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Dopo la fine della storia. Anche se Fukuyama si sbagliava la nostra generazione ha la sensazione di vivere un passo oltre alla fine
Dopo la fine della storia. Anche se Fukuyama si sbagliava la nostra generazione ha la sensazione di vivere un passo oltre alla fine

Dopo la fine della storia. Anche se Fukuyama si sbagliava la nostra generazione ha la sensazione di vivere un passo oltre alla fine

autore
Michele Vadilonga Gattermayer Michele Vadilonga Gattermayer
mensile
Mensile di Luglio 2025Mensile di Luglio 2025
pubblicazione
15/07/2025
categoria
CulturaCultura
tempo di lettura

5

La Storia è finita, andate in pace. Nel 1992 il politologo americano Francis Fukuyama pubblicò L’ultimo uomo e la fine della Storia, un libro destinato a segnare un’epoca. Più criticato che studiato, il testo portava avanti una tesi forte: le democrazie liberali occidentali rappresentano il culmine del percorso storico, nei decenni successivi si sarebbe osservata una convergenza del resto del mondo verso gli ideali e le forme politiche occidentali, le guerre sarebbero diminuite e poi scomparse, il mercato libero avrebbe portato cooperazione e mutuo soccorso. La Storia era finita, si trattava solo di aspettare che i ritardatari raggiungessero i primi arrivati. L’idea, per quanto popolarizzata da Fukuyama, non è originale. Anzi, è un tòpos che la filosofia occidentale si porta dietro da secoli. La sua espressione più forte si trova nelle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel del 1837, in cui il filosofo tedesco ricostruisce il percorso della Storia, parallelo e complementare a quello dello spirito verso la conoscenza e realizzazione di sé stesso, dal mondo “orientale”, a quello greco, allo Stato costituzionale prussiano. Il percorso della Storia, per Hegel, è razionale come tutto il reale, cioè possiede un senso, una direzione precisa verso cui gli eventi tendono per loro natura. La Storia finisce nel momento di sua più grande razionalità e compiutezza. Dopo la morte dell’“Alessandro Magno della filosofia”, però, la Storia non è finita. Eppure, la stessa idea è riemersa in forme diverse: dal positivismo scientifico di Comte per il quale la scienza e la tecnica condurranno l’umanità alla sua piena potenzialità, fino a Marx, per il quale il collasso del capitalismo condurrà a una condizione “post-storica”, in cui le tensioni sociali che hanno caratterizzato tutte le epoche fino a quel momento cesseranno per sempre.

Come filosofia della storia questa idea è sbagliata. È stata falsificata innumerevoli volte negli ultimi trent’anni, dall’11 settembre alla crisi finanziaria del 2008, dal fallimento delle Primavere Arabe alla distruzione della Siria, dal Covid al mai congelato genocidio a Gaza. La prima pagina del Time all’alba dell’invasione russa dell’Ucraina che recitava “The return of history” è solo un esempio. L’idea di aver raggiunto il culmine della Storia, la forma politica e sociale perfetta, la fine di tutte le guerre, si è rivelata un’illusione eurocentrica figlia di una tradizione di pensiero colma di hybris e senso di superiorità sulle altre culture. La storia non è finita e ora anche le democrazie liberali devono fare i conti con la risorgenza delle estreme destre e le loro tendenze autocratiche. Ma se questa idea è falsa come filosofia della storia, mantiene uno strano grado di verità come sensazione generazionale. Nelle conversazioni con le mie più o meno coetanee (nate tra i primi anni Novanta e metà degli anni Zero), ci si ritrova spesso a parlare di questa “impressione della fine”.

Abbiamo vissuto in prima persona, ci si racconta, la promessa di pace e democrazia globale infrangersi in uno di quei momenti in cui, per dirla con Marx, “tutto ciò che è solido evapora nell’aria”. Il corpo sommerso della Storia sembra essere andato disperso, fuso in un mare di caos internazionale in cui i pilastri dell’ordine politico, sociale ed ecologico vengono velocemente meno. È come se ci fosse un inconscio generazionale comune dominato dalla sensazione che qualcosa si sia irrimediabilmente spezzato. Il “filo teso della modernità”, come lo chiamava Hannah Arendt, si è rotto, il corpo sommerso della storia che ci ha condotti fino a qui è disperso, come un iceberg di cui rimane solo la punta. Quella che Yuval Noah Harari ha chiamato “prima pace mondiale” non era che un’illusione, ora lo sappiamo. Ma la nostra generazione ha vissuto altre due promesse disattese, le ultime due grandi narrazioni di democratizzazione: internet e i social network. Da strumenti di liberazione, spazi di espressione accessibili a tutte, nuovi luoghi pubblici in cui fare politica, combattere regimi ingiusti e creare legami altrimenti impossibili, entrambi, il primo negli anni Zero e i secondi nella metà degli anni Dieci, si sono rivelati false rivoluzioni. Abbiamo dovuto accettare, con amarezza e un po’ di dolore, che internet è un luogo di enormi monopoli di capitale, totalmente nelle mani delle big tech o dei governi autocratici. Il far west originario, il luogo di anonimato in cui chiunque poteva essere una persona nuova, è diventato uno spazio burocratico e caotico, dominato da bot e minacce costanti.

I social hanno seguito lo stesso percorso: da nuovi “agoni pubblici” in cui creare amicizie e vivere un contesto culturale e un dibattito politico comune, in Italia come in Pakistan, oggi non si può parlare delle piattaforme senza citare lo strapotere di Zuckerberg e Musk, la disinformazione, la polarizzazione e l’hate speech, l’estrazione esasperata di dati personali e l’influenza nei processi democratici. Siamo le ultime ad aver creduto in queste promesse e ad averle viste infrangersi.

Questo significa vivere dopo la fine della Storia. Nello sciogliersi al sole delle grandi promesse, nella marcia serrata del mondo verso la violenza e l’autocrazia, ci rimane dentro una grande e terribile nostalgia. La sensazione della fine. “Signore e signori è stato un onore suonare con voi, / ma questa è l’ultima canzone”, gli Eugenio in Via di Gioia nel loro ultimo album esprimono questa impressione alla perfezione.

Siamo sopravvissute.

L’ultima cosa che ci resta da fare è donare e ricevere amore, perché, seguendo ancora gli Eugenio, l’amore è tutto. C’è una tristissima felicità nell’accettazione della fine: “è la fine del mondo, cosa vuoi di più? / Nell’occhio del ciclone il cielo è ancora più blu”. Ciò che fa capolinea dall’altra parte dell’occhio del ciclone però è la speranza. Un inizio oltre la fine è possibile, questo è il grido che conclude le quasi due ore dei loro concerti: Per ricominciare. “Il cielo se lo guardi sembra un precipizio / io soffro di vertigini fin dall’inizio”. La fine apre un orizzonte di possibilità e di libertà, cadere oltre la fine può essere l’occasione di ricominciare. È doloroso, la sensazione della fine crea un enorme senso di inutilità e impotenza, così bruciante e diffuso nella mia generazione. Disilluse e scoraggiate, l’unico strumento a nostra disposizione è quello che gli Eugenio cantano in ogni declinazione: l’amore. È un grido romantico, magari ingenuo, ma coraggioso e disarmante.

C’è della rassegnazione. La sensazione, cantata con gioia amara, di non poter fare più nulla se non colorare la fine del mondo con musica e amore: “ti vorrei salvare, ma io so solo cantare / non voglio affondare, ma è così dolce naufragare”. Il mondo è già finito, non ce ne siamo accorte, non abbiamo agito in tempo.

Per superare la fine del mondo e della Storia, per ricominciare, l’amore è tutto.

Autore

Michele Vadilonga Gattermayer Michele Vadilonga Gattermayer

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