Questo è probabilmente l’articolo che scriverebbe un’intera generazione, cresciuta con il Barcellona di Don Andrés, Xavi e Messi, con la finale di Champions League del 2011 contro i Red Devils, il tiki-taka, lo spettacolo e gli occhi lucidi di un bambino al termine di un’azione interminabile, che finiva con il goal.
Leo Messi è stato un esempio di sportività, di rivalsa e di unicità incredibile. È diventato il più grande, anche se era il più piccolo: la crisi del corralito, la famiglia che non poteva permettersi le cure ormonali, lo scarto da parte del River Plate, l’arrivo in Spagna e le vittorie con il Barça. Un sogno realizzato grazie ai suoi sacrifici e a quelli dei suoi genitori.
Suo padre è stato centrale nel suo percorso, dall’inizio alla fine della sua carriera. Perché sì, lasciare la Nazionale, per la Pulce, è stato come appendere gli scarpini al chiodo, dire addio a ciò che di più bello aveva conquistato. Vincere per la sua amata terra, con l’orgoglio di chi se n’è andato per poi riprendersi tutto.
Nulla ha eguali, per lui niente era meglio della Coppa del Mondo, del trionfo albiceleste. E Messi ne è stato il condottiero, il leader massimo, l’ombra dei compagni, il motivo per lottare. Costantemente, nei momenti difficili, quando le cose non andavano per il verso giusto e quando arrivavano a un passo dalla vittoria: tutti uniti e dietro a un sistema di gioco in cui Messi spiccava non solo per le doti tecniche, ma per la gestione, la mentalità, la passione per la maglia e, forse, per amore.
Lo stesso amore che lo ha portato a disputare il Mondiale, nonostante il padre fosse malato e, da anni, Lionel fosse ormai fuori dal giro europeo.
Contro tutti i pronostici che lo davano per finito, è stato anche questo il Mondiale di Messi. È solo mancata la vittoria finale. La squadra che aveva dimostrato grinta e coraggio contro gli inglesi è arrivata al momento più bello senza ossigeno. La Spagna ha comandato il gioco e l’epilogo lo conosciamo tutti.
«Il dolore è immenso», scrisse Leo dopo la finale.
Poco più di un mese dopo è morto Jorge Horacio Messi, suo padre, il suo consigliere, il suo agente, colui che aveva lasciato tutto pur di credere in un sogno. Per mordere la vita e provare a rivoluzionarla. Se non fosse stato per lui, oggi non saremmo qui a parlare di suo figlio.
E forse la fine più amara, ma anche la più giusta, è stata proprio questa.
Perché questa parabola rimarrà per sempre nel mito, scritta attraverso un pallone, raccontata da un ragazzo che ha trasformato le proprie fragilità in forza, i propri limiti in possibilità e un sogno inarrivabile in qualcosa che, per una generazione intera, è sembrato reale.
Il 6 ottobre, Lionel Andrés Messi Cuccittini scende in campo con la nazionale argentina un’ultima volta al Monumental di Buenos Aires, per celebrarlo e vederlo giocare ancora una volta con la camiseta con qui ha conquistato il mondo.
La fine di un’era, forse.
Ma non la fine della storia.
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