Opera di Federico Faraci
Testo di Manuel Visani
Odisseo: l’ombra di un uomo Questo sarebbe dovuto essere il titolo del film di Christopher Nolan, non semplicemente Odissea. Ma possiamo ben comprendere il motivo che ha spinto la produzione verso una tale scelta: esplicitare un travaglio interiore così radicale avrebbe offerto un titolo dal taglio brutalmente esistenzialista, allontanando una grossa parte di pubblico, se non l’intera cultura occidentale, da sempre abituata all’auricità del clima epico, a quel benjaminiano «manifestarsi d’una lontananza, per quanto vicina essa sia». Non sono un critico cinematografico e nemmeno un filologo: a me interessa l’Uomo. Lascerò ai miei amati colleghi classicisti l’infausto compito di trattare i dissidi con l’opera madre, ritenendo le dissonanze inessenziali oppure già infinitamente ribadite. “Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον”, dissero gli Omeri. Invece l’aedo Nolan con licenza chiama a sé una musa diversa e dice: “Cantami dell’uomo nudo sulle plaghe della coscienza”. In questo modo, Odisseo smette di essere l'eroe smisuratamente astuto, l'uomo capace di rivendicare tracotante la firma del suo Outis. L'Odisseo omerico non esiste, non esiste il suo costante inganno e tutte le indoranti sovrastrutture: esiste solo l'uomo nella sua povera ferita. Un tale, un re di un'isola polverosa e da niente (sebbene per lui sia tutto) che dopo un'infinita strage decide di obbedire ciecamente, chinandosi all'Atride sovrano. Nolan si è basato dichiaratamente sulla traduzione di Emily Wilson, che ha reso l'eroe polytropos semplicemente come un «uomo complicato». Ulisse deve essere colpevole e le sue obiezioni sono deboli, quasi assoggettate da Euriloco che sembra il vero capo, poiché il trauma bellico logora questo non-eroe. L'inganno del Cavallo non è un vanto: bruciare le mura di Troia è stato bruciare il mondo intero, compresa la sua casa. «Siamo noi il popolo del mare perché abbiamo violato la legge di Zeus», ammette Odisseo in un sussurro disperato, ergendosi a tragico alter ego dell'Oppenheimer nolaniano. Entrambi, infatti, sono creatori geniali e colpevoli, travolti e annientati dalla portata distruttiva della loro stessa opera, fino al punto di non riuscire più ad operare, a rispondere a quel mondo che hanno annichilito. E proprio a Oppenheimer rimanda Nolan facendo dire ad Atena: «chi non capisce il tuono?». È una palese e raffinata citazione al What the Thunder Said del The Waste Land di T.S. Eliot, corroborata dal fatto che lo stesso Oppenheimer, nel film a lui dedicato, viene inquadrato mentre legge proprio quel testo. Odisseo chiede perché gli dèi non parlino "in modi che comprendiamo", ovvero in modi, umani, che possono essere intellettualizzabili, che possano assolverlo dalle sue colpe o di giustificare la carneficina di Troia anche solamente col linguaggio finito e duplice dell’uomo. Gli dèi parlano invece per manifestazioni fenomenologiche dirette: il tuono non ha bisogno di traduzione perché è insieme terrore, legge e rivelazione cosmicamente evidente. Se Odisseo non riesce più a comprendere il tuono, è perché il trauma della guerra ha reciso il suo legame con l'ordine cosmico. La mole di ricordi frantumati viene affidata a Calipso, non alla corte dei Feaci. La ninfa diventa la sua immagine dell’immortalità, un porto fuori dal tempo per ricomporre la memoria di un uomo assediato dalla colpa in un sogno o coma spasmodico. Allora in questo clima di naufragante spaesamento, di mancanza d’orizzonte, il frutto dell’oblio è più dolce e consolatorio per il non-eroe, proprio lui che nell’opera ebbe la forza di trascinare via i suoi compagni disperati. Anche se non riesce a colmare il suo vuoto: non è a casa, non ancora, perché, come ammette egli stesso (IX 32): “Ma non poterono mai convincere questo mio cuore”. Questa stasi è una conseguenza diretta della totale trasvalutazione dell’insieme dei valori bellici per cui lui e i suoi compagni avevano vissuto, ben sintetizzati da Circe: “Voi uomini scambiate la bestialità per forza. Chiamate eroismo ciò che è soltanto furore cieco.” Nell’episodio della maga, tra le altre cose, Odisseo non scopre l’inganno attraverso l’astuzia bensì per una casuale e fortunosa agnizione in seguito alla sua naturale pietà verso l’animale cacciato: il suo umano concedere alla preda il vibrante preavviso dell’inizio, cosa che fa anche con i proci. Ma è nella catabasi, la discesa agli inferi, che l'opera tocca vertici di orrore sublime. L'incontro con Sinone svela morti che assomigliano spaventosamente a Gli uomini vuoti di Eliot. «Hai tradito tutti gli uomini. Sono morto per una tua menzogna» lo accusa Sinone. «Avevo bisogno che tu credessi.» risponde il peccatore. L'oltretomba è un abisso piatto dove i morti si ritrovano per piangere i vivi e le ombre non confortano, un luogo in cui riecheggiano alla perfezione i versi eliotiani: «Le nostre voci aride, quando / Insieme sussurriamo, / Sono silenziose e senza senso / Come vento nell’erba secca. / Forma senza contorno, ombra senza colore, / Forza paralizzata, gesto privo di moto». Chi ha incrociato lo sguardo con l'atro regno della morte non ricorda Odisseo come un'anima violenta e perduta, ma anche lui solo come un uomo svuotato. Un’immagine così alta che Nolan non riesce a sostenerne il peso e ripiega su una rocambolesca e pavida fuga. Nel mito, durante il sacco di Troia, l'ira di Atena si scatena sugli Achei perché Aiace violenta Cassandra. Ma Nolan sposta la colpa direttamente su Odisseo. Nella notte in cui il mondo brucia, l’eroe, dominato dalla fredda e inumana logica militare che non vuole lasciare testimoni o future vendette o per dir d’aver vinto le divinità nemiche o forse banalmente per semplice e assurdo gusto di uccidere, ordina la decapitazione di una giovane innocente che supplica. Come definisco io, con una diasincronia, Nolan piega lo spazio-tempo del sacro, facendo collassare la dimensione divina in quella mortale. La lama che recide il collo della sacerdotessa taglia la stessa razionalità umana. Il Cavallo, estremo atto razionale, ha distrutto la sapienza e ucciso la sua divinità garante. Uccidendola, l'eroe decapita il proprio intelletto. Il polytropos muore in quel santuario, lasciando al suo posto una creatura monca, preda del vuoto, un corpo senza più una mente ordinatrice. Da quel momento, il viaggio di ritorno non è più una navigazione verso Itaca, ma una rincorsa disperata. Odisseo brancola nel buio della propria psiche frammentata, inseguendo il fantasma di quella ragazza, l'ombra della Ragione che lui stesso ha assassinato, implorandola di ricomporre il cosmo andato in frantumi. Come non possiamo, noi italiani, sentire l’eco dei versi di Montale sull’isola delle vacche del dio sole, anche qui invisibile: “Lo sguardo scruta all'intorno, / quando il giorno più languisce. /Sono i silenzi in cui si vede/ in ogni ombra umana che si allontana/ qualche disturbata Divinità”. Ecco, in questo film intriso di cristianesimo, forse fin troppo, in quanto il messaggio da portare è per gli uomini moderni del post Vietnam, Afghanistan, di Gaza… la divinità è assente, l’opera è scevra da tutte le versioni accumulate nel medioevo ellenico fino all’ellenismo e oltre. La divinità fugge, come nell’Iliade quando Ares ferito urla come diecimila uomini (elemento annesso all’urlo ultraterreno del ciclope che ricorda l’evangelico “mi chiamo legione, perché siamo molti”). Se non fugge è completamente assente e lascia al vivente il costante dubbio d’una sovrastruttura all’incontro col soverchiante sublime: il divino non è altro se non l’assente voluto ricondurre a nome per spiegare anche superstiziosamente alla razionalità esplicativa dell’uomo. Avverto, invece, nel nolaniano Odisseo vicinissima l'immagine sconvolgente del Lazzaro di Leonid Andreev. Odisseo porta dentro di sé un vuoto che non fu riempito da cose visibili, ma che “penetrando ovunque, separando corpo da corpo, particella da particella”, ha spento ogni luce. La squallidezza del deserto è avanzata fino alla sua dimora. L'edificio è ancora in costruzione e le rovine sono già visibili. L'uomo è in fase di nascita, ma le candele funebri ardono già sulla sua testa. Troviamo quest'uomo, il risorto, costantemente seduto nel deserto a fissare il bagliore accecante del sole cercando disperatamente di assorbirne il calore, poiché il freddo della sua tomba non trova riscaldamento sulla terra. E come Augusto ordinò al boia di bruciare gli occhi a Lazzaro con un ferro rovente per proteggere i vivi dal suo spaventoso abisso, così la cecità di Ulisse non lo guarisce: si limita a intrappolare l'orrore, costringendo il vuoto a ripiegarsi su se stesso e sigillando la devastazione. Per tornare a Itaca deve rinunciare all’inganno della nuova vita felice (Nausicaa non citata) e qui con la palliativa Calipso fuori dal tempo, quasi abbandonando il suo ego sdraiandosi su una zattera, per vivere portato alla meta del pneuma stoico-giovanneo e abitare la ferita. Continua la decostruzione poiché l'inganno del mendicante non è saggezza tattica data da Atena, ma una paranoia traumatica suggerita dalla tragica esperienza di Agamennone, questa volta aggiungendo una sfumatura che unisce il passo omerico e la riduzione della divinità. Ad attenderlo c'è una Penelope rassegnata, che sancisce il dramma con poche parole: «Io ho vissuto per troppo tempo nelle sue rovine». Odisseo piange sentendo i canti antichi, piange per ciò che si è perso, per gli anni, per tutto. La strage hollywoodiana non è che un modo disperato e mascherato del procus Nolan di mostrarci inutilmente l'ultimo atto di un'ombra che cerca di aggrapparsi a quello che è stata, consapevole che il mondo che ha distrutto non potrà mai più fare ritorno, fino alla stucchevole promessa della rincorsa del sole… infin ch'el mar fu sovra noi richiuso.
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