«La mia vita è sempre stata vergognosa: non riesco nemmeno a immaginare cosa significhi vivere da essere umano». Un romanzo inusuale, criptico e profondamente viscerale. Osamu Dazai scrisse Lo squalificato (Ningen Shikkaku / 人間失格) nel marzo del 1948, tre anni dopo il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), tragico evento che trasformò il Giappone in un paese devastato dal punto di vista politico, economico e soprattutto emotivo , la vitalità profonda dell’essere umano, consumata nelle imprese coloniali del Sud-Est asiatico rivelatesi fallimentari, crea un clima di disillusione che si traduce nella voce di Osamu Dazai, presente in gran parte della sua produzione e particolarmente intensa in questo suo ultimo romanzo. Il protagonista del romanzo è Yozo Oba, un ragazzo fra molti, apparentemente comune. Yozo cresce in un clima familiare in cui l’affetto del padre è poco presente e a crescerlo è principalmente la servitù. Sin dalla giovane età si sente alienato nei confronti di tutto e di tutti: non si sente appartenente a nulla e cerca di trovare un margine di umanità e di espressione immedesimandosi nel clown o nella figura del buffone. Lo fa, da una parte, per compiacere gli altri e in questo modo sentirsi accettato; dall’altra parte, questa maschera si rivela un ottimo strumento sociale, che gli permette di comprendere a fondo la natura umana, provando a scorgere un margine di prevedibilità: “se faccio così, gli altri rideranno”, “se dico questo, agli altri piacerà”, “al professore non è piaciuta la mia battuta, ma perché il professore deve essere una persona seria; sotto sotto so che l’ho fatto ridere”, costruendosi così la sua “umanità”.
Tuttavia, Yozo inizia a sentirsi smontato e smascherato quando un suo compagno di classe, Takeichi, scopre che ciò che fa è una “messa in scena”. Perdendo il suo “aggancio umano”, comincia a trovarsi in difficoltà e viene progressivamente privato anche di quel ruolo, da cui prende avvio il suo calvario esistenziale. Il protagonista non si percepisce inadeguato perché escluso: all’interno del romanzo sembra riuscire (almeno in apparenza) a seguire i costumi sociali che “definiscono” una persona. È prima studente delle elementari, poi delle superiori e infine di un’accademia di letteratura; assume i panni di pittore, di amico, di marito e compie azioni comuni ai suoi coetanei. I presupposti per essere riconosciuto come “normale”, quindi, ci sono, ma Yozo resta estraneo, perché fatica a entrare in contatto con la natura altrui, qualcosa che agli altri riesce con apparente facilità.
Anche la morte, elemento comune a tutti gli esseri umani, sembra respingerlo: il protagonista tenta più volte il suicidio e, in questo senso, persino la morte inizialmente lo rifiuta, fino a quando non riuscirà finalmente a porre fine alla propria vita.
Forse Yozo è un personaggio destinato a essere escluso da tutto e da tutti, perché l’unica figura che paradossalmente potrebbe legittimarlo è lo stesso Osamu Dazai. Yozo è infatti speculare all’autore e il romanzo stesso assume una struttura speculare: in Oba Yozo si riflette gran parte dell’esperienza biografica di Dazai, segnata da un profondo malessere esistenziale, da un senso di inadeguatezza e di esclusione.
Tuttavia Yozo non è soltanto il doppio dell’autore, ma diventa anche il riflesso delle comparse del romanzo e, in ultima istanza, del lettore. Il libro, come il suo protagonista, si configura come un grande specchio in cui si riflette l’interiorità di ciascuno di noi, con i nostri segreti, le paure e le convinzioni progressivamente smontate e decostruite con un cinismo amaro e rancoroso.
Questa dinamica si estende così a ogni individuo: il protagonista demolisce credenze, usanze e certezze condivise, che costituiscono l’ultimo appiglio di una presunta umanità. Le persone non appaiono più definite o riconosciute in quanto tali, ma vengono rese fragili e indefinite, simili alla maschera del clown dietro cui si cela lo stesso Yozo. Forse gli altri non sono poi così diversi da lui, semplicemente riescono ad accettare il sistema e a parteciparvi senza metterlo radicalmente in discussione.
Il romanzo può essere letto anche come una denuncia della società giapponese, una società fortemente accondiscendente, fondata sull’apparenza e sui costumi sociali. In un contesto simile, il non riconoscersi o il non rispecchiarsi nei valori dominanti sembra configurarsi quasi come una colpa esistenziale.
Autore
Diario di un bradipo