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Per il numero di Marzo la direzione ha chiesto a Vantenina Rodolfi (psicoanalista della relazione) e Michele Ghironi (a.k.a. Dj Over; produttore, musicista, fonico), figure stimate per la loro professionalità e le loro idee, di approfondire il tema del «desiderio ».
Preparatevi ad entrare in quello che è molto più di un semplice articolo. Buona lettura.
I sogni son desideri di felicità/nel sonno non hai pensieri/ti esprimi con sincerità. Cantava Cenerentola, parafrasando inconsapevolmente ciò che già Freud aveva teorizzato mezzo secolo prima. È la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi è stato proposto di scrivere un articolo sul desiderio. Un tema talmente tanto indagato e approfondito dalla psicoanalisi che avrei potuto aggiungere poco se non avessi deciso di coinvolgere un interlocutore d’eccezione: Michele Ghironi a.k.a. Dj Over, producer e music engineer hip hop. In fondo coniugare psicoanalisi e hip hop è il mio di desiderio, perché quando si hanno due passioni a cui si vuole tanto bene sognare di poter farle incontrare viene naturale. Ci tengo a precisare però che non mi sono affidata a Over solo per quello che fa ma anche per quello che è. Per come la vedo io Over è un po’ il genio della lampada: la gente a realizzare i propri desideri non è cosa da poco. Ma è soprattutto una persona in grado di desiderare e correre appresso ai propri desideri, senza paura o imbarazzo. Ed è forse questo che lo rende irresistibile. Ho incontrato Dj Over in un freddo mattino di febbraio nel suo studio di registrazione (nel posto dove avvengono le magie!) e abbiamo lasciato che i nostri pensieri e le nostre parole fluissero a briglia sciolta, trovando e a volte creando ponti tra la sua esperienza e la mia, tra ciò che lui osserva nei ragazzi con cui lavora e ciò che osservo io in quelli che lavorano con me. Ci siamo lasciati guidare dalle suggestioni del rap e da quelle delle psicoanalisi per poi scoprire che non sono così distanti. Quello che segue è il frutto di tutto questo.
Che cos’è per te il desiderio?
Over: «è quella cosa che ti tiene sveglio la notte, pensi a quello che vorresti, a come dovrebbe svilupparsi il processo affinché uno riesca a realizzare...quello che lo tiene sveglio. Non sai mai come potrebbe andare e quindi questo fa pensare un po’, senti quell’ansietta che ti tiene un attimo lì, che ti spinge anche a voler fare le cose meglio. È una necessità che viene da dentro, che stimola e muove nel fare le cose»
Ci sono desideri e desideri. Alcuni durano giusto il tempo di venire scartati per poi essere dimenticati in un angolo, altri invece ci accompagnano una vita intera. I desideri di cui vogliamo parlare sono quelli che ci tengono svegli la notte, con buona pace di chi, tipo Freud, vorrebbe nella produzione onirica l’appagamento allucinatorio del desiderio. Quelli in cui specchiandoci riusciamo a intravedere le possibili, future, versioni di noi stessi che ci piacciono. “È il compito della vita intera” afferma l’analista Laura Pigozzi, “è qualcosa che non conosciamo, che non capiamo finché non l’abbiamo trovato”. E quando l’abbiamo trovato inizia la salita, il vero lavoro. Perché i desideri si fanno inseguire, non ci appartengono del tutto e pure una volta realizzati non ci sfamano mai troppo a lungo. A volte non ci sfamano affatto. È una vita tragica quella di chi desidera, destinato a una irriducibile tensione tra le realtà del pianeta terra e le bellissime illusioni dei sogni. E come se non bastasse, è pure chiamato a conciliarne il dialogo. Pensi a quello che vorresti e a come realizzarlo ci dice Over, perché il desiderio non definisce solo l’obiettivo, ma il percorso intero. “Stare nel proprio desiderio significa stare nel proprio destino” prosegue Pigozzi, è la possibilità che si realizza quando si può fare ciò che si è. Dalle mie parti, quelle frequentate da psy di ogni genere, si sente dire che i ragazzi non desiderano più, che cercano solo il piacere e le conferme narcisistiche, che passano la vita appiccicati al cellulare inseguendo modelli consumistici e votati all’apparenza. Non mi sembra proprio. Ho conosciuto giovani e giovanissimi con energie da vendere, con dei desideri talmente belli e luminosi da contagiare anche me. Ma i desideri sono responsabilità grandi, se ce l’hai è un tuo preciso dovere difenderlo a tutti i costi. Ho sempre fatto il tifo per loro. D’altra parte mi è sempre stato dolorosamente chiaro che c’è anche chi non desidererà mai, perché da questa sua rinuncia dipendono troppe cose: equilibri familiari, sociali, appartenenza. E allora si mette a tacere quel sussurro che chiama da dentro, quella forza che spinge e tira e si vive una vita un po’ a metà, una menomazione autoinflitta che lì per lì può apparire come l’unico compromesso possibile tra sé e gli altri. Pigozzi indica come proprio la produzione del sintomo sia un modo per dare voce a un desiderio che non si vuole ascoltare.
Ma se il desiderio appartiene un po’ a tutti, alla natura umana, come mai ci sono persone che riescono ad essere più ostinate ed altre che abbandonano?
Over: «Possono esserci più fattori. Qualcuno ha più la spinta che viene da dentro, qualcuno ha bisogno di essere trainato, qualcuno ha l’autostima più alta qualcun altro più bassa e si continuano ad autocriticare. È giusto essere critici con sé stessi ma alcune persone vorrebbero tendere alla perfezione – soprattutto in un mondo come questo basato molto sull’immagine – però la perfezione non esiste, anzi, il bello dell’essere umano è che nella sua imperfezione è perfetto. Ci vuole sempre quell’aspetto umano, quella caratteristica che differenzia. E poi devi concludere una cosa e andare avanti. È l’imperfezione che ci caratterizza e ci differenzia da una macchina. Ho avuto dei ragazzi con cui ho lavorato e una volta concluso il progetto non hanno pubblicato perché sentivano delle imperfezioni di cui altri non si sarebbero mai accorti»
Da quando faccio questo mestiere mi sono stati illustrati almeno un milione di progetti. Cose di tutti i tipi: dalle compravendite di auto con l’est Europa, alla carriera nel mondo dell’astrologia, dall’aprire nuovi giri di spaccio ai violini solisti nelle orchestre sinfoniche. Alcuni di questi desideri sono in fase di realizzazione, altri si sono dissipati nel momento in cui sono stati detti ad alta voce, molti sono stati interrotti, spesso senza un vero motivo o un impedimento reale. Sono queste le situazioni che non mi fanno dormire la notte: pure la frustrazione è un ottimo rimedio contro il sonno. Credo che Over toccando la questione del perfezionismo apra a qualcosa di davvero interessante, un aspetto, sebbene non l’unico, che getta luce su quel fenomeno tanto diffuso quanto tedioso che di solito chiamo “non riuscire a quagliare”. La psicoanalisi lo spiega facendo riferimento all’Ideale dell’Io cioè quella meta perfezionistica che l’individuo pone davanti a sé. In effetti si potrebbe dire che in molti casi i progetti vengono abbandonati proprio perché in itinere ci si accorge che le cose non stanno venendo bene come ci saremmo aspettati, che c’è una netta discrepanza tra ciò che siamo e ciò che ci saremmo immaginati di essere. Questo è ovvio, l’ideale fa riferimento a qualcosa che può essere perfetto solo perché astratto, immateriale, disincarnato dalle regole di questo mondo. Tuttavia come fa notare lo psichiatra L. Anepeda “Il perfezionismo non è mai uno stile di vita liberamente scelto dal soggetto per quanto egli possa, talvolta, sostenerlo, bensì un regime di schiavitù interiore. In realtà, il perfezionismo è sotteso da una dinamica che comporta sempre per un verso una coercizione a fornire performance eccellenti e, per un altro, un opposizionismo che mira ad allentare il regime di schiavitù se non addirittura a sovvertirlo”. Il che significa che si punta alla perfezione per poi abbandonare quando non la si ottiene. Risultato: fatica, tempo, energie per non concludere nulla. Un destino già scritto considerando che la perfezione non esiste. Se la psicoanalisi ci dice cosa sta-succedendo-davvero mentre succede-ciò-che-stiamo-guardando senza suggerire soluzioni è Over a fornire una proposta per superare tale impasse: in fondo chissene frega di essere perfetti? È nell’imperfezione che risiede la natura umana. È lì che sta il bello, nell’irriproducibilità del difetto, del limite, che risiede in ognuno. E non perdiamo di vista che bisogna concludere. Una delle citazioni meno note ma più interessanti di Steve Jobs è “Tutto ciò che ti circonda, che tu chiami vita, è stato creato da persone che non erano più intelligenti di te”...e nemmeno più precise, aggiungo io. Ma sono di parte; da sempre votata alla sacra scuola del pressapochismo, immolata alla nobile causa del 6 politico since 1983. Fare e disfare manco fossimo una bella Penelope al suo telaio senza vedere mai la fine di ciò che si sta costruendo, senza chiudere mai il cerchio che abbiamo iniziato a tracciare con passione e entusiasmo, magari con la scusa di fare meglio, è il modo migliore per rimandare all’infinito il momento in cui fare i conti con sé stessi. E comunque conosciamo tutti le vere intenzioni di Penelope.
E tu come fai ad aiutarle, se riesci ad aiutare qualcuno?
O: «Provo a farglielo rifare più volte, perché il bello dell’essere umano è che impara dai propri errori. Ci vuole pratica per qualsiasi cosa ed è scientifico che più facciamo una cosa più questa cosa la interiorizziamo e pian piano verrà sempre meglio. Se non ti viene la prima volta tranquillo perché bisogna darsi tempo»
In altre occasioni ti ho sentito dire che il vero tallone d’achille dei ragazzi, l’errore che vedi più spesso, è quello di non concentrarsi sulla costanza. E la costanza è quella dimensione che ha necessariamente bisogno di tempo. Secondo te perché si fatica ad essere costanti?
O: «Io capisco che sia difficile per chi comincia da zero non vedere certi risultati arrivare in un breve lasso di tempo. La musica è un investimento a lungo termine e anche per me i risultati sono arrivati dopo anni. Ma alla base per me c’è sempre un piacere nel fare le cose e non volere fare questo per raggiungere degli obiettivi economici o la fama, quelle sono cose che arrivano dopo, ma la cosa principale è l’amore, la passione per questa cosa e anche un po’ una vocazione. Io non mi sento particolarmente talentuoso ma la mia è stata più una sorta di ossessione positiva per la musica. Un’ossessione che ti fa venire questa forza da dentro che ti spinge e sprona a fare queste cose e praticarle e imparare dagli errori e riprovarci ancora. Questo è un periodo storico in cui le persone molto giovani sono abituate ad avere tutto e subito perché hanno a disposizione tutte queste tecnologie, internet e applicazioni varie e vogliono tutto subito anche qua. Ma le persone che seguono i musicisti o gli influencer per esempio che hanno milioni di streaming, visualizzazioni ecc a volte non si rendono conto che ci sono arrivate perché si sono sbattute, ci hanno lavorato e non poco. Quindi è quello che manca secondo me, un aspetto realista del fatto che il mondo è un posto difficile, ci sono problemi di ogni genere anche se fai quello che ti piace come la musica, anche qui ci saranno gradini da affrontare, delle porte da dover aprire con le proprie mani. La vita è fatta così, è una lotta, ma poi puoi arrivare a grandi soddisfazioni, ottenere certi risultati.»
I desideri hanno bisogno di tempo. E il tempo è un bene prezioso che la Gen Z sente di non avere. Certo è che nutrire un’intera generazione a suon di paura, guerre, pandemie, crisi economiche, ecoansie e genitori che non lasciano mai il posto sul trono del comando, ha cambiato pure il rapporto col tempo. La Gen Z è tutta in ritardo, secondo la Gen Z stessa ovviamente, non per me che li osservo da fuori. Credo che abbia ragione Over quando dice che viviamo in una società che ci mostra solo gli esiti del lavoro e mai il lavoro stesso, tutto quello che sta dietro. Inducendoci a pensare che chi “ce l’ha fatta” sia spuntato dalla sera alla mattina come un fungo dopo una notte di pioggia. In fondo “se a 30 anni non sei milionario è solo colpa tua” ha detto qualcuno. Fatto sta che i ragazzi hanno la sensazione di trovarsi in una dimensione differita, di sfasamento tra quello che sta succedendo e quello che dovrebbe essere già accaduto. A volte hanno ragione, certo. Ma il rischio di rimanere impigliati in qualche fase della vita per non riuscire più a procedere oltre è una possibilità che attraversa la storia dell’uomo, non certo una novità. È la percezione costante, diffusa e condivisa di essere in ritardo su qualcosa il fenomeno davvero moderno. Spesso questo “qualcosa” rappresenta la propria strada, chi si vuol essere e cosa si sta facendo per diventarlo. È evidente che fretta e pazienza non siano dimensioni semplici da tenere insieme. Non a caso una delle domande più grandi che i ragazzi portano al loro psicologo è “come faccio a capire se una scelta è giusta o sbagliata?”. Non lo capisci, ma è la domanda stessa ad essere impropria, rispondo io. La vita si costruisce vivendola non certo a tavolino con la forza del pensiero. “Ma ho paura di perdere tempo in cose che non mi servono a niente” mi rispondono. La verità però è che le esperienze sono un po’ come il maiale, non si butta via niente, tutto è utile nella misura in cui riesci a trarne un insegnamento su di te e ad aggiustare il tiro. Come fa notare Over esiste un tempo per l’apprendimento che è soprattutto un tempo per gli errori. Perché forse le strade “giuste” non sono fatte di percorsi lineari, che fanno risparmiare tempo arrivando dritte al punto (esistono davvero?), ma quelle lastricate di errori e inciampi che però ci fanno innamorare, quelle che svuotano di senso ogni interrogativo sullo spreco di tempo. Il desiderio può diventare una forza che sostiene, pure di fronte a un mondo difficile e crudele che raramente concede e molto spesso pretende. No pain no gain. Credo che il vero problema non stia nello sprecare il tempo (che pure va di pari passo con “vivo a casa dei miei genitori fino a 40 anni così non spreco i soldi), il bello di essere giovani è che il tempo non manca. La sfida sta nel potersene fare qualcosa del tempo, così per come l’abbiamo vissuto. Per poter capire cosa fa per noi e cosa no, per capire cosa c’è in noi e cosa invece manca. Inutile dire che gli errori, le prove, i tentativi falliti non sono una perdita di tempo ma un investimento che può rivelarsi davvero fruttuoso. Pazienza.
Tu come hai trovato il tuo desiderio?
O: «E’ una domanda difficile perché non me lo sono mai domandato. Diciamo che è stato un processo inconscio. L’ho capito semplicemente cominciando a fare e rendendomi conto che non era più solo un passatempo, volevo immergermi dentro a questa cosa completamente».
Quindi secondo te sei stato “spinto da una sensazione più che da un’idea sensata”?
O: «Si può riassumere così, si! Perché alla fine i desideri sono sensazioni. Ci sta! Mi hai aperto una porta!».
Le sensazioni sono fondamentali e fondamentale è rimanere in ascolto, però di per sé non dicono nulla. Se non riusciamo a metterle a fuoco, a “tirarle su” da un livello di percezione a uno più consapevole in cui possiamo guardarle non ce ne facciamo molto. Ora va molto dire “fa come ti senti”, ma il passaggio importante è quello di poterle verbalizzare, poterci dire che cosa rappresentano, quale strada ci stanno indicando. Per te come è avvenuto questo passaggio dalla sensazione all’idea sensata?
Over: «Credo che a volte le sensazioni vadano processate e i desideri calibrati. Desiderare di lavorare con la musica, di fare il tecnico del suono, il dj ecc è arrivato step by step, ragionandoci sopra e facendo esperienza. Se non fossi andato nello studio di Deep Emilia, se non fossi andato a vedere la scuola a Milano, se non avessi fatto tante piccole cose, parlare con le persone, informarmi, il mio sarebbe rimasto un desiderio per aria. Invece facendo esperienze ho capito che il desiderio poteva diventare un’idea sensata. Credo che sia anche importante far maturare i desideri, non cogliere desideri troppo acerbi, confrontarti con te stesso, pensare davvero se è quello che interessa e soprattutto se è realizzabile. Anche lì c’è un processo».
Come si generi un desiderio è difficile a dirsi. Secondo Freud è un moto psichico teso alla riproduzione di un appagamento di un bisogno, Lacan afferma che nasca dalla mancanza dell’altro, molte delle teorie moderne si basano sull’elaborazione dell’una o dell’altra posizione. Le teniamo buone entrambe e avanziamo la nostra: il desiderio è una sensazione che diventa un’idea sensata (le nostre reference sono i Colle der Fomento in “Spinto da una sensazione”). Il desiderio spinge da dentro. Verso cosa non sempre è dato a sapersi, non subito almeno. Riconoscere il proprio destino è un processo, un movimento nel tempo e nello spazio. Perché quel che è certo è che i desideri si incontrano per strada. Sempre che si conceda alle nostre sensazioni di dirci qualcosa, invece di metterle a tacere nell’illogica convinzione che quello che proviamo valga meno dell’intelletto, che quei percorsi creati a tavolino ben prima di avere fatto esperienze sinceramente significative prevalgano per qualità sulle nostre inclinazioni. Benasayag dichiara “Noi vediamo un desiderio che esce dall’uomo verso l’esterno, ma non vediamo che il desiderio sono soltanto i fili della marionetta — e la marionetta è l’uomo”. Fili inutili di marionette afflosciate se non c’è una energia che li muova, li guidi, li orienti. Over questa energia la chiama amore, ma anche ossessione, passione. E da dove venga fuori è uno dei grandi misteri della vita. Mi piace quando Over afferma “[l’ho capito] semplicemente iniziando a fare” perché involontariamente crea un ossimoro: non c’è niente di meno semplice che iniziare a fare. Eppure in qualche modo semplice lo è davvero a patto di seguire il flow, il flusso delle cose. Quelle che accadono fuori e quelle che accadono dentro. Non sono però così ingenua da credere che basti lasciare che i nostri desideri ci indichino la strada per vivere una vita appagante. Perché noi siamo un pezzo della storia, l’altro è rappresentato dal mondo là fuori con cui è necessario rimanere in dialogo. In effetti Over indica tre dimensioni che mi trovano molto d’accordo: la sensazione, il processo riflessivo cioè quello della ragione, e il confronto con il mondo. La sensazione per diventare idea sensata ha bisogno di quel bagno di realismo che solo la realtà stessa può offrire così da calmierare la sua spinta e calibrarla con più precisione verso la meta; l’intelletto sceglie, calcola i rischi, si assume responsabilità. Quella che racconta Over è una storia fatta di movimenti che danno impulso a nuovi movimenti, di un corpo che incontra altri corpi, di una mente in grado di riflettere ma anche di espandersi assorbendo l’esperienza. Vivere il proprio destino in fondo è un gioco di equilibri e di ritmo. Seguire il flow.
Ora parliamo di mancanza. Alcuni psicoanalisti suggeriscono che il desiderio nasca proprio da lì: gli esseri umani pur essendo perfetti nella loro imperfezioni sono costitutivamente mancanti, incompleti
O: «Diciamo che siamo portati a vedere della mancanze su tanti aspetti, anche quando agli occhi degli altri non ci manca niente. Secondo me è una cosa perfettamente normale distribuita su ognuno di noi. Gli esseri umani sono perennemente insoddisfatti perché tendono a diventare a volte abitudinari stando dentro la propria comfort zone finché non ci rendiamo conto che ci sta stretta e quindi sentiamo la mancanza di qualcos’altro”
Tu eri insoddisfatto? «Ero un po’ insoddisfatto, si». Quanti anni avevi? «18, 19, appena diplomato. Prima di fare il dj facevo breakdance ma ho anche provato con i graffiti. Dopo aver ballato per tanti anni non avevo più stimoli, non desideravo più tanto fare il ballerino, ma desideravo esprimermi in un altro modo e quindi ho trovato questo mio percorso. La musica ha sempre fatto parte di me già da quando ero piccolo»
Possiamo dire che fare il dj non è stato un piano B ma l’esito di una esplorazione? «Si, si! Perché se io non avessi ballato e non avessi collezionato tutti quei dischi in vinile con le canzoni che usavamo per allenarci e tutto il resto non mi sarebbe partita questa cosa. Invece proprio dal bisogno di voler collezionare e avere tanta musica da ascoltare io e poi volerla condividere con gli altri è nata proprio questa fiammella che poi si è sviluppata pian piano. Già prima di ballare la figura del dj mi attraeva, poi è stata anche un’esigenza nata dal fatto che secondo me ho dei buoni gusti musicali e ho pensato di farli sentire anche agli altri. È un percorso creato pian piano».
La storia del “piano B” è un mio grande cruccio, una spina nel fianco che inizia a pulsare dolorosamente ogni volta che un genitore mi guarda sconsolato e insiste perché il figlio si prepari un paracadute per ogni emergenza. Non si sa mai che quel suo desiderio si riveli alla fine un grande fallimento. Dal mio punto di vista affidarsi al piano B è utile quanto affidarsi a Babbo Natale, esiste solo perché vogliamo crederci ma la verità è che nessuno l’ha mai visto. Noi però esistiamo, siamo qui, in carne, ossa e vibrazioni e forse varrebbe la pena concentrarsi su questo. Mentre il piano B è la morte del desiderio. So di essere piuttosto tranchant su questo aspetto, ma non ho mai sentito nessuno vivere un’esistenza appagante dopo aver optato per una vita di seconda scelta. Tutto questo però merita una spiegazione. Come illustra bene Over la vita segue una traiettoria (se siamo disponibili a seguirla), la cui origine sta nell’insoddisfazione, nella mancanza, nel voler fare qualcosa di sé per superare l’impasse di uno status quo comodo ma che a lungo andare può essere percepito come soffocante. Come lui stesso racconta l’inizio della sua esperienza nel mondo dell’hip hop non coincide con l’idea di fare il dj ma con la sensazione di vivere una vita un po’ stretta, mancante di qualcosa di cui sa solo lui. La sua esperienza nasce da un desiderio di autodeterminazione non dall’idea sensata di cui parlavamo prima. All’inizio ci dice solo che ama la musica, una passione semplice, non certo rara o elitaria e che sente l’esigenza di esprimere sé stesso. Così che gli strumenti che incontra (proprio perché esce di casa. Uscite di casa!) gli forniscono un modo per farlo. Over non dice che ha fallito come breaker o come writer o come mc (so che è passato pure da lì) e che dopo aver tentato tutte le discipline dell’hip hop purtroppo non gli rimaneva l’ultima, il piano D, e di quella si è dovuto accontentare perché a un certo punto la pagnotta a casa la doveva pur portare. Al contrario, tutti i tentativi precedenti finiti bene o male, chissà, ma comunque esauriti, hanno avuto la funzione di portarlo al suo posto. Perché il desiderio è vivo e cambia forma, si perfeziona, cambia direzione, assume consistenza proprio mentre noi cresciamo e diventiamo altro da quello che eravamo prima. Anzi, ripensando alla mia di storia che di analogie con quella di Over ne ha parecchie, potrei addirittura arrivare a dire che le cose che nella vita mi sono riuscite e quelle che invece sono finite male a volte malissimo, hanno avuto lo stesso identico peso sulla persona che sono. Ognuna di quelle cose è stata utile per costruire me stessa, per decidere dove volevo andare. Così come Over ha seguito la musica io ho seguito la psicologia, ma poco importa dal momento in cui si resta fedeli a se stessi. Non voglio dire che cambiare strada non sia possibile e in alcuni casi pure auspicabile, quello che intendo è che prima del piano, del progetto, veniamo noi con tutto quel patrimonio di pulsioni, inclinazioni, ambizioni personali che ci portiamo dietro e che deve diventare risorsa e non inutile fardello. Ma così come non ha senso dire “provo a mettermi con questo partner che se poi va male provo con quell’altro”, al netto del fatto che è sempre possibile innamorarsi di qualcun altro anche se si è già impegnati, ha poco senso prepararsi un’alternativa di vita che sa più di via di fuga dalla vita stessa che una vera soluzione. Ben venga quindi cambiare direzione, anche radicalmente, se il nostro desiderio ci porta là. Il vero peccato non sta nel reinventarsi, ma nel tradirsi. Rinunciare a ciò che siamo per diventare qualcosa che non ci riguarda solo perché crediamo che sia più comodo o vantaggioso o perché qualcuno ci ha detto di fare così.
Se te lo posso chiedere, la tua famiglia ti ha sostenuto in questo progetto? Perché non è così comune andare da mamma e papà e dire sapete che c’è vorrei fare il dj.
O: «Mi hanno sempre sostenuto, ma ci è voluto del tempo per fargli capire che cos’era, che non era soltanto divertimento o perdere tempo creare una base o ascoltare la musica per selezionarla. Mi hanno...sostenuto dal momento in cui hanno capito che questa cosa era importane per me, anche se loro forse non capivano perché fosse importante per me. Ma sicuramente avere l’approvazione dei genitori è già un primo passo. Però io ammiro molto quelli che, nonostante i genitori non siano d’accordo, lo fanno lo stesso».
Credo che accettare di non essere approvati è un grande bagno non solo di umiltà ma anche di maturità. La grande sfida di questa generazione ma forse di tutti noi è quella di uscire dal sogno dell’altro per entrare nel nostro. Quante persone vivono un’intera vita che non li rappresenta perché hanno risposto ai desideri degli altri, alle aspettative altrui?
O: «Non c’è cosa secondo me più terribile di non essere soddisfatti con sé stessi della vita che si fa. Poi adesso che ci sono tante opportunità, tante strade, tanti modi diversi di poter fare le cose, anche in altri posti, anche all’estero. È un peccato limitarsi, perché si ha paura o magari si fallisce. Anzi, è quasi giusto che si debba fallire perché se uno non fallisce non impara e da lì non nasce la voglia di rivalsa personale. Questa cosa della rivalsa personale, per dimostrare a sé stessi, alla famiglia, agli amici è un aspetto da non tralasciare, specialmente per chi come noi segue il movimento hip hop: i primi neri degli stati uniti usciti dai ghetti te l’hanno proprio messa davanti questa cosa della rivalsa che è nata da un grande desiderio, una grande fame di voler far qualcosa, cambiare la propria condizione».
Bisogna ammetterlo: Over è un ragazzo fortunato perché gli hanno regalato un sogno. O almeno, la possibilità di farne di originali. Nessuna aspettativa altrui che incombe minacciosa, nessuno da deludere se si sceglie una strada propria, nessun senso di colpa per aver deviato rispetto un piano deciso da altri. Ma nonostante questo si resta in dialogo. Quello di Over non è un atto di prepotenza, ma un tentativo ben riuscito di trovare alleati in questo viaggio perché se qualcuno ci sostiene e crede in noi, in special modo la famiglia, è tutto più facile. Non è mai necessario entrare nel merito del perché e per come una via ci attragga più di un’altra. Pure qui, più che sforzi intellettuali e cognitivi enormi che esitano in spiegoni noiosi e poco comprensibili forse è l’aspetto psicologico ed emotivo quello che smuove maggiormente, anche chi ha le posizioni più rigide. Come si può dire di no all’entusiasmo di un figlio? Soprattutto quando è accompagnato da un progetto, da un aspetto operativo e da una certa serietà nel perseguire il suo scopo. Per quel che riguarda me devo purtroppo far presente che quella di Over rappresenta una situazione felice quanto rara. Diciamo che le famiglie si dividono per lo più in due grandi categorie: la prima è quella che scrive la storia del figlio prima che sia lui stesso a farlo, la seconda è quella che dice al figlio “fai quello che ti piace purché tu sia felice”. Il primo è un caso comune e trasversale nel tempo, il figlio è un prolungamento narcisistico della famiglia e la propria vita un mezzo per rendere orgogliosi i genitori, o dare un seguito a un desiderio altrui, o realizzare un’ambizione frustrata altrui. Il secondo invece è un caso del tutto moderno in cui vengono enfatizzati il piacere e la felicità, come fossero criteri sensati. Attualmente il modo migliore per far andare in corto circuito un ragazzo è chiedergli di scegliere una strada professionale in base a quello che gli piace. Provateci. È più semplice soddisfare l’aspettativa di diventare professore di cardiochirurgia che quella di essere felici. Forse sarebbe meglio iniziare ad alzare un po’ le ali da chioccia e spingere i nostri figli là nel mondo, per vedere come girano le cose, per fare esperienza di sé e poi solo in un secondo momento chiedergli “allora? Per cosa vale la pena sbattersi?” perché si, la vita è uno sbattimento enorme, sempre, pure per chi se ne resta con le mani in mano dalla mattina alla sera o per chi ama quello che fa. E allora tanto vale dedicare le energie non solo a sopportarlo questo mondo, ma a fare qualcosa di noi stessi. Over parla di fallimento, anzi, ne sottolinea proprio l’importanza come fase imprescindibile di un percorso. E come si dovrebbe coniugare un destino felice con l’inevitabilità del fallimento? Durante la prima seduta spiego ai miei pazienti che non mi importa farli stare meglio, mi importa che possano capire cose su di loro, che stare bene, se succederà, sarà un effetto collaterale della terapia (che ovviamente mi aspetto) ma non l’obiettivo. Ad oggi nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Allo stesso modo essere felici è una conseguenza, non un obiettivo. Fallire non ci rende felici ma fornisce robuste lezioni di vita. Forse ne saremo felici un giorno ma non ora. In ogni caso, che si provenga da una famiglia che proietta su di noi numerose aspettative, o che ne abbia solo una tutta sbagliata, il nostro compito è quello di smarcarci e trovare una nostra dimensione. “Non c’è incubo peggiore di quello di vivere nel sogno di un altro” afferma Pigozzi. Come darle torto. Over a questo punto introduce il tema della rivalsa personale, tema molto caro all’hip hop, movimento trae la sua origine proprio dalla necessità di sovvertire un sistema ingiusto. In effetti essere afroamericani a New York negli anni ‘70 significava essere oggetto di pregiudizi e aspettative proiettate da una società iniqua che al contempo definiva limiti e possibilità delle persone nere. L’hip hop è stato per certi aspetti un mezzo per uscire dall’incubo, dal sogno crudele di qualcun altro. E questo è il compito di ognuno di noi. Riappropriarci dei nostri desiderio svestendoci da quelli che ci sono stati cuciti addosso senza chiedere il permesso. La rivalsa ha a che fare proprio con questo, con la possibilità di dimostrare a noi stessi che c’è vita fuori dai sogni altrui, che la Vita è fuori dai sogni altrui e dentro ai nostri.
L’hip hop è interessante perché porta alla luce proprio la dimensione collettiva del desiderio. Quello della rivalsa della possibilità di sovvertire il sistema e quindi le sorti non solo di un singolo ma di una comunità sono stati sin da subito gli obiettivi principali. Tanti testi sono nati come politici per dire “questa cosa qui non la vogliamo più, vogliamo altro, vogliamo rispetto, vogliamo le possibilità che hanno gli altri”
O: «Questo movimento, questa cultura spinge anche in senso educativo, sprona le persone a voler fare qualcosa. L’hip hop ti da l’opportunità di avere una tua voce, di farti sentire, di dire IO ESISTO e di stare. Ed è quello che funziona tutt’oggi. Se c’è un movimento unito uno ha la possibilità di farsi vedere e sentire. Questo movimento ti accompagna fino alla porta per dirti guarda che tu puoi esserne parte, qui puoi avere la tua voce. Ti mette fino alla porta ma poi la porta devi aprirla tu e per farlo devi avere fame».
E infine l’aspetto più maestoso del desiderio: la sua dimensione collettiva. Come afferma Benasayag “l’uomo non ha né la profondità né lo spessore per essere lui stesso, e soltanto lui, l’autore dei suoi desideri”. Non c’è desiderio senza un sentire sociale. L’abbiamo detto in tanti modi. Quello che non abbiamo ancora detto è che il desiderio è esso stesso sociale, e politico. I desideri possono essere gravemente contagiosi! Non mi interessa in alcun parlare dei “desideri indotti dalla società, only fans, i social che hanno rovinato i giovani, noi-una-volta, non c’è più rispetto signora mia”, ma so che c’è già una vasta letteratura in merito. Personalmente penso che grandi e piccole opere si compiono ogni giorno su questa terra perché gli esseri umani sono ancora in grado di desiderare all’unisono. Cose buone e altre cattive, ma non è questo il punto. Il punto è che condividere il proprio desiderio con qualcuno moltiplica le energie e le possibilità, e muove le cose più grandi. Sposare un destino collettivo comporta responsabilità maggiori ma amplifica la voce, che però smette di essere solo propria. Verrebbe da chiedersi se a volte i grandi sogni collettivi non siano inconsapevolmente pretesti per creare appartenenza, per soddisfare l’umanissimo desiderio di far parte di qualcosa, di condividere l’esperienza con qualcuno che ci assomiglia e guarda dalla nostra stessa parte. Ma credo che sia una domanda inutile perché in fondo non cambia le cose. Senza il desiderio di appartenenza che ci richiama gli uni verso gli altri sarebbe impossibile unire le risorse per uno sforzo comune, per esprimere altri desideri. L’hip hop fornisce un esempio emblematico di come qualcosa nato per gioco sia riuscito ad attrarre intorno a sé una quantità di persone tale da diventare massa critica e aprire una crepa in un sistema ritenuto ingiusto. E di farlo con arte e creatività, con parole, movimenti, musica, colori. E nonostante il messaggio politico forse ora non sia più lo stesso, l’hip hop continua a tenere la porta aperta a chi ha qualcosa da dire e sta cercando il modo per farlo.
Autore
Valentina Rodolfi
Michele Ghironi (Dj Over)