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Recensione «la notte dei bambini»
Recensione «la notte dei bambini»

Recensione «la notte dei bambini»

autore
Samuele Castronovo Samuele Castronovo Riccardo MaradiniRiccardo Maradini
pubblicazione
17/11/2025
categoria
CulturaCultura
tempo di lettura

2

La Notte dei Bambini è la storia di un piccolo popolo alle prese con un evento straordinario: il trasferimento, avvenuto nella notte del 14 dicembre 2007, dell’intero Ospedale Meyer di Firenze — l’ospedale dei bambini — dalla vecchia sede a quella nuova. Un episodio reale, diventato materia poetica nella voce e nel corpo dell’attrice toscana Gaia Nanni, guidata con finezza e intelligenza dalla regia di Giuliana Musso.

Sul palcoscenico, Gaia dà vita a una realtà quotidiana che mostra una galleria di personaggi che sembrano usciti da un quartiere d’altri tempi: c’è Marino, l’elettrauto dal cuore grande; Albertino, detto Terrore, perché amava leggere la cronaca nera per poi terrorizzare gli amici con i suoi racconti; l’ortolano Cartier, così soprannominato per i prezzi proibitivi; la moglie di Maurino con la badante Ludmilla, bionda e spigolosa, venuta dall’Est; la signora veneta, il professore siciliano ormai naturalizzato fiorentino… e naturalmente Gaia, che li abita tutti con grazia, ironia e un profondo senso di umanità.

Siamo a Careggi, nel cuore di Firenze, in via Masaccio. Lo spettacolo si apre con un coro di voci infantili che intona la sigla di Atlas UFO Robot: è subito nostalgia, è subito infanzia. Accanto al pupazzetto di Actarus, simbolo di un’epoca e di un’innocenza perduta, appare la protagonista, come se fosse uscita da un ricordo.

Tutti i personaggi si sono radunati nell’officina di Maurino, osservando il continuo andirivieni di ambulanze, pattuglie e mezzi della protezione civile impegnati nel trasloco dei piccoli pazienti. Da qui prende vita un coro di storie, voci, memorie. Una di esse appartiene a un’infermiera — che scopriremo essere la madre di Gaia Nanni — e il suo monologo è una carezza e una ferita insieme. Racconta l’avanzamento della medicina, certo, ma anche la perdita di qualcosa di essenziale: il contatto umano. “Ci sono due tipi di medici — dice — quelli che amano i malati e quelli che amano le malattie.” Oggi, purtroppo, prevalgono i secondi. Gli ospedali si sono fatti aziende, la medicina è diventata codice, e i pazienti clienti. Il lavoro, il sacrificio, l’esperienza pratica non trovano più riconoscimento né rispetto. Tutto si misura in tempi e protocolli; eppure, un semplice “come stai?” può ancora legare un malato alla catena invisibile della felicità.

Nell’officina, intanto, la combriccola vive il proprio piccolo teatro di umanità. Albertino conta le ambulanze; la mamma di Gaia distribuisce tazze di tè caldo al personale del Meyer; il Professore, fiero socio fondatore dell’Archivio del ’68, spiega con fervore l’efficienza impeccabile dei servizi pubblici. E qualcuno, tra una battuta e un silenzio, ricorda che nei momenti d’emergenza l’uomo mostra il meglio di sé — soprattutto l’italiano, che sa aiutare senza chiedere nulla in cambio, spinto solo da una generosità istintiva, quasi ancestrale.

Poi, come in un dolce amarcord, si parla del vecchio ospedalino: due uomini, un lapis, una gomma, e una gestione perfetta dei turni. Un tempo in cui si lavorava insieme, si cresceva insieme, si viveva insieme. Ora non più: la vita sembra essere fuori, non dentro l’ospedale. I giovani laureati fuggono all’estero, gli orologi scandiscono le ore che mancano alla fine del turno, e il mondo — non solo il lavoro — è cambiato.

È allora che prende la parola Ludmilla. Le sue parole cadono come pietre nell’officina. Dopo aver ascoltato il Professore commuoversi al ricordo di un ospedale che curava ogni bambino senza distinzione, racconta la realtà del suo Paese: lì, guarisce solo chi può permetterselo. E aggiunge, con brutale sincerità: “Se al posto dei bambini ci fossero stati dei vecchi, nessuno avrebbe mosso il culo. Li avrebbero lasciati morire.” Cala il silenzio. E tutti, anche il pubblico, devono riconoscere l’amara verità nascosta in quelle parole.

Nel finale, Gaia Nanni torna sola sul palco. Il suo ultimo monologo è un abbraccio e una lezione: ci ricorda che la medicina deve muoversi su due velocità — la rapidità della ricerca tecnologica e la compassionevole pazienza dell’ascolto nei confronti dei malati. Perché un medico non cura solo malattie, ma persone; non affronta soltanto casi clinici, ma vite. E senza pietas, senza bellezza e senza tenerezza, nessuna scienza potrà mai dirsi davvero umana.

Grazie, Gaia. Per averci ricordato che anche nel cuore di una notte d’inverno, tra le sirene e le luci blu, può brillare la più semplice e luminosa delle verità: la cura è, prima di tutto, un atto d’amore.

Autore

Samuele Castronovo Samuele Castronovo Riccardo MaradiniRiccardo Maradini

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