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Cartografie dell’assenza
Poeti:
📌 Alberto Moreno (Cile) | alberto.crann@gmail.com
📌 Eleonora Requena (Venezuela / Argentina) | Instagram: @elerequena
📌 Marie Laure Coulmin-Koutsaftis (Francia / Grecia) | ml.coulmin.koutsaftis@gmail.com
📌 Marta Miranda (Argentina) | Instagram: @mirandamirandita
Prima che il senso si fermi
L’assenza si riconosce quando la percezione perde continuità. Non coincide con il vuoto, piuttosto con una modifica della densità del visibile: alcune cose restano, altre si ritirano, e tra le due si apre uno spazio che chiede di essere letto. Le cartografie che nascono da questa condizione non rappresentano territori stabili. Seguono variazioni minime: ciò che si sottrae allo sguardo, ciò che continua a produrre effetti pur senza imporsi, ciò che insiste come traccia.
Nel pensiero di Bakhtin la parola vive sempre dentro una rete di altre parole. Ogni enunciato porta con sé residui di contesti precedenti e orientamenti futuri, una stratificazione che impedisce alla lingua di chiudersi su un solo significato. In questa prospettiva il senso si costruisce in uno spazio attraversato da presenze molteplici, dove ciò che non viene detto continua a operare nella forma stessa dell’espressione. Le combinazioni dell’invenzione non si separano dal reale, ma lo rielaborano secondo nuove configurazioni percettive. L’attività immaginativa agisce sulle tracce del vissuto, sulle sue discontinuità, sui residui che l’esperienza lascia aperti.
La struttura dell’immagine simbolica introduce una tensione interna tra superficie e profondità. L’oggetto può aprirsi a una dimensione che eccede la sua consistenza immediata, lasciando emergere una qualità che non coincide con la sua funzione empirica. Questa eccedenza produce uno scarto percettivo che riguarda direttamente il modo in cui le cose si offrono allo sguardo.
Le poesie di Marie Laure Coulmin-Koutsaftis, Eleonora Requena, Marta Miranda e Alberto Moreno si collocano in questa zona di transizione. Ogni testo registra variazioni di presenza: elementi che si ritirano, dettagli che rimangono attivi, immagini che conservano una tensione interna anche quando sembrano dissolversi.
In questo campo la scrittura segue traiettorie discontinue. Il linguaggio si avvicina alle cose fino a sfiorarne la materia percettiva, lasciando emergere una topografia instabile in cui ciò che appare e ciò che si sottrae condividono lo stesso spazio.
Da queste oscillazioni prende forma una cartografia dell’assenza: una configurazione mobile, fatta di soglie percettive, residui, interferenze tra linguaggio e mondo, dove la leggibilità del reale si costruisce attraverso ciò che si ritira e continua a produrre effetti.
Marie Laure Coulmin Koutsaftis – L’assenza come soglia vigilante
Fin dai primi versi — «Ancora una volta il giorno / si dissolve nel fruscio delle foglie» — l’immagine di Coulmin Koutsaftis costruisce una soglia instabile, dove il visibile scivola in un apparire intermittente. È una percezione che si apre e si riduce nello stesso gesto. La dissolvenza del giorno indica un epilogo, un punto di transito: un’oasi di ambiguità dove il mondo smette per un attimo di essere univoco.
Qui risuona Mikhail Bakhtin: l’idea che ogni immagine sia “un enunciato aperto,” incompleto, destinato a essere riempito da una coscienza altra. Il fruscio delle foglie è un interlocutore, un elemento dialogico che accompagna il giorno verso il suo cambiamento di stato.
Quando nel testo appare il “nulla” — «Nell’ombra il nulla sta in agguato, / addomesticato, / insignificante, / senza potere» — non si dà come minaccia, ma come presenza quieta. La sua apparente domesticità ricorda Pavel Florenskij, per cui gli spazi marginali — il retro, il nascosto, lo scarto — sono carichi di forza simbolica. Il nulla che “attende la sera, / rintanato / dietro il muro del quotidiano” abita la vita comune.
L’invito «non voltarti, / soprattutto / non voltarti» introduce un’altra eco: Andreij Tarkovskij. La figura di ciò che osserva da dietro — l’invisibile che preme — richiama quella “densità spirituale del mondo” che nel cinema di Tarkovskij affiora negli interstizi, nell’intermittenza del tempo.
La poesia diventa una cartografia dell’avvertimento: un luogo dove l’assenza osserva, ascolta, trattiene. Un universo che non parla in prima persona, ma aspetta che qualcuno riconosca la sua soglia.
Eleonora Requena – L’assenza come materia immaginativa
Il movimento di Requena parte dal gesto primario della scrittura: «Quando scrivo / prendo le parole da un remoto oblio». Le parole non arrivano da un luogo di ordine, ma da una memoria non organizzata, una latenza. È qui che interviene Viktor Šklovskij: il compito dell’arte è rendere strani gli oggetti, restituirli al loro primo stupore. Le parole di Requena cadono “cubiche”, come se il linguaggio stesso avesse un corpo che riappare.
I frammenti «ferro di cavallo sole stuoia» rinunciano a un nesso immediato, sfuggono alla logica referenziale, e nel loro gioco mettono in scena una crisi del significato. È qui che la poesia si apre alla dimensione istituita dell’immaginazione collettiva: secondo Cornelius Castoriadis, l’immaginario non rappresenta il mondo, lo produce continuamente. Ogni parola, nel testo, diventa potenzialmente un mondo nuovo.
La sezione notturna è un laboratorio emotivo: «Nelle notti altri sono i volti, / altri gli specchi». Gli specchi che cambiano sono porte di trasfigurazione. Osip Mandel’štam, concepiva il linguaggio come una materia organica, capace di metamorfosi, dove il poeta deve accompagnare ciò che muta invece di fissarlo.
Quando “la luce tende a offuscare le voci / e a percorrere nuovi spazi”, la mappa diventa instabile: un itinerario in cui la luce si comporta come un soggetto nomade. L’assenza è una condizione di possibilità, non di perdita.
La poesia di Requena si muove come una cartografia in progress: un sistema di coordinate mobili che l’immaginazione ricostruisce di volta in volta, senza mai completarle.
Marta Miranda – L’assenza come campo emotivo
In La nada, la geografia è immediatamente ridotta ai minimi termini: «Guardo dalla finestra, / rastrello l’orizzonte cercando / vita in questo paesaggio desolato». Miranda organizza la percezione come ricognizione affettiva: si guarda per descrivere, ma anche per cercare un sollievo. Da qui emerge l’idea vygotskiana secondo cui l’opera genera l’emozione attraverso la forma.
La scena della pecora che “credo di intravedere, / ma no, / è un cespuglio” crea un cortocircuito percettivo che dà origine a un’emozione di frustrazione: un’assenza che non è statica, ma produce una micro-traumatica disillusione. È un perfetto esempio di ciò che Vygotskij chiama “affetto attraverso l’ostacolo”.
L’intero paesaggio — «il verde scuro dei pini… / un cespuglio / e il vento organizzato per sempre» — appare come uno scenario già condannato, immobile. Questa immobilità porta con sé una risonanza con Varlam Šalamov, che nei Racconti di Kolyma descriveva la natura come un’entità indifferente, assorta, non nemica ma invincibilmente remota. Anche qui, la natura persiste.
Nella casa spoglia, gli oggetti sono presenze residue: «un piatto sul tavolo, / una sedia rovesciata», resti di un’energia umana ormai estinta. La poesia fa emergere un’emotività minima, sostenuta da fruscii, “passetti minuscoli”, gesti che guidano il lettore verso una forma di tenerezza.
Il finale — «nel riflesso vedo / una donna che cerca / di accarezzare ciò che nel paesaggio / è ancora tiepido» — restituisce una tensione a un contatto impossibile. La donna nel riflesso è un essere diviso, come i personaggi di Šalamov: sospesi tra il desiderio di continuare e un mondo che si è ormai rarefatto.
L’assenza diventa qui una topografia della cura senza oggetto: si accarezza ciò che non può essere afferrato.
Alberto Moreno – L’assenza come denuncia storica
In 7 minuti con la realtà, la cartografia dell’assenza si trasferisce sul piano storico-sociale. Il testo apre con figure segnate da ferite invisibili: «Quell’uomo anziano cammina da solo, porta con sé una tristezza innominabile». Questa tristezza ha un vettore psicologico: è una condizione materiale. Qui emerge la postura etica di Andrej Platonov, che vede nell’essere umano un organismo vulnerabile, continuamente attraversato dalle contraddizioni del mondo.
Le tragedie personali si concatenano in un ritmo quasi burocratico: «una donna matura piange, un’altra giovane fugge, un bel ragazzo si suicida». Le vite si dispongono come elementi concatenati, e proprio questo scarto tra singolarità e anonimizzazione richiama Vasilij Grossman, per cui il dolore individuale è la misura più alta della verità storica.
La parte centrale descrive l’azione repressiva: «tutto si è fatto nero / e insanguinato è rimasto, in appena / sette minuti». L’assenza è il tempo minimo in cui la violenza riscrive il mondo. Questa temporalità compressa è una forma di mappa: un cronometro dell’annientamento.
Moreno continua mostrando un sistema socio-politico che distribuisce la sofferenza secondo linee prevedibili: il padre in fila all’ospedale, la madre che «trascina la vergogna della fame», il “bonus invernale” come carità istituzionale. Tutto funziona, tutto resta “perfettamente / al suo posto”. È qui che la poesia si sposa con la visione di Platonov: la società produce deserti morali, ma in quei deserti sopravvive un nucleo irriducibile di dignità ferita. L’assenza diventa denuncia, un rilievo cartografico del potere e delle sue omissioni.
La forma residua del percepire
Quando un frammento della realtà si sposta di pochissimo, resta una zona esposta. Qualcosa filtra da lì, come aria da una finestra non perfettamente chiusa. Le poesie di Marie Laure Coulmin-Koutsaftis, Eleonora Requena, Marta Miranda e Alberto Moreno abitano proprio quel bordo, dove le cose perdono compattezza e diventano attraversabili.
Marie Laure Coulmin-Koutsaftis scrive una giornata che “si dissolve nel fruscio delle foglie”. Il fruscio ha una consistenza quasi fisica, qualcosa che sfiora la pelle. Dentro si muove una presenza che non prende forma ma insiste, resta lì, addosso allo sguardo. L’ombra “in agguato” si comporta come un campo percettivo che si stringe attorno a chi legge. Le parole portano altre voci dentro di sé, come accade nella scrittura dialogica, dove ogni enunciato conserva tracce di chi lo ha preceduto e di chi lo attraverserà ancora. Qui questa stratificazione si sente nel modo in cui il testo continua a guardare anche mentre viene letto.
Eleonora Requena lavora per accumulo di materia verbale. Le sue parole cadono sulla pagina con un peso quasi tattile. Hanno la durezza di oggetti lasciati su una superficie viva. Elementi che non restano fermi nella loro funzione, si caricano di un’eccedenza che li fa vibrare. La luce che attraversa “nuovi spazi” muove la struttura del visibile, la riallinea. L’immaginazione, lavora su ciò che è già accaduto, lo smonta e lo ricompone fino a renderlo di nuovo percettibile.
Marta Miranda si muove dentro un paesaggio che conserva una temperatura bassa, quasi ferma. Lo sguardo procede a tentativi, aggancia forme che si sfaldano mentre vengono nominate. La pecora che appare e si ritrae lascia una traccia nella percezione, un piccolo errore che continua a risuonare. Oggetti come un piatto o una sedia rovesciata restano sul fondo con una tenacia silenziosa, simile a quella che Lukács attribuiva alle cose quotidiane quando diventano l’ultima testimonianza della vita passata. La mano che “accarezza ciò che nel paesaggio è ancora tiepido” entra in contatto con una resistenza minima, appena percettibile, che trattiene il calore un istante oltre il suo tempo.
Alberto Moreno apre una scena senza distanza. Le parole restano aderenti al fatto, senza slittamenti. Intorno, la vita prosegue su altre frequenze, superfici informative che scorrono lisce sopra ciò che è accaduto. La frizione tra questi due piani produce una zona precisa, quelle che Grossman descriveva quando osservava la vita individuale schiacciata dalla continuità della storia. Il giornale, lo sport, il consumo del quotidiano restano intatti mentre il corpo della scena rimane esposto.
In questi testi l’assenza si deposita come una sostanza sottile. Si raccoglie negli oggetti, nelle variazioni minime della luce, nelle superfici che trattengono ancora qualcosa. Resta una soglia che continua a muoversi leggermente, come una superficie che non ha ancora finito di assestarsi.
Marie Laure Coulmin-Koutsaftis
Ancora una volta il giorno
Encore une fois la journée
tradotto dal francese in italiano
Ancora una volta il giorno
si dissolve nel fruscio delle foglie,
gioco d’ombra e di luce.
Il vento scorre nel mattino
e porta via le ore.
Nell’ombra il nulla sta in agguato,
addomesticato,
insignificante,
senza potere,
attende la sera,
rintanato
dietro il muro del quotidiano.
Non voltarti,
soprattutto
non voltarti,
è lì,
ti osserva.
| Eleonora Requena
sobre Caos, Sed (1998)
sul Caos
tradotto dallo spagnolo in italiano
Quando scrivo
prendo le parole da un remoto oblio,
cubiche d’attesa cadono e si spargono sul foglio: ferro di cavallo, sole, stuoia.
Giocano a sfidare i loro nomi
nel ventaglio crudo dell’incertezza.
Nelle notti altri sono i volti, altri gli specchi,
allora le parole brillano o tormentano,
e in tal caso ruotano nel loro azzardo effimero, ritrovato solitario nel denso di una lacrima.
La luce tende a offuscare le voci
e a percorrere nuovi spazi:
è l’allegrezza di un folle
o una tristezza inattesa che si nasconde.
Può accadere ciò che era previsto
e gettare tutti i doni in esilio,
o il contorno di queste lettere svanire.
qualsiasi cosa |
Marta Miranda
Il nulla
La nada, El lado oscuro del mundo (2015)
tradotto dallo spagnolo in italiano
Che farò con la paura
Che farò con la paura
A. Pizarnik
Guardo dalla finestra,
rastrello l’orizzonte cercando
vita in questo paesaggio desolato.
Credo di intravedere una pecora,
ma no,
è un cespuglio.
Definitivamente
non c’è nulla.
Pura e gelida desolazione,
una cattiva battuta,
come se avessero scelto per me
questo paesaggio che contiene soltanto
il verde scuro dei pini che ondeggiano in lontananza,
un cespuglio
e il vento
organizzato per sempre.
Smarrita nella casa di questa landa,
un piatto sul tavolo,
una sedia rovesciata
mi ricordano che qualcuno, un tempo,
era vivo.
Il rumore di una tastiera,
passetti,
minuscoli, che risuonano
in ciò che ben avrebbe potuto essere
una casa
o un focolare.
Fa freddo,
guardo dalla finestra e vedo
tutta la mia febbre
rivoltata al contrario,
il ghiaccio che si spezza,
simile alla pioggia.
Nel riflesso vedo
una donna che cerca
di accarezzare ciò che nel paesaggio
è ancora tiepido. | Alberto Moreno
7 minuti con la realtà
7 minutos con la realidad, Pretextos para los días (2015), Crann Editores
tradotto dallo spagnolo in italiano
Quell’uomo anziano cammina da solo, porta con sé una tristezza innominabile.
Una donna matura piange perché scopre l’inganno.
Un’altra giovane fugge, disperata, perché le hanno oltraggiato l’innocenza.
Più tardi, un bel ragazzo si suicida, poiché l’amata calpesta i suoi versi e se ne va con un altro.
Cala il sole, alcuni uomini giacciono a terra, i corpi senza vita, undici i cadaveri.
La mattina dello stesso giorno
si era svolto uno sciopero / erano arrivati furgoni con poliziotti
e tutto era diventato nero / e insanguinato è rimasto, in appena
sette minuti.
È passato solo un giorno, ma ora “La Storia” ha più orfani e anche nuove vedove.
Che cosa è cambiato radicalmente e per sempre?
Un altro uomo si batte il petto, senza comprendere,
poiché il suo primogenito soffre e Dio non gli risponde,
non ascolta le sue suppliche,
e deve attendere, vergognoso, nella fila dell’ospedale.
Dall’altra parte del fiume, in un villaggio vicino,
quella madre si trascina dietro la vergogna della fame dei suoi figli.
Sappiamo solo che sono cinque creature,
generate da padri diversi,
che se ne sono andate lontano,
dopo aver ottenuto un fugace piacere da quella donna.
A Roma, il Santo Padre saluta dal grande balcone,
coperto dal suo abito ricamato d’oro. Da lì, benedice.
Qui, il governo dà un “bonus invernale” ai poveri,
per le stufe a paraffina,
mentre i giornali e la TV parlano di calcio, tennis, golf.
Come vedi, tutto è / perfettamente / al suo posto.
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Note biobibliografiche
Marie Laure Coulmin-Koutsaftis
Poeta e traduttrice franco-greca. Ha lavorato tra Grecia e Francia occupandosi di poesia contemporanea, traduzione letteraria e progetti culturali legati alle politiche dell’austerità e alle migrazioni. Ha tradotto poesia greca per riviste come Décharge, Europe, Inuits dans la jungle, Apulée, Phœnix, Recours au poème e per le riviste greche Poetix e Dekata. Ha curato e pubblicato antologie dedicate alla poesia greca contemporanea, tra cui Ce que signifient les Ithaques. 20 poètes grecs contemporains (Le Temps des cerises, 2013), e volumi monografici su Yannis Ritsos (Tard, bien tard dans la nuit, 2014) e Titus Patrikios (Sur la barricade du temps, 2015, Prix Max Jacob étranger 2016). Ha inoltre co-curato il volume documentario Les Grecs contre l’austérité – il était une fois la crise de la dette e collaborato per tre anni come corrispondente per L’Humanité. La sua scrittura si sviluppa tra poesia, traduzione e intervento critico, attraversando le zone di contatto tra linguaggio, storia e esperienza politica.
Eleonora Requena
Poeta e promotrice culturale venezuelana, nata a Caracas. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Sed (1998), Mandados (2000), Es de día (2004), La noche y sus agüeros (2007), Ética del aire (2008), Nido de tordo (2015) e Textos por fuera (2020). Il suo lavoro è incluso in antologie e studi sulla poesia venezuelana e latinoamericana, tra cui Rasgos comunes, Cantos de fortaleza, Poetas venezolanos contemporáneos: tramas cruzadas, e la The Princeton Encyclopedia of Poetry and Poetics. Ha ricevuto il Premio della V Bienal Latinoamericana de Poesía José Rafael Pocaterra (2000) e il Premio Italia 2007 per la Poesia. Ha partecipato a festival e incontri letterari in America Latina, Europa e Medio Oriente. La sua scrittura lavora sulla tensione tra linguaggio quotidiano e trasformazione percettiva, esplorando la materialità instabile del segno poetico.
Marta Miranda
Poeta e operatrice culturale argentina, nata a Mendoza. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, tra cui Mea culpa (1991), El oleaje (1998), La misma piedra (2004), Nadadora (2008), El lado oscuro del mundo (2015) e l’antologia bilingue El oleaje y otros poemas (2013). È presente in numerose antologie nazionali e internazionali, tra cui Poetas argentinos de fin de siglo II, Poetas argentinas 1961–1980, Ventanas, La poésie au cœur des arts e Un verano antes del verano. Alcuni suoi testi sono stati tradotti in francese, tedesco, catalano e croato. Ha svolto attività culturale a Villa Elisa e La Plata e attualmente vive a Buenos Aires, dove coordina il Festival Internazionale VaPoesía Argentina. La sua scrittura si concentra su paesaggi minimi e percezioni residuali, lavorando su una lingua essenziale e sensibile alle variazioni del quotidiano.
Alberto Moreno
Poeta, editore e antropologo cileno. Ha pubblicato diversi libri di poesia, tra cui Graves inconvenientes (2007), Falsos pasos (2010), Espejismo y circunstancias (2012), Pretextos para los días (2015), Antes del fin (2020) e Quebrado, poemas y canciones de invierno (2021). Sta attualmente lavorando a una nuova raccolta intitolata Lejos de aquí. È coautore e coeditore di progetti collettivi tra cui Memorias de Isla Negra e Encerrar y vigilar, escrituras bajo amenaza, realizzati in collaborazione con altri autori e artisti visivi. Lavora come editor della rivista Simpson 7 della Sociedad de Escritores de Chile e ha collaborato con diversi progetti editoriali e culturali. Di formazione antropologo, si occupa anche di migrazioni e pratiche culturali contemporanee. La sua scrittura poetica si muove tra osservazione sociale e registrazione etica della realtà storica.
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