vedere il futuro dell’umanità). Anche Beatrice, infatti, punta gli occhi al sole, ed è nel suo sguardo che esso riflette il suo bagliore: Beatrice trae dalla luce l’energia per elevarsi a Dio e per far elevare lo stesso Dante. Le ali dell’aquila, animale molto presente anche nel Libro dei Salmi, sono forti e sanno sostenere il poeta e l’amata, mentre quelle del pipistrello non servono in alcun modo, considerando che Lucifero è bloccato. Tra questi due animali che sono l’uno l’opposto dell’altra, abbiamo altre specie che, invece, possiedono una cecità temporanea.
Il primo è lo sparviero selvaggio, a cui Dante fa riferimento per spiegare la tecnica della ciliatura, una tortura che questi uccelli erano costretti a sopportare nella prima fase dell’addestramento. Le loro ciglia venivano ricucite insieme con il filo di ferro, per abituarli a seguire soltanto gli ordini del padrone. L’impossibilità di vedere è temporanea: come gli sparvieri, gli invidiosi del Purgatorio non sono ancora pronti a vedere la luce, devono abituarsi a riflettere su loro stessi e, per farlo, hanno le palpebre legate con il filo di ferro a loro volta (Purg. XIII, vv. 67-72). L’addomesticamento delle anime attraverso la cecità temporanea serve per farle tornare a volare, per purificarle del tutto e liberarsi dalla cecità per giungere a una forma più alta di visione.
Al seguito, troviamo la talpa, i cui occhi sono ricoperti da una patina opaca. Secondo ciò che si credeva nel Medioevo, le talpe aprivano del tutto i loro occhi solo al momento della morte, come fosse uno spasmo della sofferenza. La loro è una visione imperfetta e parziale, la stessa che hanno gli iracondi, avvolti da un fumo nero e denso che inibisce il passaggio della luce (Purg. XVII, vv. 1-9). Come le talpe, questi peccatori sono incapaci di vedere e di scegliere il bene, così come gli eretici o gli infedeli sono incapaci di riconoscere e di amare Dio. In particolare, la similitudine con la talpa è relativa alla cecità delle anime del Purgatorio, peccatori pentiti e convertiti, rivoltisi a Dio: la cecità dello sparviero e della talpa è penitenziale, imposta come strumento di purificazione.
Successivamente, troviamo dei riferimenti alla fenice e al serpente nel XXIV canto dell’Inferno (vv.97-111): Vanni Fucci viene morso alla nuca da uno dei terribili serpenti che popolano la bolgia dei ladri, prende fuoco e diventa improvvisamente cenere, poi si ricostituisce immediatamente con lo stesso aspetto corporeo di prima. Questa è la sua punizione per l’eternità: incenerirsi e rinascere dalle sue ceneri proprio come la fenice, per esser punito ancora e ancora. Il caso della fenice è interessante perché coinvolge non solo l’animale in sé, ma anche la poesia classica: siamo in un episodio dell’Inferno che è tutto costruito sul confronto-scontro con la poesia antica, specie quella di Lucano, e la presenza degli animali ha un ruolo decisivo, costituendo il filo rosso che permette a Dante di gareggiare con i classici. Il morso del serpente, infatti, si rifà al Lucano di Farsaglia: è qui che Sabello (che sarà citato nel canto successivo da Dante) viene morso da un serpente alla gamba e si dissolve per via del veleno mortale. Se Sabello prova la liquefazione, Vanni Fucci si accende e brucia istantaneamente, diventando cenere. Grazie alla cenere si prosegue col passaggio successivo, di cui la fenice è protagonista. Così come essa prende fuoco per rinascere dalle proprie ceneri, Vanni Fucci torna esattamente come era prima del morso, pronto a scontare nuovamente la pena. La fenice è l’animale più importante dell’intero bestiario cristiano, simboleggia e rappresenta la resurrezione di Cristo e quella che si prospetta per ogni credente: l’uso incongruo dell’immagine dell’incenerimento può essere compreso solo nel fenomeno della parodia sacra. L’Inferno appare sempre come un’anti-chiesa, uno spazio sacro rovesciato. La similitudine con la fenice, che ricorda il trionfo di Cristo e la possibilità per ognuno di noi di giungere alla vita eterna, diviene davanti ai nostri occhi dimostrazione della dannazione come negazione e privazione della vera resurrezione.
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