Dall’astronomia alla politica, la Rivoluzione per qualcuno è stata tutto ciò verso cui bisognerebbe tendere, per qualcun altro tanto una ragione per vivere quanto una per morire, per altri ancora un nemico da fermare ad ogni costo.
Ormai la Guerra Fredda è finita e purtroppo Che Guevara è morto. Dobbiamo ammettere che il capitale sia uscito indubbiamente vincitore dallo scontro con l’unica istanza ideologica che aveva rischiato di metterlo in discussione. A partire da quel momento, quelli che erano – e sono tuttora – in cima alla piramide sociale si sono organizzati per fare in modo che il sistema non dovesse fronteggiare mai più un nemico tanto pericoloso.
Il motivo è presto detto: la borghesia – oggi padrona incontrastata del mondo – sa benissimo che per cambiare gli equilibri di potere sia necessario rivoltarsi e gettare nell’immondizia il mondo “vecchio”. Lei, d’altronde, prese il potere proprio in questo modo.
Ebbe inizio, quindi, una pantagruelica operazione di propaganda, volta a screditare la rivoluzione non solo nel senso stretto di insurrezione armata, bensì anche in quello più generale di straordinario cambiamento dello stato delle cose. «There is no alternative» amava dire una delle paladine del conservatorismo liberale – Margaret Thatcher – e queste sue parole si sono trasformate nello slogan del capitalismo.
Esso non ha vergogna a presentarsi come nostro sequestratore, né a porci dinanzi a una scelta obbligata: o ci si adegua o si viene eliminati. Queste mie parole sono una riflessione sul cambiamento – che io stesso mi sono sovente trovato a dover fare – e sono orientate a tutti coloro che pensano che sia necessario abbattere e superare il sistema capitalistico.
Preciso che la “rivoluzione” cui faccio riferimento non appartiene a nessuna ideologia in particolare, se non a quella anticapitalista. Io credo che non si possa scegliere come organizzare il mondo “nuovo” se prima non si porta a termine la decostruzione di quello “vecchio”.
La questione che mi attanaglia è: possiamo davvero continuare a giocare secondo le sue regole per sconfiggerlo? C’è chi dice che basti andare a votare e, intendiamoci, quello è un dovere fondamentale, ma ci permetterà di operare un superamento del sistema? In fin dei conti, anche le libere elezioni sono (ancora) parte di esso.
Il capitalismo, come ben si sa, è un sistema che promuove e ricompensa atteggiamenti egoistici e individualistici. Non dovremmo sorprenderci quando i membri della nostra élite mondiale si atteggiano in modo degenerato, perché è proprio il fatto che siano disposti a intraprendere certi comportamenti ad aver permesso loro di giungere ai vertici della società.
Smettiamo di raccontarci la balla secondo cui chi è ricco lo è per merito. Chi è in alto, nella società, lo è per conoscenze, eredità, le giuste connessioni o perché è spietato. Chi possiede questi privilegi, farà di tutto pur di mantenerli, perché il suo status sociale ha valore proprio a causa della povertà altrui.
Ebbene, in questo ambiente di squali, crediamo davvero che, anche qualora emergesse una fazione politica intenzionata a cambiare lo status quo, quest’ultimo non farebbe di tutto per affossarla, per neutralizzarla? Non sono congetture, perché è già successo a più riprese nel corso degli ultimi anni. Da Arbenz ad Allende, passando per Mossadeq e Isabel Perón. Si tratta di persone democraticamente elette – che quindi incarnavano il volere delle maggioranze dei rispettivi popoli – che furono esautorate violentemente dal potere e in certi casi persero anche la vita.
Quello che intendo dire è che chi trae guadagno dal sistema concederà spazio di manovra solo a coloro che non presenteranno un rischio serio per il sistema stesso e per i suoi privilegiati. Perciò, vale la pena continuare a vedere certi leader neutralizzati quando non uccisi? Non è forse giunto il momento di prendere una posizione forte ai danni di quello stesso capitale che sta distruggendo anche l’ambiente in cui viviamo, oltre che le vite di centinaia di milioni di persone?
Guardandomi intorno e frequentando le manifestazioni, noto che siano sempre di meno quelli che concepiscono un approccio accomodante verso il sistema. All’origine di tale mentalità vi sono vari eventi recenti, ma uno supera gli altri: il genocidio dei palestinesi.
Da ormai quasi tre anni, lo stretto rapporto tra interessi economici e azioni militari illegali e oppressive ha ancora una volta smontato la retorica del sistema capitalistico come garante della pace, nonché smascherato le élite politico-finanziarie mondiali per quello che sono: guerrafondai affamati di soldi, privilegi e potere. Questa apertura degli occhi verso il Levante ne ha causata una a cascata verso ogni parte del mondo in cui si consumano ingiustizie di ogni sorta, dalla povertà assoluta all’omicidio di massa.
La “parola con la R”, insomma, sta progressivamente tornando sulla bocca di tanti e personalmente credo che sia più un bene che un male, quantomeno perché dimostra che il cittadino dal ruolo “monitorante” verso il potere stia tornando in auge.
Nonostante tutto questo, mi chiedo quanti di quelli che sperano in una rivoluzione sarebbero seriamente disposti a prendervi parte e ad accogliere quanto viene con essa. In quanti sarebbero pronti a rinunciare ai propri stili di vita, a vivere in clandestinità, magari ad affrontare pene detentive o peggio?
È obbligatorio che tutti coloro che indossano le magliette di Che Guevara, che repostano gli edit di Fidel Castro su TikTok o che mettono like ai meme su Lenin o Stalin si facciano questa domanda. Chi si comporta in questo modo, senza chiedersi se sarebbe disposto o meno a mettere tutta la sua vita in discussione, secondo me contribuisce ad accrescere quell’aura di infattibilità della rivoluzione che, oltre ad essere esattamente ciò di cui hanno bisogno le classi dirigenti, fa anche sì che venga identificata come un qualcosa “del passato”, un bel sogno.
Dopo la fine della Guerra Fredda siamo stati tutti convinti di ciò. Cantiamo le canzoni rivoluzionarie come si cantano i salmi alla Messa; la Rivoluzione è diventata un culto, un “paradiso terrestre” che si concretizzerà, ma solo dopo l’arrivo di un “Messia” che la incarni e la porti a termine.
La ribellione al sistema non è un’utopia, perché non è il fine delle azioni del rivoluzionario, semmai ne è l’inizio. La rivoluzione è la pars destruens, la costruzione avverrà solo dopo la sua conclusione. Se continuiamo a dirci che «la Rivoluzione verrà» ma poi non agiamo in nessun modo perché ciò accada realmente, non ci stiamo comportando diversamente dai seguaci di una religione che aspetta il ritorno del suo Messia.
Non è questo quel che serve alla rivoluzione per sbocciare. Oltre a una buona dose di coraggio, c’è bisogno anche di tantissima consapevolezza: la rivoluzione non è un gioco, né un modo per passare un pomeriggio diverso; essa può avere la capacità di creare un mondo nuovo e sono state le azioni della stessa classe borghese ad averlo dimostrato. Azioni che, però, per qualche motivo, ora non sarebbero più replicabili (a detta della stessa classe borghese che continua a detenere il potere, strano no?).
Io nella Rivoluzione – qua di nuovo con la R maiuscola – ci credo eccome, tanto in una armata quanto in una pacifica, perché io credo non solo nella possibilità di cambiare le cose ma nella necessità di farlo. Se una rivoluzione verrà fatta con le schede elettorali o con le torce e i forconi sarà dovuto solo e unicamente alle azioni di chi è al vertice della piramide sociale.
Era da tanto che una generazione di giovani adulti, guardando al futuro, lo vedesse molto più grigio del proprio passato. La pazienza di miliardi di persone in tutto il mondo è al limite, non vogliamo che chi verrà dopo di noi debba continuare a risolvere i problemi causati da quelli che, per loro, saranno bisnonni e trisavoli.
A quelli che sono stufi di tutto, ma che non trovano il coraggio e la forza di agire, ricordo che «la Rivoluzione non è una mela che cade quando è matura, bisogna farla cadere».
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