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Cara Viola, ho letto la tua lettera con attenzione e gratitudine. Raramente capita di ricevere parole tanto meditate, capaci di intrecciare con naturalezza letteratura, esperienza personale e riflessione civile. Ti ringrazio per avermi donato una pagina così preziosa: non soltanto per la ricchezza degli autori che hai evocato, ma soprattutto per la sincerità con cui hai saputo interrogare uno dei legami più antichi e misteriosi che attraversano l'esistenza umana, quello tra l'uomo e la Natura. Leggendo le tue parole ho percepito la nostalgia di una riconciliazione: il desiderio che l'essere umano torni a sentirsi figlio di quella madre originaria dalla quale proviene e alla quale appartiene. È un'immagine affascinante, e forse oggi più necessaria che mai. Eppure, se provo a seguire il sentiero della riflessione fino ai suoi punti più remoti e meno rassicuranti, mi accorgo di non riuscire a condividere fino in fondo questa visione. Se Virgilio, Petrarca e Caproni vedono nella Natura un rifugio, un luogo di autenticità e di pace, io non posso fare a meno di ricordare la lezione severa di Giacomo Leopardi, il quale forse più di ogni altro ha avuto il coraggio di guardare la Natura senza veli consolatori. Per Leopardi la Natura non è madre amorevole, ma una forza indifferente, eterna e impersonale. Essa genera e distrugge con la stessa imperturbabile necessità. Non conosce giustizia né compassione; non distingue tra il dolore di un uomo e il germogliare di una pianta. Nelle sue opere più mature, dalla Ginestra al Dialogo della Natura e di un Islandese, essa appare come una potenza immensa che procede incurante delle sorti delle proprie creature. In questa prospettiva, la sofferenza umana non è una tragica eccezione, bensì una legge universale. Forse è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più profonde della condizione umana: noi desideriamo attribuire alla Natura un volto, una volontà, un'intenzione benevola, ma essa sembra continuamente sottrarsi a ogni tentativo di umanizzazione. Come scriveva Thomas Hobbes, la natura non è necessariamente il regno dell'armonia, bensì il luogo in cui si manifestano le forze primordiali dell'esistenza. E persino pensatori come Arthur Schopenhauer individuarono nella realtà naturale una volontà cieca, incessante, che trascina ogni essere vivente in un ciclo perpetuo di desiderio e insoddisfazione. Da questa prospettiva, l'uomo appare come una creatura paradossale: figlio della Natura e al tempo stesso suo contestatore. Nasce da essa, ma non smette mai di opporle i propri sogni, le proprie aspirazioni, il proprio desiderio di trascendere i limiti che essa gli impone. Ed è proprio il tema del limite che mi porta a un'altra riflessione. Molti filosofi del diritto hanno sostenuto l'esistenza di una legge naturale, di un ordine intrinseco alla realtà che precede ogni decisione umana. Da Aristotele a Tommaso d'Aquino, fino ai teorici del giusnaturalismo moderno come John Locke, si è spesso pensato che la Natura custodisse principi universali capaci di orientare l'agire umano. Eppure, osservando la questione da un'altra angolazione, si potrebbe sostenere che questa stessa legge naturale rappresenti anche una forma di vincolo. L'uomo nasce all'interno di una struttura che non ha scelto: non sceglie il tempo in cui vivere, il corpo che abita, i bisogni che lo governano, la mortalità che lo attende. Esistono limiti biologici, fisici e persino morali che sembrano precedere ogni esercizio del libero arbitrio. In questo senso la Natura non è soltanto il luogo dell'origine, ma anche quello della costrizione. Essa delimita il campo delle possibilità entro cui ciascuno è chiamato a costruire la propria identità. Forse il desiderio umano di libertà nasce proprio da qui: dal bisogno di oltrepassare quei confini che la Natura traccia prima ancora che possiamo accorgercene. Ed è interessante che persino Leopardi, il più lucido interprete dell'indifferenza naturale, trovi uno spiraglio proprio nell'immaginazione. Nel celebre idillio L'infinito, seduto sull'ermo colle e ostacolato dalla vista di una siepe che gli impedisce di contemplare l'orizzonte, il poeta non conquista la libertà attraverso la realtà, ma attraverso il pensiero. È il limite stesso a generare l'immensità. È l'ostacolo a spalancare l'infinito. Là dove la Natura interrompe lo sguardo, l'immaginazione crea spazi sconfinati. Forse è proprio questo il punto più alto della sua riflessione: l'uomo non è libero perché la Natura gli concede libertà, ma perché possiede la capacità di trascenderla interiormente. Vi è poi un ulteriore aspetto che rende il rapporto tra uomo e Natura particolarmente problematico e affascinante: quello della ricerca della propria identità. Spesso si afferma che la Natura aiuti l'individuo a ritrovare sé stesso. È una convinzione che attraversa la letteratura di ogni epoca e che emerge chiaramente anche nei versi di Caproni da te citati. Eppure mi domando se davvero l'uomo riesca mai a "trovarsi" nel senso pieno del termine. Forse la nostra esistenza è segnata da una mancanza originaria, da una distanza incolmabile tra ciò che siamo e ciò che crediamo di essere. Trascorriamo la vita tentando di attribuire un nome definitivo alla nostra identità, cercando una forma stabile entro cui riconoscerci, ma ogni volta che pensiamo di aver raggiunto quella meta, qualcosa sfugge nuovamente alla nostra comprensione. In questo senso l'identità non appare come una conquista definitiva, bensì come un processo incessante. L'essere umano è continuamente chiamato a ricostruire sé stesso, a ridefinirsi alla luce delle esperienze, delle relazioni, delle perdite e dei cambiamenti che attraversano la sua esistenza. Come osservava Blaise Pascal, l'uomo è un essere sospeso tra grandezza e miseria, incapace di trovare una dimora definitiva nella certezza di sé. E forse è proprio per questo che la Natura esercita su di noi un fascino tanto profondo. Non perché ci restituisca una risposta conclusiva alla domanda "chi sono?", ma perché ci pone nuovamente davanti ad essa. Nel silenzio di un bosco, nell'orizzonte del mare o nella contemplazione di una distesa sconfinata, avvertiamo con maggiore intensità quella mancanza che ci abita. La Natura non colma il vuoto identitario, ma lo rende visibile. Ci ricorda che siamo creature in cammino, esseri incompiuti che aspirano continuamente a una pienezza che sembra arretrare ogni volta che tentiamo di raggiungerla. E tuttavia, paradossalmente, proprio questa inquietudine potrebbe costituire la nostra più autentica essenza. Forse non siamo chiamati a trovare definitivamente noi stessi, ma ad accettare che la nostra identità sia una ricerca continua, un dialogo mai concluso tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che desideriamo diventare. E tuttavia, cara Viola, sarebbe ingiusto fermarsi qui. Perché, nonostante tutte queste considerazioni, riconosco anch'io che esiste qualcosa di profondamente autentico nel contatto con la Natura. Ci sono momenti in cui il silenzio di una montagna, il rumore delle onde o l'ombra di un bosco sembrano dissolvere per un istante le maschere che indossiamo ogni giorno. In quei momenti l'uomo percepisce una verità che difficilmente riesce a esprimere con le parole. Non credo che ciò accada perché la Natura ci parli direttamente. Credo piuttosto che, nel suo silenzio, essa ci costringa ad ascoltare noi stessi. Davanti all'immensità del cielo o alla potenza del mare, le ambizioni, le convenzioni sociali e le preoccupazioni quotidiane perdono improvvisamente consistenza. Rimane soltanto ciò che siamo davvero. Ed è forse qui che la tua intuizione incontra la mia. La Natura potrebbe non essere una madre benevola; potrebbe persino essere, come pensava Leopardi, una forza indifferente alle nostre sorti. Eppure, proprio nel confronto con essa, l'essere umano sembra avvicinarsi alla parte più autentica di sé. Qualcuno chiamerebbe questa esperienza contemplazione; altri la chiamerebbero coscienza; altri ancora la interpreterebbero come un dialogo con Dio, con il Creatore, o con quel principio originario da cui ogni cosa trae significato. Qualunque nome gli si voglia attribuire, resta il fatto che la Natura possiede una straordinaria capacità di ricordarci chi siamo. O forse, più precisamente, di ricordarci che non sappiamo ancora completamente chi siamo. Essa ci restituisce il senso della nostra finitudine e, nello stesso tempo, quello della nostra tensione verso l'infinito. Ci mostra il limite e insieme il desiderio di superarlo. Ci pone davanti all'enigma della nostra identità senza pretendere di scioglierlo. Ed è forse proprio in questa continua oscillazione tra conoscenza e mistero che si manifesta la verità più profonda dell'essere umano. Forse non perché ci accoglie come una madre, ma perché ci mette di fronte al mistero della nostra esistenza. E forse è proprio in questo mistero, più che nell'armonia, che si nasconde il suo valore più profondo.
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