Il principio fondamentale di un maestro è quello di trasmettere conoscenze e nozioni cariche di verità, utili al fine di aprire una prospettiva universale della visione del tutto, con il sostanziale atteggiamento filantropico e magnanimo al genere umano, quantunque egli abbia un’indole cinica e a tratti disperata e rassegnata. Questa condizione è necessaria, ma non sufficiente.
Il maestro, oltre al suo possesso esoterico e prezioso del sapere, deve essere in grado di sedurre e attrarre l’allievo, rendendo persuasivo il suo messaggio attraverso la passione e la sagacia discorsiva. Inoltre, per essere un vero maestro, deve avere quell’ironia che trasfigura la serietà e la tragicità delle cose tramandate, attraverso un corretto, ma leggero uso della retorica e dell’umorismo. Tuttavia, egli deve sostituirsi alla cosa che tramanda, la quale diviene il suo chiodo di sopravvivenza, la sua missione esistenziale. Ma la cosa più essenziale è la sincerità e la libertà con cui le parole si muovono nell’aria, creando universi inesplorati per chi, a prima vista, si immerge nel suo mondo rimanendone affascinato. Egli così diventa un centro gravitazionale che salva l’esistenza di molti, che altrimenti sarebbero caduti nell’oblio e nell’ovvietà del mondo, smarrendosi nel cieco gregge.
Tuttavia, bisogna specificare che questo avviene tanto più quando il maestro non ha la pretesa di divenire un punto di riferimento, dimostrando la sua libertà e incorruttibilità. I molti che lo seguono cominciano ad appassionarsi a quel nuovo mondo mostrato, calandosi in nuovi enigmi esistenziali e non smettendo più di sognare la bellezza nella sua natura molteplice e infinitamente possibile, accettando la sfida erotica del conoscere, provocante dolore ed entusiasmo, inquietudine e serenità, mossi dal desiderio di imitare il maestro. Quello che a prima vista appare come un incontro fortuito e circoscritto, si manifesta come il punto zero del processo vitale dell’individuo, il quale ha saputo cogliere l’opportunità unica ed irripetibile della lotta tra la vita e la morte, attraverso il viaggio coraggioso verso l’ignoto incitato dal maestro stesso.
Questo fu per me Federico, una stella guida che d’un tratto vidi illuminarsi. Egli ha suscitato in me la passione per il cinema e per la musica. Dal cinema mi sono appassionato alla filosofia dopo aver visto varie mini recensioni - e, di conseguenza, i film in oggetto - su registi come Stanley Kubrick e Andreij Tarkovskij. Come facoltà universitaria ho scelto filosofia: le mie scelte di vita, anche le più quotidiane, sono passate inesorabilmente mediante Federico, per me considerato non solo come “il miglior giornalista e critico cinematografico italiano”, secondo Francesco Alò, amico e collaboratore de “I Criticoni”, ma un vero e proprio maestro.
Grazie ai suoi consigli musicali, ho approfondito il mio amato David Bowie e ho scoperto band come i The Velvet Underground, che mi stanno salvando dalla sofferenza e mi stanno immergendo nel mondo bellissimo della prima musica rock. Con lui ho cominciato ad avere un occhio critico e a tratti spirituale sulle cose, cercando di comprendere sia logicamente che praticamente l’arte che contemplavo con la mia ignoranza.
Mi ha dato tutto, non c’è nient’altro da dire. Senza di lui sarei perso nell’oblio alla ricerca di non so che. Mi ricordo la prima recensione che vidi: il Nosferatu di Herzog del 1979. Mi colpirono la sua comunicazione estremamente efficiente, schietta ed ironica nello spiegare la trama e le tematiche, oltre che la spinta ad immergermi per capire di che si trattava; a esplorare avventurosamente quella forma filmica tanto presentata come opportunità essenziale di auto-trascendimento della vita; ad abitare giocosamente l’ambientazione simulacrale e musicale dello schermo, incarnando il mio Io nelle profondità artistiche e filosofiche dell’opera, tentando di agglomerare quella autonomia autoreferenziale alla mia noiosa e monotona realtà non autonoma, non fittizia e superficiale, oltre che per natura poco esplorata. Egli si è presentato come un esemplare dell’autenticità e della semplicità umana, del conflitto e dell’unione, e soprattutto, della volontà a spingersi nelle dimensioni variegate dell’universo storico delle cose. Fede, veramente mi immagino che in questo momento tu stia parlando con Lynch e con Romero, con i tuoi più grandi maestri di vita, e che noi siamo chiamati a portare avanti questa corrente da te mossa verso l’alto. Senza averti conosciuto, senza la scoperta del cinema come arte, la mia sensibilità sarebbe rimasta ad un livello embrionale. Il cinema ha educato la mia sensibilità, i miei sentimenti. L’arte è l’ancora di salvezza per l’umanità, ciò che ci tiene in vita come disse il prof Keating nel film “L’attimo fuggente”. Siamo chiamati ad uno slancio erotico alla vita, senza venderci a niente. L’umanità ha bisogno ancora di gente come te.
Fede, non te ne sei andato via: vedo film e ascolto musica e vedo te, ritrovo la tua ironia, la tua retorica così sentita. Forse è forte fare un’affermazione del genere, ma tu mi hai salvato la vita, sei stato una delle componenti essenziali del mio cammino, ancora in vita con te, affinché potessi far nascere dalla mia esperienza un uccello incantato. Sei stato un Virgilio, un amico fraterno della mia vita interiore, pur non avendoti mai conosciuto di persona e non avendo mai scambiato un caffè. Questo dimostra quanto il tuo impatto sia stato potente per me e per tutti quelli che hanno pianto la tua morte, perdendo non solo un “critico”, ma un compagno di vita.
Grazie Fede.
Autore
Ferdinando Scillitani