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Scrivere su “Gli Ultimi giorni di Pompeo” di Andrea Pazienza non è stato facile.
La cosa che sicuramente volevo, era scriverlo dopo aver riletto per l’ennesima volta il libro; ma questa volta con una differenza: leggerlo nella sua primissima edizione, per Editori Del Grifo del 1987. Quando si ha tra le mani la prima edizione di qualcosa è sempre un’esperienza peculiare, ci si trova davanti al vero, alla forma con cui l’autore ha pensato di confezionare una sua creatura. In questo caso, una creatura che penso sia uno dei migliori romanzi a fumetti che il mercato italiano e a mio parere, mondiale, abbia mai visto.

L’albo esce come una semplice brossura, 12.000 lire.
Incredibile pensare che una forma così semplice e diretta contenga al suo interno un così grande vortice di storie, drammi, disagi e disavventure; uno dei migliori racconti degli anni ’80. La trama del libro è semplice; in sommi capi l’opera parla proprio degli ultimi giorni di vita del protagonista, Pompeo: egli è un giovane fumettista tossicodipendente trentenne di Bologna, che per evitare il trascorrere del tempo e l’arrivo della vecchiaia, decide che per rimanere per sempre giovane, deve morire.
Il libro ovviamente, sia per rimandi grafici del protagonista, che è anch’esso un fumettista di successo, sia per la dipendenza di quest’ultimo dall’eroina, ha un marcato carattere autobiografico.

Uno dei temi alla base del libro è proprio il modo di affrontare la vita di Pompeo: vivere alla giornata, risolvere i momenti peggiori con una dose, non fare progetti : l’ineluttabilità pura, che lo porterà a situazioni al limite, “fino all’estremo” (titolo inizialmente pensato per l’opera dallo stesso autore).
Lo scrittore Pier Vittorio Tondelli descrive e riassume bene con le sue parole la linea spesso seguita dai giovani di quegli anni, ed anche dal nostro protagonista:
“Guadagnare tanto per buttare via tutto, non pensare mai al futuro, non fare mai progetti, vivere alla giornata, avere orrore di costruirsi una carriera, […] provare ribrezzo dei ruoli professionali, identificarsi completamente con la bohème del proprio lavoro artistico, giocare, con il proprio talento, alla roulette russa. Strapazzarlo, gettarlo, immiserirlo, sprecarlo, dannarlo sapendo di poterlo ritrovare intatto il giorno dopo, ancora più brillante e sgargiante”.

Questa era un po’ la filosofia di Pompeo e di molti giovani della sua generazione, il tutto purtroppo era aggravato, se c’era di mezzo anche l’eroina. Si capisce come Paz riversi le sue sofferenze del periodo vissuto, di quando era a Bologna, sfruttando il medium fumetto come scatola per inserirci le sue esperienze, pensieri, drammi esistenziali che forse lo hanno attanagliato, e che forse hanno attanagliato migliaia di giovani come lui.


I luoghi di Pompeo sono la sua casa di Via Emilia Ponente (residenza in cui ha vissuto l’autore fino al 1984), Piazza Verdi e tutta la Bologna degli anni ’80, resa graficamente come una città scura, circondata dal fumo, che inghiotte, graffiata dalla china nera di pennarelli scarichi. Ma viva e pulsante, vera protagonista delle (dis)avventure di Pompeo.

Pompeo è vessato da un costante malessere, una frenesia ipercinetica, causata ovviamente dall’uso e dall’astinenza alla sostanza, è intervallato da picchi di umore alto e basso, che gli causano visioni, turbinii di paranoie, che Pazienza sceglie di arricchire con versi di poeti come Esenin, Pasternak e Majakovskij.
Le visioni diventano stanze in cui Pompeo entra ed esce, ed anche graficamente Andrea Pazienza fa lo stesso: con la sua enorme abilità nel disegno, si passa da pennarelli schizofrenici a tratti sottili e delicati. Da matite sfumate a neri nitidissimi.


Questo contrasto ovviamente accentua il carattere ambivalente della vita di Pompeo, ricerca della giovinezza ed anche ricerca della morte, luce e buio, felicità esagerata e depressione, dose e astinenza.
L’autore non passa per mezzi termini, sceglie un modo di raccontare oggettivo, freddo: quelle erano le “menate” a cui probabilmente andava incontro lui stesso, e le racconta in modo estremamente realistico e crudo. Non ci fa vedere tutto ciò col fine di trasmettere pietà o compassione nel lettore, ma come sempre egli funge da cronista del suo tempo, sbattendoci in faccia la cruda realtà: le uscite di Pompeo per cercare la dose giornaliera, le ultime telefonate disperate con sua mamma, le avventure di basso livello, tappezzate da incontri con strani individui e pusher infami. Come ci fa intuire il titolo, la fine del libro è tragica e prevedibile tanto quanto è pericolosa e fragile la vita all’estremo di Pompeo.

Con “Gli Ultimi giorni di Pompeo” ci si trova davanti ad un capolavoro del nostro tempo, un libro che sembra essere scritto di primo pugno, di impulso, come ci racconta l’autore, con fogli di diverso tipo, a quadretti o bianchi, trovati “lì per lì sul momento” ascoltando Carmelo Bene che legge i poeti russi. È un rigurgito di stati d’animo, di sensi di colpa, di vicissitudini, di conoscenze che riguardavano la sua vita di quel periodo.
Pazienza se ne è andato da Bologna nel 1984, si trasferisce in campagna a Montepulciano con la moglie, ha cambiato vita. Come scrive lui stesso nella postfazione del libro: “Così finisce l’ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita”.
Quindi se da una parte Pompeo cerca la morte e la dannazione, dall’altra Pazienza facendo morire il suo personaggio, ci pone un freno, la scalcia via, sceglie di celebrare la vita. A mio parere l’autore è come se si strappasse di dosso quel desiderio di vita da rockstar dannata, ed attraverso la matita e il pennarello, lo riversasse nel fumetto.
Un fumetto cucito con stralci di vita vissuta da un ragazzo geniale che poi sarebbe diventato uno dei più grandi fumettisti del nostro tempo e non solo.
Un ragazzo di nome Andrea che è scomparso che aveva la mia età, a soli 32 anni.

Dedicato alla vita, ad Andrea Pazienza, a Stefano Tamburini e alle migliaia di famiglie delle vittime inseguite dallo stesso demone
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