Nel mezzo di una fresca serata di maggio, sospeso tra un messaggio vocale da inviare a un amico e l'attesa rituale di una pizza margherita, mi ritrovo a contemplare una luna che sembra uscita da una canzone di Gianni Togni. È in questo momento di sospensione che il pensiero urta contro una dinamica apparentemente ridicola, ma che in realtà rivela la prassi morale di questo nostro moderno "mondo di ladri".
La questione riguarda una pagina di informazione che ha eletto a propria missione lo “smascheramento” di alcune pagine di satira e meme politici. Un'indagine antropologica che il tenente Colombo non avrebbe ritenuto degna nemmeno di un episodio minore. Eppure, al di là dell'ironia, colpisce come queste realtà – che pretendono di togliere la maschera ad altri, ammesso che ne abbiano mai avuta una – tradiscano un atteggiamento profondamente infantile.
Una simile tesi non nasce dal nulla, ma trova un riscontro fenomenologico preciso. La pagina in questione (che chiameremo X) è stata recentemente l'oggetto di un giornalismo d'inchiesta televisivo, il cui conduttore è diventato bersaglio di intimidazioni verbali e fisiche per il suo operato di giornalista. Non è necessario fare nomi: l'interesse di questa riflessione non risiede nella cronaca spicciola, ma in ciò che questo comportamento nasconde sotto il tappeto dell'ovvietà.
Siamo di fronte a un sistematico "farsi le scarpe" vicendevole, a un'incapacità patologica di purificare i propri panni sporchi nell'intimità domestica. Per dirla con Paolo Pietrangeli: «Che roba, contessa». Questo fenomeno non è isolato, bensì sintomatico di una società che ha dichiarato la bancarotta della responsabilità individuale.
L’essere umano si definisce attraverso la prassi, l’agire: un sistema duale di parole e opere che determina il nostro progresso o la nostra regressione spirituale. Responsabilità significa, etimologicamente, farsi carico, rispondere delle proprie azioni attraverso il filtro dell'umiltà e dell'introspezione. Se queste posture etiche dovrebbero essere il trapasso naturale verso l'età adulta o il prerequisito per chi esercita un ruolo pubblico, nella nostra società liquida assistiamo al processo inverso. Si preferisce la proiezione della colpa, la caccia dogmatica al capro espiatorio, il controllo ispettivo e moralizzatore sull'operato altrui.
In un'epoca storica che letteralmente si frammenta sotto il peso di conflitti geopolitici, collassi climatici e cronache angoscianti, l'umanità sembra incapace di un momento di autentico mea culpa.
Viviamo nell'era della massima iper-relazionalità. La tecnologia ha espanso a dismisura le nostre possibilità di contatto, e l'interconnessione è da sempre il motore del progresso collettivo. Ma sorge un dubbio sociologico: se il troppo stroppia, questa vicinanza perpetua non starà forse anestetizzando il nostro senso di responsabilità?
La risposta tende al sì. L'ecosistema digitale ci ha resi meno autonomi, atomizzati e terrorizzati dalla sconfitta. Ma cosa intendiamo oggi per "perdita"? Ci hanno educati al dogma della vittoria costante, ma abbiamo confuso lo smarrimento di un affetto autentico con la perdita di consenso algoritmico o di una sterile partita di calcio.
Avendo saturato il nostro quotidiano di stimoli, abbiamo smarrito la capacità di assegnare un valore stabile alle cose. Quando tutto è memorabile, nulla ha più peso. E senza una bilancia assiologica – ovvero una gerarchia di valori condivisa e solida – l'atto del puntare il dito diventa l'unico modo per legittimare la propria esistenza, mascherando l'assenza di una reale stabilità interiore.
Ora che la pizza è al tavolo, accompagnata dal profumo di una gassosa fredda, il flusso di pensieri si interrompe. Mi godo il contrasto di questa notte di maggio, custode di un amaro presentimento: nell'illusione tecnologica di compiere due passi avanti verso il futuro, la nostra postura etica ne sta compiendo quattro all'indietro.
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