Capanno. Sembra una parola stupida, e in effetti lo è. Una stupida parola può contenere una storia che durò per anni? Vi rispondo io: sì. Una parola sola può ricordare un pezzo intero della tua vita, quella che cerchi di lasciarti alle spalle, quella che prontamente torna sempre a bussare quando ti ricordi, alle 23, che dormirai da solo su un letto troppo grande per un cuore solo e troppo piccolo per accoglierne un altro. Possiamo dire che la nostra storia è stata un po’ come quel letto da una piazza e mezzo: io mi sono sempre fatto piccolo in un angolo per lasciarti riposare bene, e in quel gesto non mi accorgevo che oltre allo spazio nel letto ti stavi prendendo anche tutto il resto.
Non c’è vittoria alla fine di questa storia. Forse tu i tuoi obiettivi li hai raggiunti: un ragazzo prevedibile, una convivenza cominciata senza pensarci, degli amici banali, prevedibili pure loro. A me sembra che tutta la tua vita sia stata prevedibile, ed io mi sento come quell’incognita che non ti aspettavi. Perché, diciamoci la verità, non era nei tuoi piani passare otto anni insieme a un ragazzo di cui ti sei innamorata per sbaglio: una frase dolce, poi una sporca, poi il sesso, ed eri contenta.
Ho visto il tuo ultimo video mentre canti “Stay” di Rihanna e che dire… la tua voce è sempre bella, però ora mi sembra come Venezia: bella ma vecchia, tenuta male, invasa dai turisti. Fino a qualche anno fa dicevo che questa non è la storia che potrebbe essere, è la storia che deve essere. Ora non sono più di quel pensiero. Mi hai insegnato tanto, e forse tu sei davvero la cosa più vicina alla vita che io conosca. Con te sono caduto un sacco di volte, inciampato altrettante in buche che non avevo scavato io, ma il tuo passato. Ho fatto a pugni con i miei mostri per poi accorgermi che loro volevano solo proteggermi. Sai, ho avuto paura di perderti per così tanto tempo che non mi era possibile vedere che mi stavo perdendo io.
L’alcol, le droghe, le troie: tutte cose per sostituire il vuoto che ha lasciato il tuo fuoco. Sono arrivato alla fine, sai? Ho provato a lasciarvi tutti con il conto in mano, ma non me l’hanno permesso. Mi hanno rimesso in piedi, medicato, curato, ma prima ho dovuto subirmi tutta l’atrocità della trasformazione. Non sono ancora la persona che vorrei, ma ci sto lavorando. E mentre tu prepari le prossime vacanze di coppia, io ad agosto andrò in Spagna per cercare di salvare mia sorella. Sai, è una cosa che mi riesce bene: salvare e aiutare gli altri. Una cosa che con me stesso però non riesco a fare.
Più continuo a scrivere, più mi salgono le lacrime. La cosa divertente è che, per quanto mi sforzi di piangere, il mio corpo rifiuta di sprecarsi per te. Sei rimasta solo in un angolo della mia mente. Ogni tanto, tipo adesso, ti ripesco e ti guardo come ti guardavo un tempo, prima che la vita ci mettesse con le spalle al muro, uno contro l’altra. Grazie a tutto ciò che mi hai fatto, però, ho ricominciato a scrivere. All’inizio scrivevo per me stesso, ora ho addirittura un piccolo pubblico. Non ci guadagno un cazzo, sia chiaro: è solo per la gloria e per lasciare una traccia che, chissà, un giorno leggerai in giro. Se dovessi dare ascolto al mio ego, ti direi che i tuoi figli mi studieranno. Se devo essere onesto, non voglio nemmeno vederli, con quei lineamenti che mi ricordano lui: sarebbe odio a prima vista.
E ora parliamo un po’ di lui. Non ho mai capito cosa ti avesse spinto verso le sue braccia. All’inizio pensavo fosse colpa delle mie gesta, poi ho capito una cosa che forse non dovevo capire: se non era lui, era un altro; se non era quel giorno, sarebbe stato il giorno dopo. E se non ero ubriaco, gli spaccavo davvero la testa a quel ricciolino del cazzo.
Ora goditi la tua finta indipendenza, goditi la tua banale normalità. Fatti quindici giorni all’anno di ferie, scopa senza preservativo, bevi anche se sai che ti viene la cistite. E poi fai una cosa, una cosa semplice: chiedi a lui quanti nei hai sul corpo. Sappiamo entrambi quale risposta ti darebbe.
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