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Morire in mare
Morire in mare

Morire in mare

autore
Alessandro MainolfiAlessandro Mainolfi
pubblicazione
02/09/2025
categoria
Politica e cronacaPolitica e cronaca
tempo di lettura

3

tag
Mediterraneo Mediterraneo
Paesi
🇸🇾Siria🇹🇷Turchia🇮🇹Italia

Turchia. Il mare mediterraneo diventa grosso e burrascoso. Si gonfia e trascina ferocemente la carena di un piccolo gommone. Lo tira fortissimo da una parte. Poi fortissimo dall'altra. E poi dall'altra ancora. Qualcuno urla. Venti sono le persone a bordo –tutte curde– digrignano ansiosamente i denti e si stringono, tremanti, una all'altra. Nel gruppo, c'è anche un bambino di due anni che abbraccia suo padre. Piange molto. Cerca di calmarsi, guarda sua madre. Il mare diventa più tempestoso, più teso il vento. Grandi folate della tempesta attraversano lo spazio. Il gommone è in balia dei flutti di un'onda altissima, stanno per scontrarsi. Il comandante non riesce a virare. La barca si rovescia. Le persone cadono tutte insieme in mare, tra le bolle nivee dal fondale emerse; e cercano di trattenere il fiato mentre sono tirate ferocemente da una parte all'altra, come prima lo è stata la carena della barca. Passa qualche ora. Sulla spiaggia, il volto di quel bambino –di quello che prima guardava sua madre– è completamente affondato nella sabbia; poco più in là, c'è anche la donna. I loro corpi sono senza fiato, non si muovono. Il mare ora è calmo. Prima che i soccorsi, come sempre giunti tardi sul litorale, portino via quel corpicino con la maglietta rossa dalla sabbia di Bodrum, la giornalista Nilüfer Demir scatta una fotografia che diventerà rapidamente il simbolo del fallimento dell'Europa nella gestione dei flussi migratori; e anche l'immagine emblema di tutti i bambini morti in mare. Era il 2 settembre del 2015. Dieci anni sono passati dalla morte di Alan Kurdi che –assieme alla famiglia, di cui solo il padre è sopravvisuto– provava a fuggire dalle violenze della guerra civile siriana e dell'Isis. Voleva arrivare in Europa e vivere. Dieci anni sono passati, ma lungo questo tempo nessuna contromisura efficace è stata adottata; e nessun concreto coordinamento europeo è stato organizzato. Secondo l’agenzia ANSA, dal 2014 a oggi, più di 28.000 persone hanno perso la vita o sono scomparse nel Mediterraneo per colpa delle scelte di questa Europa. 1.143 erano minori. Nel 2016 si è registrato l’anno con il maggior numero di vittime: 4.574. Nel 2024, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, i morti sono stati 635 e i dispersi 982. 1.617 persone hanno perso la vita su una rotta mortale raccontata da tutte le testate occidentali. Sulla stessa rotta, in questi primi sette mesi del 2025, le vittime sono già 662. I dati vengono aggiornati annualmente e documentano decessi dovuti a imbarcazioni precarie, alle attività criminali dei trafficanti ma sopratutto alla mancanza di interventi coordinati a livello europeo. Questa è la verità. La dura verità. Su quella costa, quando Alan Kurdi è morto –quando i curdi venivano massacrati– l'Europa doveva esserci. Doveva esserci e fare quello per cui è stata creata: difendere i popoli oppressi, risolvere i conflitti con l'aiuto dei mercati, della diplomazia, dell'uguaglianza, della fraternità, del contestazione pacifica. E invece assiste a questo scempio, mentre si arma fino ai denti.

Autore

@Alessandro Mainolfi

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