Caro Federico,
ti scrivo aprendo una finestra sul mio silenzio più intimo, come si apre una porta al vento: senza sapere dove queste parole mi condurranno, ma con la certezza che qualcosa in me vuole farsi ascoltare. Scrivere è sentire, è lasciarsi attraversare da un fremito che non si può ignorare, un gesto fragile e audace insieme, per guardare ciò che altrimenti resterebbe oscuro: paure, speranze, tensioni silenziose.
E quel fremito ha un nome: desiderio. Non un semplice volere, ma un’energia che pulsa tra ciò che siamo e ciò che ci manca, tra sogno e timore, tra vuoto e possibilità. È voce e silenzio, ambizione e luce: ci scuote, ci guida, ci espone. Ci ricorda che siamo incompiuti eppure vivi, fragili eppure capaci di muoverci verso ciò che ci chiama.
Scrivere così significa concedersi al desiderio senza domarlo, lasciarlo raccontare chi siamo, anche quando tremiamo. In questo gesto c’è una promessa: di non fingere, di non mentire a me stesso, e di offrirti, prezioso amico mio, ciò che più somiglia a un incontro autentico con un’anima che tenta di comprendere se stessa. E se queste parole riusciranno a raggiungerti, spero possano fare ciò che il desiderio fa da sempre: mostrare la strada verso ciò che, ancora ignoto, merita di essere cercato.
Ma torniamo ora alla storia del nostro protagonista, quel compagno silenzioso che ci accompagna in questo viaggio…
Umas, che aveva il corpo ancora scosso dagli incubi e dalle sfide che aveva affrontato nel sogno con i propri traumi, giaceva sul letto in cerca di conforto, tra i sospiri del mattino e i residui di una tensione che il sonno non era riuscito a dissolvere del tutto. Al risveglio, la sua mente ripensava ad A*****, la donna che gli aveva permesso di vedere, nei suoi occhi, se stesso come mai prima d’ora. Non era soltanto il riflesso di un volto: era il disvelamento di un’identità. Come se, attraverso di lei, qualcosa avesse pronunciato: «Tu sei questo». E nel riconoscersi, Umas tremava.
La desiderava, con quel desiderio che non richiede nulla in cambio. Le scriveva poesie per salvarne la memoria, come se non farlo significasse lasciare che l’esistenza stessa di quella donna svanisse. Scrivere era un modo per onorarla, rispettarla, ringraziarla attraverso il ricordo. Lo sapeva con la chiarezza con cui si sa di essere vivi. Ma insieme al desiderio cresceva una duplice vertigine: speranza e timore. Intuiva di avere tra le mani un potere smisurato — il potere di orientare la propria vita e quella degli altri, di trasformarla, di incendiarla — e insieme il rischio di non saperlo governare. Il desiderio era energia pura: ma era luce o incendio?
Si chiedeva se quel sentimento fosse deviazione, se lo stesse trascinando fuori strada, oppure se fosse l’unica via autentica per amare e vivere. Come se qualcuno, da qualche parte, conoscesse davvero il confine del giusto e dell’onesto. Come se esistesse una linea invisibile che separa l’io dagli altri, e superarla fosse violenza, mentre riconoscerla fosse rispetto. Forse conoscere quel limite era la forma più giusta di desiderio: fermarsi dove l’altro inizia.
Eppure il desiderio non chiede permesso né requisiti particolari, ed è proprio questo a renderlo la struttura più pericolosa della mente: la sua totale libertà, la sua accessibilità incondizionata.
Umas ricordava le parole oscure che un suo strano parente, di nome Bolik, gli aveva pronunciato prima di trasferirsi all’estero: «ricorda figliolo, il fenomeno è rappresentazione e nulla più. La volontà è la sostanza intima, il nocciolo di ogni cosa…». Se il mondo è rappresentazione e la Volontà ne è il fondamento, allora anche lui non era che configurazione di una forza più profonda. Non è che gli uomini abbiano desideri; sono desiderio. Sono la Volontà che si manifesta in un volto, in una mano che trema, in uno sguardo che cerca un altro sguardo.
E allora tornavano altre formule crudeli: «La base di ogni volere è bisogno, mancanza, ossia dolore». Volere equivale a mancare. Mancare equivale a soffrire. Se Umas desiderava A*****, era perché gli mancava. E se gli mancava, soffriva già prima ancora di averla o di perderla. Il dolore non era un incidente, ma una struttura permanente dell’anima.
Allora, gli tornarono alla mente alcune parole di autori antichi, con cui si manteneva in stretto contatto, perché pensava che, per comprendere sé stesso nel presente, dovesse cercare le radici dell’uomo nel passato — dato che sempre di essere umano si tratta, e le sue inquietudini non sono poi così diverse:
«Libenter homines id quod volunt credunt» («Gli uomini credono volentieri che ciò che desiderano sia vero»; Cesare, La guerra gallica, III, 18).
Si domandò se ciò in cui credeva fosse vero, o se fosse il suo stesso desiderio a convincerlo che lo fosse. Stava vedendo lei, oppure ciò che voleva vedere? Il desiderio deforma la conoscenza. Forse non era lei a essere luce, ma il suo bisogno di luce.
Poi l’etimologia gli si affacciò alla mente come un sussurro antico:
Sidera — “stelle”.
De-siderare: avvertire la mancanza delle stelle e ricercarle. La parola “desiderio” contiene già nella sua costruzione il sentimento della privazione. A mancare sono i punti di riferimento, le stelle reali e figurate che guidano il cammino. Bramarle è naturale: ciò che distingue l’uomo è l’attitudine alla ricerca appassionata di qualcosa che vada oltre. Dalla notte dei tempi l’essere umano alza lo sguardo verso il cielo, solo con i propri desideri. Sopra di lui, il buio più profondo è sfidato dalla luce delle stelle, che invitano a sognare sempre qualcosa in più.
Forse A***** era la sua stella. O forse era soltanto la forma che aveva preso la sua mancanza.
E come non ricordare Virgilio:
«Trahit sua quemque voluptas» («Ognuno è attratto dal proprio desiderio»; Virgilio, Bucoliche, II, 65).
Ogni essere vivente si muove verso ciò che lo attrae. Se è natura, perché sentirsi in colpa? Ma se è natura, dov’è la libertà?
Bolik parlava di un pendolo tra dolore e noia. Umas lo sentiva oscillare dentro di sé: quando immaginava di perderla, dolore; quando pensava di averla, la paura del vuoto.
E Ovidio lo incalzava:
«Quod sequitur, fugio; quod fugit, ipse sequor» («Fuggo ciò che mi insegue; inseguo ciò che mi sfugge»; Ovidio, Amori, II, 20, 36).
Forse non stava inseguendo lei, ma la versione di sé che avrebbe potuto diventare accanto a lei.
Poi ancora:
«Saepius opinione quam re laboramus» («Soffriamo più per l’opinione che per la realtà»; Seneca, Epistole morali a Lucilio, II, 13, 4).
Forse stava soffrendo più per ciò che immaginava che per ciò che realmente era.
E Catullo, come un grido:
«Ipse valere opto» («Io voglio guarire»; Catullo, Carmi, 76, 25).
Guarire dal desiderio, o dalla paura di desiderare?
«Φρόνει θνητά». (”Pensare da mortale”).
Pensare da mortale. Accettare che tutto è finito. Che anche quell’amore, se fosse nato, sarebbe stato fragile — e proprio per questo prezioso.
Poi irrompevano gli insegnamenti di un suo amico di infanzia, di nome Grangi, che non vedeva da moltissimo tempo perché impegnato in studi accademici all’Università di Vienna:
«Soltanto dov’è vita è pur volontà: ma non volontà di vivere, bensì — volontà della potenza!».
Forse il desiderio non era mancanza, ma eccedenza. Non vuoto da colmare, ma forza da esprimere. Non errore, ma possibilità di grandezza.
«Πάντες ἄνθρωποι τοῦ εἰδέναι ὀρέγονται φύσει» («Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere»), aveva letto da Aristotele, nella Metafisica.
Il desiderio di conoscere lei, di comprendere sé stesso attraverso di lei e di voler sapere sempre di più, era anch’esso espansione.
Forse non si trattava di spegnere il desiderio, ma di assumerlo. Di dire: sì, la desidero, e me ne assumo la responsabilità. Senza invadere, senza possedere, senza oltrepassare il confine dell’altro.
Perché conoscere quel limite — dove finisce l’io e comincia l’altro— è la forma più alta di rispetto. È lì che il desiderio smette di essere dominio e diventa scelta.
E infine, come un’eco lontana:
«Sic itur ad astra» («Così si va alle stelle»; Virgilio, Eneide, IX, 641).
Forse le stelle non sono ciò che manca. Forse sono ciò verso cui si sale.
Umas comprese allora che il desiderio non è né errore né salvezza. È una prova. Prova della finitezza, perché espone alla mancanza e alla vulnerabilità. E insieme prova della grandezza, perché chiama oltre ciò che si è stati e obbliga a scegliere se restare immobili o diventare.
Non si desidera soltanto per colmare un vuoto, ma perché si è fatti per tendere, per alzare lo sguardo, per cercare una forma più alta di sé. Eppure ogni vero desiderio porta con sé una vertigine: amare significa esporsi, esporsi significa cambiare, e cambiare significa perdere la versione di sé che si era imparata a riconoscere come sicura.
Non è l’amore che fa tremare. È la trasformazione.
Il desiderio può degradarsi in possesso, quando pretende di stringere ciò che dovrebbe solo incontrare. Può diventare fuga, quando insegue ciò che sfugge per non guardare ciò che resta. Può diventare inganno, quando scambia il bisogno per destino. Oppure può diventare scelta: scelta di restare lucido, di rispettare il confine, di assumere la propria fiamma senza bruciare l’altro.
Maturare non è spegnere il desiderio, né idolatrarlo. È sostenerlo senza mentire a sé stessi. È attraversarlo senza diventarne schiavi.
Le stelle non sono ciò che manca. Sono ciò che chiama.
Non si raggiungono fuggendo dalla terra, ma salendo con pazienza, passo dopo passo, attraverso la propria inquietudine.
E forse crescere è questo: non smettere di desiderare, ma diventare abbastanza vero da restare in piedi quando arriva la vertigine; abbastanza forte da non possedere; abbastanza umile da accettare di non avere; abbastanza libero da dire:
“Sì, ti desidero”.
E scelgo di farlo senza perdere me stesso e senza che tu perda la libertà e la possibilità di scegliermi.
Autore
Samuele Castronovo