A Giovanni, mio nonno.
Frigora nec tantum cana concreta pruina (Virgilio, Georgiche, II, 376)
Nacque un inverno alla fine di un secolo.
C’era una lampada.
Una mula.
Pane contato.
Il mare sotto il monte che faceva azzurro senza il permesso di nessuno.
Sua madre partorì verso la neve.
I poveri allora nascevano con tutto il passato davanti.
Ora lavora il legno.
Ora:
che parola breve per un uomo di tre secoli.
Posa il castagno sul banco.
Lo guarda.
Il legno ha nodi perché anche gli alberi invecchiano verso l’interno.
Non li toglie.
Lavora intorno.
Ogni dirittura è una cicatrice ben piallata.
Misura con la mano.
Un palmo.
Due.
Il pollice contro la vena.
Non gli serve il numero.
Il numero comincia dove finisce la fiducia.
castagno / ulivo / noce
Tre modi di non marcire allo stesso modo.
castagno
per le travi.
ulivo
per ciò che deve durare storto.
noce
in cui una famiglia nasconde la propria morte migliore.
Il faggio, dice, cede troppo presto.
Non si fida di ciò che cede senza rumore.
Pialla.
Il truciolo viene via intero,
biondo,
assurdamente giovane.
Cade.
Che ingiustizia:
l’albero ringiovanisce a misura che l’uomo lo lavora.
Prima vide i cavalli.
Poi una macchina spaventò i cavalli.
Poi le macchine spaventarono gli uomini.
Poi nessuno si spaventò più.
Quello fu il peggio.
Arrivò la luce elettrica.
L’accesero.
Tutti guardarono la lampadina.
Lui guardò l’ombra.
Aveva capito:
ogni progresso inventa un’oscurità di cui prima non avevamo bisogno.
Poi la guerra.
No:
prima una.
Poi l’intervallo che i vivi scambiarono per pace.
Poi un’altra.
191—
una fotografia mangiata ai bordi.
19—
una lettera.
1944
un nome scritto dietro una porta.
La data è la cicatrice che il tempo si fa per convincerci che è accaduto.
Gli uomini salirono sul monte coi fucili.
Altri uomini scesero coi fucili.
Il monte non fece distinzione.
La pietra ha una politica più antica.
Mancò la farina.
Mancò l’olio.
Mancarono i figli.
Quando manca il pane la fame occupa tutta la tavola.
Quando manca un figlio la tavola occupa tutta la casa.
Lui fece porte.
Una porta è un albero ridotto a due possibilità.
Fece tavoli.
Un tavolo è il luogo dove la fame impara le buone maniere.
Fece culle.
La culla:
primo mobile che aspetta la nostra assenza.
Fece casse.
Il legno conosce dal bosco la misura orizzontale dell’uomo.
Uno lo uccisero più su del ponte.
Un altro dopo la curva.
Una donna la ricorda per una cesta.
Non ricorda l’anno.
Meglio.
Le date seppelliscono due volte.
Nella bottega conserva una chiave.
La casa non esiste più.
Lui sì.
A volte un uomo sopravvive alla soglia che avrebbe dovuto sopravvivergli.
Anche questa è una rovina.
La galaverna ritorna.
Sale di notte dai burroni.
L’acqua resta sospesa finché il freddo non le dà un corpo.
Forma, dice lo zero.
E l’acqua obbedisce.
All’alba:
bianco il filo,
bianco il tetto,
bianco il pino,
bianca la legna tagliata.
Il mondo sembra innocente.
È il trucco più antico dell’inverno.
Tre secoli in dieci dita.
L’Ottocento ancora sotto le unghie.
Il Novecento in una falange che non si piega.
Il Duemila che gli chiede la password.
Gli diedero un telefono.
Lo tenne come si tiene un animale quando non si sa se morde.
Sullo schermo:
mari, città, morti, nipoti, guerre,
tutto senza peso.
Lo lasciò sul tavolo.
Un mondo che non pesa non può cadere.
Tornò alla pialla.
rrrac.
Un truciolo.
rrrac.
Un altro.
Il tempo che non passa:
si stacca.
C’è segatura di tre secoli nelle commessure del pavimento.
Nessuno la spazza via del tutto.
Anche la casa ha bisogno di antenati.
Fuori,
il Mediterraneo non invecchia.
Ripete.
È un altro modo di essere terribile.
Una volta gli chiesero come avesse fatto a vivere tanto.
Non capì la domanda.
O la capì troppo.
Indicò una tavola imbarcata.
—Serve ancora.
Il corpo sa cose che la biografia guasta.
La schiena non si raddrizza più.
Le dita, invece, ricordano.
A una certa età la memoria abbandona la testa e si rifugia nelle mani.
Cerca un pezzo piccolo fra i ritagli.
Lo trova.
Noi avremmo detto:
scarto.
Lui dice:
ancora.
Una vita intera sta fra queste due parole.
Galaverna.
La stessa — non la stessa—
di quel mattino alla fine dell’altro secolo.
Sugli stessi monti che neppure loro sono gli stessi.
Forse durare è questo:
cambiare così lentamente che i morti possano riconoscerci.
Il sole tocca le terrazze.
Comincia l’acqua.
Goccia dalla gronda.
Goccia dal chiodo.
Goccia dall’ulivo.
L’inverno perde una cosa bianca ogni secondo.
Nulla scompare d’un colpo.
Anche la morte ha bisogno di esercizio.
Dentro,
lui incastra due pezzi.
Prova.
Toglie.
Corregge una larghezza che noi non vediamo.
Prova di nuovo.
Entrano.
Perfetti.
Passa il dito sulla giuntura.
Non si sa più dove finisca l’uno e cominci l’altro.
Sorride.
Forse tre secoli non sono serviti
ad altro.
Entra nel bosco.
Non torna giovane.
Non torna vecchio.
Porta sotto il braccio un ramo su cui nevica ancora nel milleottocentonovantanove.
Lo posa accanto al fuoco.
E per un istante nessuno sa quale dei due sia stato reciso dal tempo.
© Punto e Virgola
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