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Nasir esce dalla baracca reggendo delle tazze di tè mentre Hassan ci indica alcune sedie davanti alla struttura che hanno appena finito di costruire. Il sole, libero dalle nuvole cariche di pioggia dei giorni precedenti, ha trovato finalmente posto nel cielo azzurro e ora illumina le lamiere della baraccopoli più grande d’Europa. Il grano a febbraio è ancora verde smeraldo e come uno Stabilo Boss sembra evidenziare i contorni dell’ex pista di atterraggio di Borgo Mezzanone: qui, dai primi anni duemila, migliaia di migranti hanno trovato lavoro come braccianti nelle campagne della Capitanata, la zona settentrionale della Puglia dove si produce quasi la metà dei pomodori italiani.
Mentre ci parla, lo sguardo sereno di Nasir viene tradito dalle rughe scavate tra le due sopracciglia. È un ragazzo magro e slanciato, ha solo 27 anni ma è già padre di tre bambini, di cui ci mostra orgoglioso una foto salvata sul telefono, poi attiva il traduttore vocale e inizia a raccontarci la sua storia. Originario di Peshawar, nel Pakistan occidentale, al confine con l’Afghanistan, era proprietario di una gioielleria che dovette abbandonare quando i talebani iniziarono a minacciare i territori oltreconfine: «La situazione iniziò a diventare pericolosa e fui costretto a chiudere tutto», aggiunge rassegnato. Così decise di abbandonare la casa, la moglie e i figli alla ricerca di un futuro migliore in Europa: «È passato più di un anno da quando ho lasciato il Pakistan, ho attraversato a piedi l’Afghanistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, il Kazakistan, la Bielorussia, la Polonia e la Germania. Da lì sono sceso a Milano e ho chiesto lo status di rifugiato», continua illustrandoci il percorso che lo ha portato fin qui. Una volta ricevuta l’accettazione, venne assegnato al centro di accoglienza per richiedenti asilo vicino alla baraccopoli: «Ottengo i documenti e poi prendo accordi per farli arrivare», conclude con la speranza di un possibile ricongiungimento con la sua famiglia.
Anche Hassan, 21 anni, viene dal Pakistan. Il suo viso armonioso brilla contro il sole calante del pomeriggio e i folti capelli neri contrastano con il vestito di lino bianco. Tira fuori un pacchetto di sigarette, si mette a fumare e l’indice della mano destra, ora vicino alla bocca, mostra un anello d’argento con una grande pietra rossa al centro. Non parla inglese né italiano e indicando la sua tazza pronuncia la parola kahwah, il nome di una bevanda pakistana che per questa cultura racchiude l’essenza stessa dell’ospitalità. Hassan comunica con gli occhi o con i gesti e dirige lo sguardo verso la sagoma di un uomo in lontananza diretto verso di noi. Ci raggiunge un tipo robusto dall’aria allegra di nome Ismail, indossa delle ciabatte e lascia al sole le scarpe appena pulite per farle asciugare. Si presenta parlando un inglese impeccabile, dice di essere afghano e di aver lavorato come traduttore per gli americani durante la guerra. Si è appena fatto la doccia e anche la pulizia delle scarpe è parte di un’abluzione necessaria alla preghiera mussulmana. Dopo una breve chiacchierata, si posiziona in direzione della Mecca e inizia la ṣalāt del pomeriggio, uno dei cinque momenti di orazione giornalieri. Ci troviamo ai margini della “Pista”, lontano dal via vai rumoroso dei tassisti abusivi che collegano la baraccopoli alla borgata da cui prende il nome. A qualche decina di metri da noi pascola una piccola mandria di mucche, l’unica forma di vita in vista: sono quasi tutti giovani maschi destinati ad alimentare il consumo interno di carne dell’accampamento. Al di là delle recinzioni arrugginite, immense distese di campi.

Terminata la preghiera, iniziamo a parlare di religione e delle varie congruenze tra i libri sacri. Mi colpisce subito l’inclusività storica dell’Islam, il fatto che Gesù sia uno dei profeti più importanti della tradizione e che la figura di Maria sia l’unica donna chiamata per nome all’interno del testo. Conclude con un consiglio: «Prova a leggere il Corano» mi dice, «immagino tu abbia molti libri da leggere per l’università, ecco, questo sarà semplicemente uno in più», continua con un sorriso.
Nello stesso momento in cui Nasir, Hassan e Ismail condividono una tazza di tè, il ministro della Repubblica Islamica del Pakistan sta dichiarando lo stato di guerra aperta con l’Afghanistan, controllato dal 2021 dai talebani che lo hanno reso un emirato riconosciuto solamente dalla Russia tra i paesi delle Nazioni Unite. Eppure «Siamo fratelli, parliamo la stessa lingua», ripete Ismail informandoci sull’esistenza di un’etnia che unisce le popolazioni al confine tra i due stati. Si tratta dei Pashtun, un gruppo etnico di circa 70 milioni di persone stanziato prevalentemente nel sud est dell’Afghanistan e nella porzione occidentale del Pakistan, parlano la lingua Pashtu e sono organizzati attraverso un sistema tribale. Seguono il Pashtunwali, interpretato come “la via dei Pashtun”, un codice indigeno non scritto di leggi che detta lo stile di vita delle varie tribù, ormai integrato nell’islam sunnita. Uno dei suoi cardini è la Melmastia, il principio etico che impone ospitalità e rispetto verso chiunque, senza distinzioni di etnia, religione o status economico, proponendo un’accoglienza totalmente disinteressata, priva di qualsiasi aspettativa di compenso o favore.
Il sole è ancora alto e sfruttiamo la luce per catturare un’amicizia resistente alle violenze del mondo contemporaneo. «Ci siamo conosciuti qui al campo e siamo diventati buoni amici», dice Ismail mettendosi in posa in mezzo agli altri due. Abbiamo incontrato Nasir, Hassan e Ismail solamente venti minuti fa, ma l’atmosfera è quella di una festa, come se la nostra presenza fosse qualcosa di irripetibile, qualcosa da celebrare.

«Abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda» recita il Corano. Così come ha fatto Ismail con me, vi rigiro il consiglio di leggerlo, in fondo sarebbe semplicemente un libro in più a tutti quelli che avete accumulato sopra la libreria.
Autore
Francesco Rita
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