Vi siete mai chiesti come la psicologia veda la natura violenta dell'essere umano? Nell’ articolo “Natura violenta” abbiamo affrontato il tema dal punto di vista antropologico e sociale. Proviamo ora ad analizzarlo con la lente d'ingrandimento della psicologia.
A grandi linee, possiamo dire che a differenza degli animali che uccidono per necessità, noi uomini uccidiamo prevalentemente per lo stimolo che crea il cervello. Noi reagiamo alla memoria di quello stimolo, alla sua proiezione nel futuro, reagiamo alla piccola storia che ci raccontiamo per dare senso a quella violenza. Quindi, possiamo parlare della violenza umana quasi come un linguaggio più che un istinto. La nostra amigdala è una sentinella sempre in allerta e, nel mondo attuale privo di veri rischi, si accende anche quando il pericolo non è reale. Uno strascico della sua vera funzione ovvero avvertirci della presenza di predatori. Possiamo dire che la violenza moderna è una risposta antica ad un nemico immaginario. Nell'epoca attuale quel nemico è un commento su Instagram, un mi piace non messo, un'opinione diversa dalla nostra. Questo ha creato molti leoni da tastiera e altrettante persone indifferenti al male altrui. Vedi, per esempio, come le pagine web si riempiano di "free Palestine" ma quasi nessuno concretamente nel suo piccolo faccia qualcosa. Da qui parte la domanda vera e propria che non è "perché siamo violenti", questo lo abbiamo già capito, ma è: "perché non riusciamo a smettere?"
Secondo Sigmund Freud la violenza non sparirà mai perché "fa parte della nostra biologia psichica". Invece, per Albert Bandura la violenza non è naturale ma è un qualcosa che si impara. Imitiamo esempi violenti, viviamo in una società che premia chi domina sugli altri, in un contesto sempre di allerta, come quello dei media, la violenza viene normalizzata e il contesto sociale crea aggressività. Dunque, la violenza non è un destino bensì un comportamento appreso sin da quando siamo piccoli. In un mondo che predilige la vittoria, che premia il progresso a discapito di tutto è anche normale che uno come Erich Fromm dica che la violenza nasca dalla nostra fragilità. Nel mondo maschile, per esempio, più di tutti contano la performance, il fisico, lo status. I maschi vivono ormai da tempo in perenne competizione tra loro e loro stessi. Questo porta ad essere violenti in più ambiti e in più modi. Il maschio alfa deve schiacciare gli altri per emergere, o quanto meno, questa è la narrazione che ci fanno e ci facciamo. Un maschio non deve piangere deve essere forte ed essere forte implica essere violento. Violento al lavoro, magari lavorando instancabilmente per superare tutti, violento nelle relazioni, vedi i vari femminicidi. Tutti uomini accomunati da una singola cosa: la paura dell'ombra della loro fragilità.
Come sostiene Bauman: "non smettiamo di essere violenti perché ormai la violenza si è trasformata in qualcosa di accettabile e quotidiano" per questo molte donne non denunciano, oltre agli altri mille motivi.
Ora consiglierei a molti di leggere Jung e di capire che la violenza non è nient'altro che la nostra ombra e se non ci guardiamo dentro non smetteremo mai di essere violenti. Poi certo, esistono i casi limite, uno magari non nasce violento ma nasce in un contesto che lo obbliga a diventare violento quindi, in parte, si potrebbe sopperire al problema eliminando tutti quei contesti che obbligano l'essere umano ad essere violento. Possiamo dire che gli psicologi bene o male convergano su una tesi abbastanza uniforme ovvero, non smettiamo di essere violenti perché la violenza non è un incidente anzi, spesso e volentieri è qualcosa di voluto, di programmato.
Fino ad ora abbiamo parlato dell'uomo in generale e siamo andati un po' a fondo nel mondo maschile, ma quello femminile? Anche il mondo femminile è violento! Se la psicologia ci aiuta a capire la violenza maschile non possiamo ignorare anche l'altra metà del quadro. La violenza femminile però è diversa: ha altri metodi, altre radici e differenti modi di essere espressa. La società insegna agli uomini a essere forti, alle donne a essere “buone”.
Risultato?
La violenza maschile è esterna. La violenza femminile è interna. Gli uomini esplodono. Le donne implodono… e poi colpiscono attraverso le relazioni. Questo non è un giudizio è un dato psicologico. Secondo Anne Campbell la violenza femminile è una violenza che mira a preservare risorse, legami e sicurezza. Le donne usano più la violenza psicologica come può essere un silenzio punitivo, un pettegolezzo, un ricatto emozionale. Possiamo dire che la violenza femminile è più fine di quella maschile ma non per questo meno feroce ed efficace. Gli studi di Crick e Grotpeter parlano di aggressività relazionale, una forma di violenza che non colpisce il corpo, ma i legami.
In sintesi, la violenza non ha sesso, non è ne maschile ne femminile. È umana. Cambia la forma, non la radice. Gli uomini colpiscono per dominare. Le donne colpiscono per non perdere. Gli uomini usano il corpo. Le donne usano la relazione. Gli uomini esplodono. Le donne erodono. Ma la matrice è la stessa la paura di essere impotenti.
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