Non è mai facile rendersi conto di aver vissuto una vita a metà, compressi dentro aspettative che non ci appartengono. Eppure, questa complessità viene spesso liquidata da uno sguardo superficiale e vittima del pregiudizio come una presunta "indecisione" cronica. Si tende a dimenticare che dietro quella che molti liquidano come confusione si nasconde, in realtà, il faticoso percorso di accettazione delle persone bisessuali, costrette a difendere costantemente la propria identità da una doppia invisibilità: quella del mondo eteronormativo e quella della stessa comunità queer. In questo labirinto emotivo, il cinema e la serialità contemporanea hanno assunto un ruolo cruciale. Superando stereotipi stratificati, gli schermi hanno cercato di educare il pubblico ad una maggiore empatia. Ma quali sono i personaggi apertamente bisessuali che, rompendo gli indugi, sono riusciti a farci commuovere, riflettere e, infine, innamorare?
Storicamente, la bisessualità sul grande schermo è stata vittima di una censura istituzionalizzata. Tra il 1934 e il 1968, il famigerato Codice Hays proibì a Hollywood di mostrare qualsiasi comportamento sfidasse l'eteronormatività binaristica, etichettandolo come "perversione". In questo clima di proibizionismo culturale, la fluidità poteva esistere solo come ombra. Nacque così il fenomeno del Queer Coding: non potendo esplicitare l'orientamento dei personaggi, i registi utilizzavano indizi visivi per suggerire un desiderio proibito.
Il prezzo da pagare, però, fu la "cancellazione bisessuale". Se un personaggio mostrava attrazione per entrambi i generi, la narrazione lo incasellava come confuso o in una fase di transizione. Eppure, il muro del binarismo era destinato a crollare.
Il punto zero della rottura è indubbiamente A qualcuno piace caldo (1959). Nel finale, quando il milionario Osgood Fielding III scopre che la sua promessa sposa Daphne è in realtà Jerry, non batte ciglio. La sua risposta: "Nessuno è perfetto", non è solo la battuta più famosa della storia del cinema; è un manifesto politico. Per la prima volta, Hollywood suggeriva che l'attrazione potesse trascendere il sesso biologico. Osgood non è confuso, non è sconvolto: è semplicemente innamorato di una persona.
Se Osgood ha aperto la porta, Frank-N-Furter l'ha scardinata a colpi di tacchi a spillo. Nel 1975, The Rocky Horror Picture Show irrompe nelle sale come un’esplosione iconoclasta. Il "dolce travestito della Transilvania", interpretato da un monumentale Tim Curry, è l'apoteosi della fluidità. Sedurre sia Brad che Janet non è per lui un atto di indecisione, ma una manifestazione di pura liberazione esistenziale. Frank-N-Furter trasforma la bisessualità in un atto rivoluzionario, distruggendo i confini tra maschile e femminile, tra normale e alieno.
Il piccolo schermo, invece, ha costruito degli anni numerose icone bisessuali: il vero spartiacque televisivo porta il nome di Callie Torres (Sara Ramírez) in Grey’s Anatomy. Con i suoi undici anni di evoluzione, Callie non è stata solo il personaggio LGBTQ+ più longevo della storia della TV americana, ma una vera e propria rivoluzione culturale. Il suo coming out non è stato una parentesi narrativa o un espediente per il rating stagionale; la sua bisessualità è stata sviscerata attraverso matrimonio, divorzio e maternità, dimostrando a milioni di spettatori che si può essere una chirurga di successo, una madre amorevole e una donna bisessuale fiera, senza che nessuna di queste parti debba escludere l'altra.
Se Callie Torres ha sdoganato la bisessualità nel dramma medico, Rosa Diaz (Stephanie Beatriz) in Brooklyn Nine-Nine ha ridefinito le regole della comedy. Detective glaciale, letale e protettiva della propria privacy, Rosa compie un percorso di coming out che è un capolavoro di scrittura transmediale (reso ancora più autentico dal coming out reale della sua interprete). Rosa distrugge lo stereotipo della bisessuale iper-sessualizzata dallo sguardo maschile. Quando dice alla sua squadra "I'm bi", la sua durezza non si ammorbidisce, né la sua identità si diluisce. La reazione della sua famiglia, un misto di incomprensione e rifiuto, offre uno degli spaccati più dolorosi e realistici mai visti in una sitcom, bilanciato però dall'abbraccio totale della sua "chosen family" all'interno del distretto.
Nel panorama contemporaneo, tuttavia, il posto d'onore spetta a Elio Perlman (Timothée Chalamet) in Chiamami col tuo nome, la versione più pura, intellettuale e disarmante della bisessualità mai apparsa su schermo. Sviscerando il personaggio di Elio, emerge un dettaglio rivoluzionario: il fatto che lui si innamori di un uomo, Oliver, non gli provoca alcuna crisi esistenziale legata all'orientamento. Elio non vive il tormento del "cosa sono?", tipico di molta letteratura queer del passato. Il suo conflitto è puramente umano: è il tormento del desiderio, la gelosia, la paura che l'estate finisca.
L'attrazione di Elio per Oliver convive pacificamente con il suo desiderio per Marzia. Egli naviga queste acque con una naturalezza disarmante, perché la sua identità è costruita su una capacità di sentire totalizzante. Elio non deve "uccidere" una parte di sé per far posto all'altra; è semplicemente un essere senziente che riconosce la connessione ovunque essa si manifesti. Questa assenza di "vergogna identitaria" lo rende il primo vero eroe post-bisessuale: un personaggio per cui il genere del partner è un dettaglio del desiderio, non un ostacolo per l'anima.
Il film di Luca Guadagnino cristallizza questa potenza nel leggendario dialogo finale tra Elio e suo padre. Mr. Perlman non dice a suo figlio "ti accetto anche se sei gay", ma compie un gesto di validazione molto più profondo. Riconosce la rarità e la bellezza di ciò che Elio e Oliver hanno vissuto, esortandolo a non soffocare il dolore, perché farlo significherebbe soffocare anche la gioia che lo ha preceduto. In quel momento, la bisessualità viene elevata a esperienza universale, trasformandosi da "segreto scabroso" a "dono prezioso".
La percezione della bisessualità è radicalmente cambiata. Se in passato la società pretendeva una risposta alla domanda "da che parte stai?", oggi la serialità e il cinema ci hanno insegnato ad abitare un luogo che non richiede schieramenti. Il passaggio fondamentale è stato quello dall'ambiguità alla trasparenza. Il pubblico non vede più la bisessualità come un colpo di scena o un brivido narrativo, ma come ciò che è sempre stata: una delle tante, meravigliose sfaccettature dell'esperienza umana.
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