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C’è una certa ipocrisia nel parlare oggi di «nuova vita» del Ponte Nord. A distanza di quattordici anni dalla sua inaugurazione la grande struttura di cemento, vetro e acciaio, che avrebbe dovuto rappresentare una delle porte d’accesso alla Parma del futuro (la gran de Parma Europea), sembra prepararsi finalmente ad avere una funzione. Il progetto si chiama «Cibus Walk» e promette un hub culturale (ancora cosa voglia dire io non l’ho capito) e formativo, dedicato alla cultura alimentare attraverso la ristorazione, la programmazione di eventi, la «formazione» e promozione del territorio. Un progetto ambizioso, certamente e, sicuramente, poco chiaro. Ma prima di parlare della nuova vita del mostro di cemento, della quale, per altro, ancora non si percepiscono nemmeno i battiti, sarebbe opportuno ricordare, per i più smemorati, la sua prima morte.
Il Ponte Nord nasce nel 2010 e viene inaugurato nel 2012. Centosessanta metri di lunghezza, tre livelli, quasi 4 mila metri quadrati di superficie e un costo complessivo che ha raggiunto i 39 milioni di euro, di cui 25 milioni di fondi pubblici. Inizialmente il ponte doveva contribuire alla ricucitura urbana tra la stazione e la sede dell’Efsa, diventare uno spazio abitabile, ospitare attività commerciali ed espositive. È diventato invece, per anni, una delle immagini più evidenti dell'incompiutezza amministrativa parmigiana, che ci ha ormai abituati a grandi promesse inattese. Il problema non è stato soltanto, ovviamente, che il Ponte Nord sia rimasto vuoto per anni. È stato, logicamente, secondo quanto emerso dalla documentazione raccolta da giornali e enti predisposti, un problema pregresso alla sua inaugurazione: che partiva già dalle fondamenta dell’intero progetto. La struttura era stata pensata come ponte abitabile nonostante i vincoli relativi agli usi permanenti sugli alvei dei fiumi. Nel 2014 veniva descritta come un «guscio vuoto»: mancavano impianti necessari e autorizzazioni, mentre per renderla utilizzabile si stimava fossero necessari ulteriori milioni di euro. La domanda sorge quindi spontanea: perché è stata fatta?
E così Parma si è ritrovata con il paradosso di un'opera costata decine di milioni che, una volta terminata, non poteva essere utilizzata per lo scopo per cui era stata immaginata. Ma che dico: non poteva essere utilizzata proprio per nessuno scopo.
Negli anni le amministrazioni hanno provato a trovare una soluzione: nel 2020 il Comune commissionò all’architetto Pier Luigi Bontempi un progetto per completare e rifunzionalizzare la struttura in vista della nascita del cosiddetto «Ponte delle Acque», destinato a ospitare l’Autorità distrettuale del fiume Po. Il progetto prevedeva anche un Museo delle Acque, spazi per convegni e attività scientifiche e una nuova concezione degli uffici, pensata per ridurre superfici e sprechi energetici. Il progetto venne consegnato nel novembre 2020. Poi, però, secondo il progettista, nessuno ne parlò più. Dal cibo all’acqua ci vuole poco, e la cena dello spreco servita alla tavola dei parmigiani non ha tardato a presentare un conto salato, che grava sulle tasche e sulla vita dei cittadini comuni, non di certo dei governanti seduti su troni d’oro in stanza d’avorio. A loro, evidentemente, è bastato girarsi dall’altra parte.
Ma ancora il grande ducato non molla, batte in ritirata e poi riparte in contropiede e, nel 2022, sembrava arrivato il momento della svolta: un accordo tra Comune, Regione, Provincia e Autorità di bacino (sembra l’inizio di una barzelletta) avrebbe dovuto trasformare il Ponte Nord nel «Ponte delle Acque», a distanza di due anni dalla presentazione di un progetto accantonato ancora prima di essere valutato. Un anno dopo, però, il Ministero dell’Ambiente cambiò destinazione ai 4,5 milioni di euro( che avrebbero fatto ammontare il prezzo di questo obbrobrio urbano alla bellezza di 43 milioni di euro) precedentemente destinati alla nuova sede e, così, un’altra prospettiva finì affogata
Oggi la soluzione è «Cibus Walk». Sono arrivate cinque proposte all’avviso pubblico, ma soltanto una è stata ritenuta conforme ai requisiti per accedere alla fase successiva: quella di Fiere di Parma. Il progetto potrà contare su 6 milioni di euro di contributo statale ai quali Fiere di Parma ha annunciato di voler aggiungere un proprio contributo. I lavori dovrebbero partire nel corso del 2026. Alle porte di Ottobre, però, ancora calma piatta, e passare di fianco al gigante di cemento è diventato ormai pesante per i cittadini che, come quando il flash di un brutto ricordo ti appare nelle mente e scuotendo leggermente la testa provi a scacciarlo, allo stesso modo si voltano dall’altra parte, per non ammettere l’ennesimo fallimento dei loro paladini.
Il nuovo progetto può anche rappresentare una soluzione valida. Anzi, sarebbe auspicabile che lo fosse. Parma ha tutto l’interesse a recuperare una struttura che per troppo tempo è stata un simbolo di spreco e abbandono. Ma non basta inaugurare un nuovo progetto per cancellare la storia precedente. Non basta annunciare una «nuova vita» per partorirne una reale.
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