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Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Stefano Furlan, Giuseppe Uva, Riccardo Rasman, Rachid Nachat, Ugo Russo, Abderrahim Mansouri, Giuseppe Laforè, Gabriele Sandri, Luan Danushi, Kayes Bohli, Marcelo Valentino Gomez Cortez, Ramy Elgaml e Stefano Cucchi.Tutti questi ragazzi hanno una sola cosa in comune: lo stesso assassino: lo Stato. La maggior parte di queste vittime sono morte due volte: una, per mano delle forze dell’ordine e la seconda, per il silenzio istituzionale e la conseguente assoluzione degli imputati. Quest’impunità costa ancora oggi delle vite. Alcuni di questi casi sono diventati simboli nelle piazze: nelle manifestazioni contro le ingiustizie, contro le istituzioni e contro le forze dell’ordine; qualcuno dovrà pagare il sopruso, la violenza, il disinteresse nei confronti di persone, letteralmente, condannate a morte. La loro esecuzione è scattata dopo un fermo, per aver commesso dei micro-reati o per non aver fatto niente. E se il giorno lo vivevano normalmente, con le loro famiglie, la notte diventava un inferno, una condanna, da consumare da soli, senza pietà. E una divisa si macchiava di sangue. Chi più dovrebbe difenderci, assicurare la nostra incolumità, uccide! E bisogna dirlo, anche il ministro Salvini deve dirlo. In tempi più recenti, da Corvetto a Rogoredo sono morti due ragazzi e si doveva evitare. Il segretario della Lega non ha mai aspettato più di una notizia per mettersi dalla parte delle forze dell’ordine, mentre dei ragazzi lasciavano questo mondo, ingiustamente. Io non sto dalla parte dei mostri. Carmelo Cinturrino è il poliziotto che recentemente hasparato e ucciso Abderrahim Mansouri. Questo è l’ultimo caso di cronaca, di mala polizia, che ha dell’assurdo. L’uomo in divisa ha sparato per uccidere, e sono serviti 22 minuti per capire la situazione e chiamare un'ambulanza. Abderrahim non aveva nessuna arma, era stato fermato per un controllo antidroga e aveva con sé uno zaino. Lo stesso zaino scomparso, possibile movente, è ora al vaglio degli inquirenti. I colleghi hanno protetto Cinturrino, hanno omesso soccorso al ragazzo e hanno confutato le prove. Pare che vicino al corpo della vittima sia stata messa un’arma, una scacciacani, per raccontare una storia diversa e per poter parlare di legittima difesa. Dalle ultime ricostruzioni, l’assassino non era solo un assistente capo, ma sembra che chiedesse il pizzo, estorcesse e minacciasse i vari pusher. L'ultimo mal capitato lo conosceva, e si dice che l’avesse preso di mira, perché non pagava o non stava alle sue regole da capo della piazza. I colleghi sono indagati per favoreggiamento, omissione di soccorso e solo adesso stanno collaborando con la giustizia. Perché parlano solo adesso? Volevano, forse, coprire qualcosa di più grande? Questi “infami” come li definisce Cinturrino, ora devono parlare. Abderrahim non tornerà mai più dalla sua famiglia, e se non verrà fatta giustizia perderà anche lo Stato, o peggio, sarà complice, per l’ennesima volta. All’inizio c’è un elenco di ragazzi ammazzati come cani. Mi riaffiorano alla mente le foto di Aldrovandi, Uva e Cucchi. Che sono tra i casi più celebri. Soprattutto per l’efferatezza con cui sono stati uccisi. Federico aveva 18 anni e venne fermato per un controllo, i poliziotti parlarono di una reazione, di un ragazzo violento che reagì in modo pericoloso al fermo. Gli spaccarono addosso dei manganelli, lo ammanettarono e lui morì, come un inutile, un condannato a morte, con 54 tra lesioni ed ecchimosi. Aldrovandi è stato ucciso brutalmente, ma i 4 poliziotti sono stati dietro le sbarre per 6 mesi. Dal 2014, alcuni sono tornati in servizio, come se non fosse successo nulla e come se la cosa non potesse ricapitare. Mi chiedo se sei mesi siano serviti a rieducare questi soggetti e severamente sia giusto che dopo aver distrutto una famiglia e una giovane vita sia possibile non avergli tolto la divisa. È stato fatto fortunatamente a Centurrino, ma ci sono decine di casi, di privilegio, di poliziotti ritornati in servizio. Nel 2019 la Polizia di Stato festeggiava l’assoluzione definitiva degli agenti accusati di aver ucciso Giuseppe Uva. L’uomo arrivò in centrale a Varese ubriaco, finì in ospedale per un TSO ed ebbe un arresto cardiaco. Per la Giustizia il quarantatreenne fece tutto da solo, non subì violenze e maltrattamenti. I 2 carabinieri e i sei poliziotti, imputati di omicidio preterintenzionale, abbandono di incapace, arresto illegale e abuso di autorità, vennero sempre assolti. Solo nel 2024, dopo 16 anni dalla morte di Giuseppe, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riaperto il caso: troppe cose non tornano, macchie di sangue, traumi subiti e una preesistente patologia cardiaca. Un trattamento inumano, per una persona con chiari problemi fisici e in preda ad uno stato euforico. Bisognerà andare affondo anche a questo caso qua. E una volta per tutte, donare la verità ad una famiglia che ha sempre combattuto per trovarla. Il caso Cucchi è il più emblematico, forse per l’importanza mediatica della storia, per la battaglia della sorella Ilaria, che non si è mai data per vinta. Stefano è stato pestato a morte, otto agenti sono stati condannati per omicidio preterintenzionale; dopo 13 anni, tredici anni di battaglie, grazie alla tenacia di una famiglia, che non ha mai smesso di chiedere giustizia. Le condanne sono arrivate, ma il tempo non restituisce una vita. E ancora una volta abbiamo perso tutti.
Ho scritto di queste storie, per sensibilizzare un tema, importante, necessario da affrontare. Ma so che non è mai abbastanza. Ci sono tante vicende da raccontare, tante battaglie, bisogna tenerle vive nella nostra memoria ed è l’unico antidoto all’indifferenza. Non per alimentare odio, ma per pretendere verità. Non per dividere, ma per costruire uno Stato più giusto. Perché quando dimentichiamo, permettiamo che accada di nuovo.
Ho deciso di parlare di questi casi in vista della riforma della giustizia prevista per marzo. Questa revisione non servirebbe a rendere i processi più rapidi, le indagini più trasparenti e le responsabilità più chiare, non c’è nessun passo in avanti. Questo referendum è politico, e il risultato che potrebbe ottenere --il grande il rischio-- , è quello di aumentare la distanza tra cittadini e istituzioni. Noi avremmo bisogno di altro.
Questo articolo non vuole demonizzare un’intera categoria. Esistono donne e uomini in divisa che lavorano con onore e rischiano la vita ogni giorno. Ma proprio per questo, chi tradisce quella divisa deve risponderne fino infondo. Senza sconti. Senza protezioni corporative. Senza silenzi. Perché quando lo Stato non è capace di fare piena luce sui propri errori, perde autorevolezza. E quando la verità viene rimandata o ostacolata, non muore solo una persona: muore un pezzo di fiducia collettiva. La giustizia non può essere a corrente alternata. Non può valere solo per alcuni. Se lo Stato pretende legalità dai suoi cittadini, deve essere il primo a rispettarla, fino in fondo. Sempre.

Autore
Massimiliano Rossetti
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